Eleonora Barbapiccola e l’educazione delle donne

È incredibile dove si possano trovare spunti di ricerca interessanti!
Nel quarto libro della saga #TheExpanse una nave spaziale mercantile recuperata dai profughi alla ricerca di un pianeta da colonizzare porta il nome Barbapiccola. Poiché il libri di James S.A. Corey sono ricchissimi di citazioni storiche e letterarie, il nome mi ha incuriosita e sono andata ala ricerca della fonte.

Giuseppa Eleonora Barbapiccola è stata una filosofa illuminista e traduttrice salernitana, della prima metà del Settecento. Suo zio era il predicatore domenicano Tommaso Alfani, fondatore dell’Accademia degli Arcadi che la introdusse nel circolo intellettuale di Giambattista Vico e di sua figlia Luisa con la quale Eleonora strinse un’amicizia fondata sul loro amore comune la poesia.

Nel salotto vichiano si discuteva sul metodo cartesiano e Barbapiccola diede il suo contributo alla diffusione in Italia dei suoi “Principia” traducendoli dal francese nel 1722. Nella prefazione alla traduzione ci fa conoscere la sua educazione:

«Io cominciai, prima, a coltivare i linguaggi, e poi, per quanto la mia capacità lo permettesse, le scienze. Fra queste ultime io studiai la filosofia perché la sua parte morale ci rende civili, la metafisica perché ci illumina, e la fisica perché ci informa della bella e stupefacente architettura di questo grande palazzo del mondo che Dio ci ha dato come casa. Io sentì dire che la filosofia cartesiana era fondata su solido ragionamento ed esperienze certe, che procedeva con un metodo chiaro facendo derivare una cosa dalle altre […]. Per queste ragioni, io fui più incline a questa filosofia che a ogni altra»

La prefazione alla traduzione si può considerare inoltre un manifesto dei diritti delle donne all’educazione e all’istruzione (due secoli prima della Woolf) intitolandosi

“Dal]la traduttrice ai lettori, una prefazione che si andava a configurare come un vero e proprio manifesto circa il diritto delle donne di imparare la filosofia e le scienze, anziché dedicarsi a quelli che erano ritenuti i compiti femminili, come il cucito, la danza, il canto e le buone maniere.”

Suo desiderio era di condividere la traduzione soprattutto con le donne, più adatte alla filosofia degli uomini, come lo stesso Cartesio affermava nella sua lettera dedicatoria alla principessa Elisabetta di Boemia. Sempre nella prefazione Eleonora rovescia il preconcetto secondo cui le donne non siano adatte agli studi sostenendo che la loro supposta debolezza intellettuale fosse dovuta non tanto alla natura, quanto a una cattiva educazione. Inoltre rivendica il diritto delle donne a trovare spazio nel dibattito filosofico allora dominato dagli uomini e lo rivendica impiegando quelle stesse espressioni che gli uomini usavano per allontanare il pubblico femminile dalle discussioni ritenute di esclusiva competenza maschile:

«non vorrei che da prima incontrandovi voi nel titolo di questo libro, e veggendo essere opera di una donna l’aveste alle canocchie, a’ Fusi, ed alle Tele mandare»

molto parafrasato: «non vorrei che leggendo il titolo di questo libro, e vedendo che è opera di una donna la invitaste a tornare a occuparsi di ricamo»

Una pioniera del “No women no panel” insomma.
Siate sincere! Quante volte in una discussione a proposito di argomenti sportivi, politici, economici vi siete sentite consigliare di “tornare a fare la calzetta”? Quante volte siete state invitate a non occuparvi di determinati argomenti non per ignoranza ma solo per il fatto di essere donne? Quante volte le vostre idee o affermazioni sono state tenute in minor conto rispetto a quelle di un uomo non per competenza ma per il semplice fatto di essere donne?
E attenzione, spesso è lo steso pubblico femminile a considerare meno degne di rispetto le argomentazioni delle donne preferendo inconsciamente quelle di un uomo: c’è una sorta di potere magico di autorità che investe chi non può portare le gonne che viene involontariamente dato per scontato anche dalle donne.

Per rovesciare le teorie relative alla limitatezza del cervello femminile Eleonora inizia col ribaltare le affermazioni di Omero, Erodoto e Claude Fleury per poi citare i successi femminili delle donne tra le quali Dafne, Diotima, la regina Cristina di Svezia e Anne Lefevre, traduttrice e filologa francese.

Non di minor importanza nell’approfondimento della figura di Barbapiccola è inoltre il fatto che trovò un’interpretazione per conciliare la filosofia cartesiana con i principi del Cristianesimo, contribuendo in questo modo non solo alla diffusione materiale dell’opera del filosofo a Napoli, ma anche alla sua accettazione da parte del pubblico più conservatore in materia religiosa andando dunque oltre la mera traduzione del testo.

Personaggio affascinante questa Barbapiccola, scoperta per caso, spero sia stata interessante anche per voi.

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Molestie al parco

In questo giorno degli innamorati devo raccontare una vicenda che mi ha visto purtroppo protagonista e che in modi più o meno simili è capitata a moltissime altre.

Come molti sanno sfrutto la pausa pranzo per dedicarmi alla lettura in un parco, un luogo pubblico, grazioso, circondato da villette plurifamiliari e frequentato da famiglie, bambini e altri lavoratori e lavoratrici nelle giornate di sole.
Qualche giorno fa ero assorta nella lettura quando qualcuno alle spalle mi chiede se può sedersi sulla panchina dietro di me, non lo guardo e gli rispondo che può: è un parco pubblico.
Dopo poco si alza e viene a sedersi sulla mia stessa panca. Continuo a non guardarlo per manifestargli disinteresse, poso il libro tra me e lui per creare ulteriore distanza e inizio a sfogliare il cellulare.
Cerca di attirare la mia attenzione con domande alle quali rispondo per monosillabi e poi fa:
“Le dispiace se continuo a fare quello che sto facendo?”
Lo guardo per la prima volta e vedo che aveva tirato fuori dai pantaloni la sua piccolezza intellettuale e si stava masturbando.
Gli intimo di andarsene e quello ridendo se ne va accusandomi di essermi accorta molto prima di quel che stava facendo e dicendomi che mi dovevo vergognare.

Io!?

Ho chiamato i carabinieri per esporre l’accaduto, poi una mia amica che il giorno dopo ha fatto uscire sul giornale un articolo sull’accaduto.
Sempre il giorno dopo ho consegnato la foto che avevo scattato al molestatore ai carabinieri che hanno iniziato a farsi vedere in giro e fare domande.

Perché tanto rumore?
Perché a causa di questo esibizionista sono stata privata della libertà di ritornare nel mio parco con leggerezza d’animo, perché lo scadente spettacolo non è stato offerto a me personalmente ma a ogni potenziale essere umano di sesso femminile a prescindere dall’età o dall’aspetto fisico (vi assicuro che con piumino, berretto di lana e sciarpone non sono affatto desiderabile), perché domani potrebbe riproporsi davanti a una nonna che porta i nipoti al parco o davanti alle scuole, perché dopodomani potrebbe non accontentarsi di farsi guardare, perché se a causa sua succedesse qualcosa di brutto a un’altra donna la mia coscienza non mi lascerebbe dormire.

Sono comportamenti che non si possono tollerare e non si possono tacere, non per noi ma per quelle che potrebbero venire dopo, non per il gesto in sé ma per la progressione che ne potrebbe derivare.

La nota comica? Nel momento in cui mi sono resa conto di quel che stava accadendo ho pensato per prima cosa a prendere il libro e metterlo in salvo.

Il cimitero di Praga. Complottari ne abbiamo?

Non c’è niente da fare: a me Eco piace da morire, sarà per questo che me lo centellino al ritmo di uno, massimo due, libri l’anno, sarà per questo che nella mia biblioteca ha un posto riservato sulla “mensola dei grandi” insieme all’Oriana e a Céline.
Poi ci sono altre mensole di grandi ma Eco sta con l’Oriana e Céline perché lì vuole stare, tra gli antipatici.

Il Cimitero di Praga è, secondo me e in base ai libri già letti del professore, il libro meglio scritto di Eco. Non dico il più bello, non dico il migliore ma quello scritto meglio per l’abilità con cui l’autore ha saputo conciliare erudizione, ironia, leggerezza, tecniche narrative, provocazione e trama avvincente.

Inizia con una lunga introduzione descrittiva in stile ottocentesco.
Bello no?
Peccato che nell’epigrafe che apre l’opera viene riportata una frase tratta da “La ca’ dei cani” di Carlo Tenca che dice le descrizioni “hanno il pregio di sviare più che mai la mente del lettore dal fatto principale”.
Così inizia Eco: con una perculata.

Come recita la sinossi il protagonista è Simone Simonini, un falsario torinese che nella seconda metà dell’Ottocento si trova, su malgrado ma con grande profitto, protagonista oscuro di alcuni dei più grandi fatti che hanno segnato la fine del secolo: l’impresa dei Mille di Garibaldi, la morte di Ippolito Nievo, l’affaire Dreyfus e la creazione dei Protocolli dei Savi di Sion.

Ne Il cimitero di Praga l’autore infila tutto quel che può, come in una valigia pronta per le vacanze ma è tutto molto ordinato, tutto molto chiaro e semplice, l’impressione che ne ho avuto è di un’opera di rielaborazione dei concetti già espressi in altri libri spogliati di tutto il superfluo e concentrandosi su poche teorie complottare ben argomentate. Da una parte vi si trovano tutti gli aspetti più succulenti del complottismo nazionale e internazionale legato alle lobby giudaico-massoniche che ciclicamente vengono rispolverate da qualche eminenza sciattona del webbe, dall’altra è tutto permeato dal tema della memoria che l’autore aveva già esplorato ne La misteriosa fiamma della regina Loana, un’opera di una autoreferenzialità spudorata, avvolta nella nebbia dei ricordi (ne ho già parlato molto male qui) e che secondo me richiama a sua volta Discesa all’Inferno di Doris Lessing (il post dedicato lo trovate, invece, qui).
Si può dire che dal libro Il Pendolo di Foucault Eco abbia ripreso il complottismo svecchiandolo, togliendolo dall’ambiente dei Rosacroce e degli Illuminati e avvicinandolo nel tempo con le teorie del XIX secolo e che dal libro La misteriosa fiamma della regina Loana abbia preso il tema della perdita di memoria, della ricostruzione dei ricordi, della riabilitazione e soprattutto, importante per il bibliofago, il topos della soffitta con i libri misteriosi da spulciare.

In tutti e tre i libri, Cimitero, regina Loana e Discesa all’inferno, il tema principale è la memoria, i protagonisti sono smemorati e la trama è una quest all’interno dei ricordi per ritrovare e ricostruire l’evento traumatico che ha provocato l’amnesia.
È accaduto qualcosa, qualcosa di traumatico che ha fatto perdere la memoria a Simonini e dobbiamo scoprire cosa è stato. Ma cosa può sconvolgere a tal punto la mente di un uomo che è stato coinvolto nei più grossi avvenimenti e complotti della seconda metà dell’ottocento? Cosa ci può essere di così traumatizzante? E poi chi è questo Dalla Piccola che vive in casa di Simonini e si intromette nel suo diario? Il racconto si trasforma in giallo, in ricerca e ovviamente non ve lo dico qui.

Un giallo dunque, condito da complottismo sfrenato, umorismo spregevole xenofobo e misogino, numerose ricette di cucina, riferimenti a personaggi del mondo letterario, politico, musicale, psichiatrico della seconda metà dell’Ottocento e battutine e frecciatine del Narratore verso quelli che parlano per sentito dire con un’analisi perfetta della costruzione della bufala.

Credetemi, se non ne potete più di sentir parlare di scie chimiche, di Bildemberg e, in questa epoca di coronavirus, di 5G e plasma, questo libro vi farà sentire di nuovo in pace con il mondo.
Ci sono dei passaggi deliziosi sulla costruzione del complotto, sugli ingredienti e le dosi giuste per edificare l’esca perfetta per gli allocchi, peccato però che a questo tipo di volatili sia concesso il voto (sempre pensato che il suffragio universale sia sopravvalutato). Magari… non so se funziona… ma provate a far leggere questo libro anche agli abboccatori di bufale… magari qualcosa fa.
Ecco il manuale del perfetto complotto:

“Nel mio cimitero di Praga i rabbini dovevano dire qualcosa di facile comprensione, di presa popolare, e in qualche modo nuovo, non come l’infanticidio rituale che era secoli che se ne parlava e ormai la gente ci credeva quanto alle streghe.”
“Non puoi mai creare un pericolo dai mille volti, il pericolo deve averne uno solo, altrimenti la gente si distrae. Se vuoi parlare degli ebrei parla degli ebrei ma lascia stare gli irlandesi, i principi napoletani, i generali piemontesi, i patrioti polacchi e i nichilisti russi. Troppa carne al fuoco.”
“Il nemico per essere riconoscibile e temibile deve essere in casa, o alla soglia di casa. Il senso dell’identità si fonda sull’odio, sull’odio per chi non è identico. Bisogna coltivare l’odio come passione civile. Il nemico è l’amico dei popoli. Ci vuole sempre qualcuno da odiare per sentirsi giustificati nella propria miseria.”

Il cimitero è una di quelle opere che sarebbe bene leggere due volte: la prima per la trama che cattura l’attenzione, la seconda per concentrarsi sul metodo narrativo che contempla tre narratori:
Simonini: si sveglia una mattina in stato confusionario e inizia a redigere un diario spinto dalla necessità di capire cosa lo abbia ridotto in quello stato
l’abate dalla Piccola: oscuro coinquilino di Simonini, che si intromette tra le pagine del diario del protagonista dopo essersi svegliato nel suo letto e completa le memorie del Simonini aggiungendo o correggendo la narrazione
il Narratore che non sa nulla ma si limita a riportare al Lettore gli eventi e i brani di diario di cui a mano a mano viene a conoscenza.
Il Narratore è il personaggio che strizza l’occhio al lettore, parla con lui, apparentemente dalla sua parte lo illude, tenta di persuaderlo della veridicità dei fatti narrati nonostante si appoggi, lui stesso, alla forma meno oggettiva di narrazione: il diario di Simonini e Dalla piccola.

“A dirla tutta, se queste pagine non riferissero cose assolutamente vere, parrebbe che fosse l’arte del Narratore ad aver disposto queste alternanze di euforia amnesica e di rimemorazione disforica.”

Il cimitero di Praga, cap 11

Un pezzettino di cuore, per me che sono un’amante dell’high modernism inglese e di Joyce, si trova al capitolo 23: il Narratore parla di Drumont, giornalista nazionalista e antisemita francese autore del libello La France Juive e della rivista di destra La Libre Parole

“Egli”, dice il narratore, “odiava gli ebrei per amore, per elezione, per dedizione – per un impulso che sostituiva quello sessuale. Drumont era antisemita erotico. Bastava sentirlo parlare.”
“Il semita non ha capacità creativa, avete mai visto musicisti, pittori, poeti ebrei, avete mai visto un ebreo che abbia fatto scoperte scientifiche?
Recitava quello che aveva scritto Wagner: “È impossibile imaginare che un personaggio dell’antichità o dei tempi moderni, eroe o amoroso, sia rappresentato da un ebreo senza sentirci involontariamente colpiti da quanto vi è di ridicolo in una rappresentazione del genere.
– E allora, si era domandato qualcuno, come si spiega che hanno invaso il teatro musicale? Rossini? Meyerbeer, Mendelssohn, o la Giuditta Pasta, tutti ebrei…”

Ecco, quest’ultima frase sembra uscire direttamente dalla bocca di Leopold Bloom, l’ebreo girandolone protagonista dell’Ulisse di James Joyce che nel capitolo 12 affronta un cittadino troglodita nazionalista e antisemita in una taverna e, portato via a forza dai suoi amici, gli dice:

“Mendelssohn era ebreo e anche Carlo Marx e Mercadante e Spinoza. E il Redentore era ebreo e suo padre era ebreo. Il vostro Dio.”

Umberto Eco era un estimatore di James Joyce ed è stato membro onorario della James Joyce Association, metà del suo saggio del 1962 Opera Aperta, dedicato alla molteplicità delle interpretazioni, verte proprio su questo autore perciò non credo sia un azzardo ipotizzare che il riferimento sia voluto: l’antisemitismo del personaggio Drumont, nazionalista francese realmente esistito, uno dei maggiori accusatori dell’ufficiale Dreyfus nel cui affare è coinvolto Simonini, è molto, troppo simile a quello del cittadino troglodita di Joyce e la risposta che viene data alle sue farneticazioni ricalca lo stesso tono utilizzato da Bloom per rispondere alle provocazioni del cittadino.
Solo che Eco, al contrario di Joyce, trova una risposta per l’antisemita allo sfogo di Bloom quando questi tira in ballo il fatto che Cristo fosse ebreo: “Che Cristo fosse ebreo è una leggenda messa in giro proprio dagli ebrei. In realtà Gesù era di razza celtica. La Galilea si chiama così dai Galli che l’avevano colonizzata”.
Cadono le braccia ma non escludo che qualcuno possa crederci davvero.

Non manca neanche una frecciatina deliziosa a Dumas, lo scrittore della vendetta, colui che “offre alla frustrazione di tutti la spiegazione del loro fallimento. È stato qualcun altro, riunito sul monte del Tuono, a progettare la tua rovina”

Un’ultima curiosità che tanto curiosa non è: dopo aver letto questo libro mi è venuta la voglia di leggermi Le confessioni di un italiano di Ippolito Nievo, il Lucifero di Rapisardi e Rebecca, la prima moglie di Maurier e di provare a cucinare le côtes de veau Foyot. Perché? Leggete il libro e lo scoprirete 😁.

James Joyce – Gente di Dublino

Buon compleanno JJ!

Gente di Dublino è un meraviglioso calendario dell’avvento: a ogni racconto apri una finestrella ed entri nel cuore di una storia per un momento.
Li vedi lì i Dubliners, un minuto, venti minuti, un’ora della loro vita prende forma, diventa immagini.
Poi la finestra di chiude, si chiude sui morti e al lettore resta tutto un mondo di storie da continuare e riscrivere.

L’accanimento di James Joyce nell’ostinarsi a descrivere l’immobilismo della gente di Dublino è feroce, disgustato da questa palude che tutto inghiotte e nulla crea.Dovrà poi partire e vivere da esiliato volontario per riscoprire la vitalità dei suoi concittadini perché è necessario porre una distanza tra sé stessi e il soggetto che si vuole descrivere per riuscire a comprenderne la natura.

Non saprei dire quale tra i quindici racconti mi sia rimasto più nel cuore, se “Una piccola nube” o “Il giorno dell’edera”, di sicuro quello che a ogni lettore rimane impresso è “I morti” con la tragicità del passato che riaffiora all’improvviso nel presente e lo condiziona. Il tema del ritorno del passato condiziona tutto il periodo modernista dalla Prima Guerra Mondiale agli anni Trenta circa, lo stesso Joyce ne è ossessionato e ha cercato a lungo di conciliare il passato della classicità con il vuoto del suo presente, parve riuscirci con ironia solare nell’Ulisse ma poi si perse nella notte del Finnegans.

“La storia è un incubo da cui si deve uscire”, la storia e i morti concludono i Dubliners, la storia e i morti apriranno l’Ulisse per poi accorgersi, finalmente, di quanta vita ci circondi ancora.

Le Cosmicomiche, un po’ cosmo, un po’ comiche e un po’ mito

Ma come fa? ogni volta che chiudo un Calvino mi dico che ho appena letto il suo libro più bello… Poi ne apro un altro e mi innamoro di nuovo. Vi rivelo che la lettura del mio primo Calvino risale al 2016, era “Il castello dei destini incrociati” ed è stato WOW a prima lettura. Da allora non mi sono più fermata alternando un Calvino ogni tre/quattro mesi circa ma solo perché non voglio consumarlo troppo in fretta: faccio sempre così: quando un autore mi piace tanto mi procuro la sua bibliografia e poi la sorseggio tra un pasto libroso e l’altro per paura di finire tutto il leggibile e ritrovarmi a bocca asciutta troppo presto. Tornando a Le Cosmicomiche è davvero difficile scrivere qualcosa che non sia già stato scritto, detto o già pensato, nella sua prefazione al libro Calvino si riallaccia alle comiche del cinema muto o ai comics: le storielle a fumetti che colgono i protagonisti “in situazioni sempre diverse che pure seguono uno schema comune”. Il libro è composto da dodici racconti che illustrano, è proprio il caso di dire, alcuni momenti della creazione e dell’evoluzione dell’Universo, dalla nebulosa pulviscolare del principio dei tempi al Big-Bang provocato da un piatto di tagliatelle, dai dinosauri all’allontanamento della Luna dalla Terra, dal grande esodo dall’acqua degli anfibi al meraviglioso racconto filosofico della creazione della spirale nelle chiocciole. Si può infatti riassumere il libro dicendo che sono fumetti cosmologici in parole ma quel che colpisce è anche la capacità dell’autore di suscitare nel lettore un’idea di mito: leggere Le Cosmicomiche rimanda col pensiero alla capacità degli antichi di spiegare con racconti i fenomeni naturali e poi visualizzare questi racconti nelle stelle creando le costellazioni. In “Lezioni di Letteratura” Calvino ci spiega che

“il punto di partenza è un enunciato tratto dal discorso scientifico: il gioco autonomo delle immagini visuali deve nascere da questo enunciato concettuale. Il mio intento era dimostrare come il discorso per immagini tipico del mito possa nascere da qualsiasi terreno: anche dal linguaggio più lontano da ogni immagine visuale come quello della scienza d’oggi. Anche leggendo il più tecnico libro scientifico o il più astratto libro di filosofia si può incontrare una frase che inaspettatamente fa da stimolo alla fantasia figurale. Siamo dunque in uno di quei casi in cui l’immagine è determinata da un testo scritto preesistente (una pagina o una singola frase in cui io m’imbatto leggendo) e ne può scaturire uno sviluppo fantastico tanto nello spirito del testo di partenza quanto in una direzione completamente autonoma.(…)Insomma, il mio procedimento vuole unificare la generazione spontanea delle immagini e l’intenzionalità del pensiero discorsivo. Anche quando la mossa d’apertura è dell’immaginazione visiva che fa funzionare la sua logica intrinseca, essa si trova prima o poi catturata in una rete dove ragionamento ed espressione verbale impongono anche la loro logica. Comunque, le soluzioni visive continuano a essere determinanti, e talora arrivano inaspettatamente a decidere situazioni che né le congetture del pensiero né le risorse del linguaggio riuscirebbero a risolvere.”

In breve Calvino prende spunto da un concetto, diverso per ogni racconto, per visualizzare un’immagine e poi riproporla in forma scritta, esattamente come gli antichi prendevano spunto da un concetto per raccontare una storia che prendeva forma nelle stelle. C’è, nelle parole dell’autore, quell’ingenuità e quella leggerezza della poesia delle origini che scolpisce un sorriso in faccia al lettore: sono favole del cosmo, adatte ai lettori di tutte le età e a ogni stadio di lettura. Il protagonista dei racconti Qfwfq, alter-ego di Calvino, è un po’ antenato e un po’ progenitore, è un’entità eterna che ha partecipato alla creazione dell’Universo, è giunto fino a noi e probabilmente continuerà a esistere dopo di noi. Mi ha ricordato tanto Eta Beta, l’uomo del futuro delle strisce di Topolino ingenuo e stravagante, allergico al denaro che possiede un magico gonnellino dal quale tira fuori oggetti di ogni tipo, Qfwfq tira fuori storie. Questo è quanto accade quando si prende un poeta e lo si lascia scorrazzare in una biblioteca scientifica: prenderà tutto il materiale e lo rimescolerà nella sua testa, trasformerà la Luna in una miniera di latte, giocherà a biglie con atomi di idrogeno nella curvatura dello spazio, terrà conversazioni di anni luce tra galassie e precipiterà nello spazio in linee parallele. L’amore c’è sempre, in quasi tutti i racconti, spesso è motivo di cambiamento, talvolta è materno e avvolgente come la signora Ph(i)Nk ma quello che Calvino sembra preferire è l’amore in fuga, come ne “Il cavaliere inesistente” o “Se una notte d’inverno” la donna in fuga è sempre Angelica e Qfwfq, anche lui come molti protagonisti di Calvino, diventa Orlando

“Fu in quell’epoca che io m’innamorai. Passavo le giornate con Lll, rincorrendoci; agile come lei non s’era vista mai nessuna; sulle felci, che a quel tempo erano alte come alberi, saliva fino in cima di slancio, e le cime s’inchinavano fin quasi al suolo, e lei saltava giù e riprendeva la sua corsa; io, con movimenti un po’ più tardi e goffi, la seguivo.”

E propio come nell’Orlando spesso l’amore, che a volte è anche il primo amore, sfugge ma aiuta a crescere o, in questo caso, a evolversi

“Ma poi, che farci? Continuai la mia strada, in mezzo alle trasformazioni del mondo, anch’io trasformandomi.”

Calvino non disdegna di lasciare tracce del suo pensiero nei racconti cosmici, come ne I Dinosauri:

“Da allora avevo imparato tante cose, e soprattutto il modo in cui i Dinosauri vincono. Prima, avevo creduto che lo scomparire fosse stato per i miei fratelli la magnanima accettazione d’una sconfitta; ora sapevo che i Dinosauri quanto più scompaiono tanto più estendono il loro dominio, e su foreste ben più sterminate di quelle che coprono i continenti: nell’intrico dei pensieri di chi resta. Dalla penombra delle paure e dei dubbi di generazioni ormai ignare, continuavano a protendere i loro colli, a sollevare le loro zampe artigliate, e quando l’ultima ombra della loro immagine s’era cancellata, il loro nome continuava a sovrapporsi a tutti i significati, a perpetuare la loro presenza nei rapporti tra gli esseri viventi. Adesso, cancellato anche il nome, li aspettava il diventare una cosa sola con gli stampi muti e anonimi del pensiero, attraverso i quali prendono forma e sostanza le cose pensate”

Il pensiero dell’immagine che viene cancellata per rimanere solo nome da evocare e sovrapporre finché anche il nome non verrà svuotato del suo significato per diventare uno stampo con cui plasmare funzioni o idee. Attenzione! c’è pronto dietro la porta il neoplatonismo: il nome della rosa del “nomine nuda tenemus” per chi vuole cogliere e approfondire, Le idee di qualcosa del passato che deve essere esistito o che esiste ancora accanto a noi senza che ce ne accorgiamo. In Calvino c’è spesso un richiamo al mondo platonico delle idee, al concetto di mondo come immagine di un mondo “altro”, più reale e ideale allo stesso tempo, l’accostamento del mondo sensibile al mondo pensabile o ricordabile

“o se invece non c’era nessun universo e quello che credevamo di vedere era il miraggio d’un universo che forse era esistito una volta e la cui immagine continuava a rimbalzare sulle pareti dello spazio come il rimbombo d’un’eco. Ma poteva anche darsi che gli universi fossero sempre stati lì, fitti intorno a noi, e non si sognassero di muoversi, e noi neppure ci muovevamo, e tutto era fermo per sempre, senza tempo, in un buio punteggiato solo da rapidi scintillii quando qualcosa o qualcuno riusciva per un momento a spiccicarsi da quella torpida assenza di tempo e accennare la parvenza d’un movimento.”

A chiudere la raccolta, in un crescendo di immaterialità, “La spirale”, la più borgesiana de Le cosmicomiche con i richiami a tutto il pensabile (e lo scibile) dell’Aleph, tutto in un solo punto dell’universo come nel racconto di Calvino che porta lo stesso titolo

“Ma dato che non avevo forma mi sentivo dentro tutte le forme possibili, e tutti i gesti e le smorfie e le possibilità di far rumori, anche sconvenienti. Insomma, non avevo limiti ai miei pensieri, che poi non erano pensieri perché non avevo un cervello in cui pensarli, e ogni cellula pensava per conto suo tutto il pensabile tutto in una volta, non attraverso immagini, che non ne avevamo a disposizione di nessun genere, ma semplicemente in quel modo indeterminato di sentirsi lì che non escludeva nessun modo di sentirsi lì in un altro modo.”

E infine il pensiero calviniano di esclusione, lo stesso pensiero che ritroviamo in Stephen ne”L’Ulisse” di Joyce e ne “I falsari” di André Gide: la storia che non fu, tutte le storie possibili escluse dalla narrazione nel momento in cui l’autore decide di marcare il confine tra ciò che scriverà e ciò che non scriverà

“Quando uno è giovane, ha davanti a sé l’evoluzione intera con tutte le vie aperte, e nello stesso tempo può godersi il fatto d’esser lì sullo scoglio, polpa di mollusco piatta e umida e beata. Se si paragona con le limitazioni venute dopo, se si pensa a quello che l’avere una forma fa escludere di altre forme, al tran- tran senza imprevisti in cui a un certo punto ci si finisce per sentire imbottigliato, ebbene, posso dire che allora era un bel vivere.”

Scrive Calvino in “Lezioni americane”:

“Questa necessità preliminare di individuazione (parla dell’incipit classico) diventa per il romanziere un atto rituale come l’invocazione alla Musa; esso sottintende la preoccupazione di sottrarre la storia che si sta per narrare alla confusione con altri destini, altre vicissitudini, è ancora in qualche modo un omaggio alla vastità dell’Universo. Ogni storia del romanzo deve tener presente la storia dell’antiromanzo che corre contemporanea e parallela.”

Italo Calvino racconta sempre una storia alla volta, magari breve, con un soggetto semplice e la inizia ed esaurisce con economia di parole ed immagini preferendo riprendere il tema in un altro racconto e svilupparlo in un modo diverso piuttosto che aggiungere contenuti allo stesso. Il suo modo di fabbricare narrazioni è per divisioni: prende un tema complesso, come quello della cosmogonia in questo caso, e lo suddivide in tante possibili unità scomponendo e riducendo, sottraendo, delimitando con precisione scientifica, tracciando una netta divisione tra ciò che sarà incluso nel racconto e quel che ne sarà escluso. In seguito procede con l’espansione della singola unità, un’espansione poetica con riferimenti filosofici come nel caso dell’universo delle idee o letterari come i riferimenti leopardiani alla Luna. Insomma, è un mago che tira fuori dal cilindro sempre lo stesso coniglio ma fa credere allo spettatore che sia ogni volta diverso.