Thomas B. Costain e le origini di GoT

Si è sempre detto che Le Cronache del ghiaccio e del fuoco di George R.R. Martin ricordano o prendono spunto dalla Guerra delle due Rose inglese, un conflitto dinastico interno alla dinastia dei Plantageneti. Anche per semplice assonanza la famiglia Lannister ricorda il ramo Lancaster e la famiglia Stark quello degli York.
Già a una prima occhiata appare evidente che la forma di Westeros è molto, molto simile a quella dell’Inghilterra rovesciata con la capitale posizionata più o meno a est, il Vallo Adriano in corrispondenza della Barriera oltre la quale vivono i Bruti (lo stesso Adriano riteneva che quella popolazione oltre la barriera non offrisse nulla di interessante) e, a sud, un continente proporzionalmente enorme: Essos/Europa.
La stessa divisione in sette regni ricorda l’Eptarchia anglosassone che designava i sette regni (Northumbria, Anglia Orientale, Mercia, Essex, Sussex, Wessex, Kent) in cui era divisa l’Inghilterra prima delle invasioni dei Vichinghi dei X secolo.
È stato più volte indagato il riferimento storico alla base delle Nozze Rosse e la strage al matrimonio di Edmure Tully e Roslin Frey, ovvero il Black Dinner del 1440 nella storia scozzese (vedi pagina Wiki qui) in cui vengono uccisi tutti i componenti maschi del clan Douglas e anche le storie di Bran e Rickon Stark sono liberamente ispirate alla storia di Edoardo V d’Inghilterra e Riccardo di Shrewsbury che, ancora bambini alla morte del Re loro padre, furono rinchiusi nella torre di Londra dallo zio Riccardo III di Gloucester.

Conoscendo queste relazioni già da tempo credevo che non ci fosse più nulla da scoprire.
Finché non ho letto la Storia drammatica d’Inghilterra – I Conquistatori di Thomas B. Costain e ho trovato piccoli e gustosissimi particolari che non possono non catturare l’attenzione di un appassionato delle Cronache del ghiaccio e del fuoco, non solo per i piccoli aneddoti narrati ma soprattutto per come sono stati narrati dai due scrittori il prallelo corre elocissimo ed è impossibile sfuggirgli.
Questo libro di Costain è il primo di una quadrilogia dedicata ai Plantageneti e non escludo di poter trovare altri riferimenti altrettanto gustosi nei prossimi tre volumi quando li leggerò.
(E ovviamente ve ne metterò a parte)

Ci tengo a far una precisazione prima: che Giorgione Martin abbia letto i quattro volumi di Costain è cosa sicura, lo dichiarò lui stesso in un’intervista al Guardian nel 2018:

“My model for this was the four-volume history of the Plantagenets that Thomas B Costain wrote in the 50s. It’s old‑fashioned history: he’s not interested in analysing socioeconomic trends or cultural shifts so much as the wars and the assignations and the murders and the plots and the betrayals, all the juicy stuff. Costain did a wonderful job on the Plantagenets so I tried to do that for the Targaryens.”

https://www.theguardian.com/books/2018/nov/10/books-interview-george-rr-martin

Inoltre, come i maggiori appassionati di GoT sanno, Casa Costayne di Tre Torri, nell’Altopiano, è un riferimento diretto a Thomas B. Costain: i simboli presenti sullo stemma della casata, un calice d’argento e una rosa nera, fanno riferimento proprio al romanzo di Costain The Silver Chalice e al film The Black Rose tratto dall’omonimo libro di Costain.

E adesso andiamola a vedere questa parte juicy, succosa 😁

Lord Lampreda

In ASoIaF c’è questo lord di Porto Bianco, Wyman Manderly, che viene chiamato spregiativamente Lord Lampreda a causa della sua obesità e del suo amore per la tavola.
C’è un mix di Guglielmo I e di Enrico I in questa descrizione: il grande Guglielmo il Conquistatore alla fine della sua vita “era tanto obeso che la gente rideva di lui e commentava sarcasticamente il volume del suo immenso ventre”. Enrico I invece era molto più parco nel mangiare ma nel dicembre 1135 a Lyons-la-Forêt, di ritorno da una battuta di caccia “si servì tropo abbondantemente di un piatto di lamprede, gli effetti furono uno sconvolgimento generale degli organi della digestione e un’alta febbre.

Il cadavere di Tywin Lannister

Nel quarto libro delle Cronache, POV Cersei 7, vengono celebrate le esequie di Tywin Lannister e Cersei nota che “Il suo viso è nobile perfino nella morte ma la sua bocca…” Gli angoli della bocca di suo padre erano leggermente incurvati verso l’alto, conferendogli un’espressione vagamente divertita.” Al funerale la salma di Tywin, rimasta esposta a lungo dopo la morte, emana un fetore da latrina, il che incuteva il grande Lord in vita è andato dissolto.
Sulla morte di Enrico II Plantageneto Costain indugia narrando anche le versioni sconfessate dagli storici, una di queste riporta che “il volto del re morto avrebbe espresso in un tragico ghigno l’odio e la collera che l’avevano travagliato al momento della fine”

Il cavaliere

Nel primo libro delle Cronache, POV Sansa 29, Sandor, Il Mastino, Clegane racconta a Sansa l’origine della devastante bruciatura al volto che gli ha provocato il fratello Gregor in un accesso di lucida ira :”Il nostro maestro guaritore mi diede degli unguenti. Unguenti! Anche Gregor ebbe degli unguenti. Quattro anni dopo venne unto con i sette olii, recitò le litanie da cavaliere e Rhaegar Targaryen lo toccò sulla spalla dicendogli Alzati, ser Gregor”. Sansa trovò la spalla massiccia del Mastino. “Non era un vero cavaliere” sussurrò. “No” disse con rabbia. “No, uccelletto: non era un vero cavaliere”.
Leggete allora cosa scrive Costain della cavalleria del XII secolo e di Riccardo Cuor di Leone:
“La cavalleria era uno scudo bifronte che portava sul lato esterno una lucente promessa di generosità e di ardire, mentre nascondeva sul rovescio un tenebroso quadro di vergognose superstizioni e di crudeltà senza nome. Lo splendore delle apparenze ha trionfato sull’oscura realtà dei fatti e il termine cavalleria è venuto a significare ciò che il mondo possiede di più luminoso, di più ardito e bello. Ma il tempo è stato un ingannevole interprete. Riccardo, che fu un perfetto prodotto di quel codice assurdo, si mostrò sempre vilmente crudele verso i suoi inferiori e sleale verso i suoi sudditi, nell’assiduo sforzo di ottenere qualche fuggevole trionfo sul campo di battaglia. Tale era l’intima essenza della cavalleria e tale era Riccardo.”
Non è esattamente l’idea che ci eravamo fatti della cavalleria, vero? Ma qui parliamo del XII secolo, i tornei, le giostre con i cavalieri in armatura lucente arriveranno più tardi, nel XV e XVI secolo.

Ser Barristan Selmy 😍

La storia personale di Ser Barristan Selmy è, almeno nei libri in cui è ancora vivissimo e vegetissimo, tra le più belle, eroiche e cavalleresche (nell’accezione moderna questa volta) di tutte le Cronache. È celebrato dai cantastorie e mitizzato dal popolino, è considerato il più grande cavaliere della fine del terzo secolo. È austero, valoroso ed onorevole. È galante e gentile.
Barristan fu fatto cavaliere a sedici anni da Aegon V targaryen per aver disarcionato il principe Duncan e Duncan l’Alto in un torneo, fu il più giovane cavaliere dei sette regni, si fece grande onore sui campi di battaglia durante la guerra dei re da nove soldi, a ventitré anni fu nominato membro della Guardia Reale per diventarne in seguito il Lord Comandante e liberò il re Aerys dalla prigionia di Duskendale. Il suo valore nei tornei, in battaglia e come uomo sono indiscutibili. Quando sale sul trono Geoffrey Baratheon, Barristan viene destituito dalla Guardia Reale perché ritenuto troppo vecchio e a questo affronto rispose: “Io sono un cavaliere. Morirò da cavaliere.” Sgancia i fermagli del suo mantello, si spoglia dell’armatura, getta a terra la spada e lascia la sala dichiarando che si sarebbe messo al servizio del vero Re dei Sette Regni.
Leggete adesso cosa scrive Costain a proposito di William Marshal, conte di Pembroke:
“Nominato cavaliere in età inferiore a quanto voleva la consuetudine, egli cominciò a dare subito eccezionali prove di bravura nelle giostre. Il vincitore era sempre Guglielmo Marshal. Tutti gli uomini che ancora oggi vengono rammentati per il loro eroismo non potrebbero gareggiare in isolati episodi di valore con questo cavaliere inglese, ormai quasi dimenticato.
A sessantacinque anni di età, sentendosi incolpare di tradimento da Giovanni, Guglielmo Marshal scagliò al suolo la manopola di ferro e propose di regolare la questione sul campo dell’onore. Tutti diedero uno sguardo in tralice al vecchio campione invitto e si astennero dal raccogliere la sua sfida.”
Guglielmo Marshal fu nominato maresciallo d’Inghilterra, alla morte di re Giovanni, gli venne affidato il figlio Enrico che sarebbe salito al trono con il nome di Enrico III e resse il regno fino alla morte nel 1219.
Le sue ossa riposano in Temple Church a Londra.

C’è un ultimo riferimento che però non riguarda Le Cronache ma Il Signore degli Anelli di Tolkien… ma questa è un’altra storia.

Mrs Dalloway: fare il bene per amore del bene

Mrs Dalloway è un romanzo di pensieri.
Pensieri rivelati e pensieri celati.
C’è un po’ Proust nei salotti, nelle conversazioni mondane spezzate e nelle epifanie che emergono dagli oggetti.

“… allora lei provava ciò che provano gli uomini. Solo per un attimo, ma bastava. (…) Allora, in quell’istante, lei intravvedeva un’illuminazione; un fiammifero che brucia in un croco, un significato interiore quasi espresso. Poi ciò che s’era fatto dappresso si ritirava; l’attimo finiva.”

C’è tanto Joyce nel raccontare flussi di pensieri liberi dagli schemi e dalle unità di luogo e tempo: il passato si mescola al presente, rivive nel presente. È quasi più vero del presente. Oltretutto è pure ambientato in una giornata di giugno come l’Ulisse, in una città, Londra, rumorosa e caotica in cui il tempo è scandito dai rintocchi del Big Ben.

Però è tutto Woolf, tutto femmina, quasi a voler provare che quando una donna si mette in testa di fare un lavoro da uomo lo fa meglio (merito probabilmente della famosa stanza). E, consentitemi di dirlo, lo fa davvero meglio di Joyce!
Scorrono su vie parallele il detto e il pensato: da un lato i dialoghi ad alta voce, dall’altra i non detti che vengono esplicitati su carta.
È come se in ogni situazione, in ogni incontro si possa vedere quello che accade e quello che potrebbe accadere.
Solo un personaggio, Septimus, non ha pensieri nascosti ma dice quello che sente di dire.

Clarissa Dalloway è il perfetto prodotto dell’alta società inglese: snob, impenetrabile, glaciale, talmente rigida che non può muoversi o rischia di spezzarsi. Sta preparando una festa, un perfetto evento mondano in cui ogni elemento deve essere studiato con attenzione: dalle composizioni floreali alla lista degli invitati. Nella perfezione meccanica del suo mondo, scandita dai rintocchi del Big Ben, si insinuano, non invitate, tre anomalie.

La prima anomalia è Peter Walsh che si presenta a casa sua di mattina, l’uomo che avrebbe dovuto sposare ma che invece lasciò, e lui fece una terribile scenata, perché troppo vivo, troppo vicino. Con Peter Clarissa avrebbe dovuto mettersi troppo a nudo, avrebbe dovuto rinunciare alla sua intimità e riservatezza per diventare una creatura unica con l’uomo che amava, a Peter avrebbe dovuto aprire tutti i cassetti dei propri armadi segreti, avrebbe dovuto condividere con lui ogni pensiero mentre lei vuole mantenere incontaminata e inesplorata quella sua dimensione interna. Ha sposato invece Richard, un uomo psicologicamente semplice che ama la pace e chiede alla moglie di essere solo sua sposa e non parte di sé.

“Con Peter invece bisognava condividere tutto, andare al fondo di ogni cosa, era intollerabile”. “C’è una dignità nelle persone, una solitudine; perfino tra marito e moglie, c’è un abisso di distanza, che bisogna rispettare… perché a perderla noi stesse, o a toglierla, contro la sua volontà, a nostro marito, perderemmo l’indipendenza, il rispetto di sé – qualcosa che è, dopo tutto, senza prezzo”.

La seconda anomalia che si presenta alla sua festa è Sally Seton, l’amica di gioventù per la quale provava ammirazione e attrazione, una forte attrazione.
Poi tutto si ruppe anche con lei che sposò un borghese arricchito e andò vivere con lui a Manchester. Inconcepibile per Clarissa, l’amica fu abbandonata.

La terza anomalia è Septimus Warren Smith, un reduce della Prima Guerra Mondiale traumatizzato con una chiara sindrome post traumatica da stress “ma il dottor Holmes diceva che non era niente”. Anche Septimus si insinua nella sua festa, proprio nel momento culminante, la notizia della sua morte per suicidio serpeggia nel suo salotto.
La Morte entra nel suo salotto, Clarissa viene sopraffatta dalla notizia del suicidio di uno sconosciuto per il quale non prova dolore ma empatia, si allontana dai suoi ospiti e, lì, in quel momento, la penna della Woolf graffia sulla carta.

“La morte è una sfida. la morte è un tentativo di comunicare: la gente sente l’impossibilità di raggiungere il centro che, misticamente, ci sfugge; così ciò che è vicino si allontana; l’estasi svanisce; si resta soli. Nella morte c’è un abbraccio. Sì, quell’uomo giovane s’era ucciso – ma s’era buttato tenendo stretto il suo tesoro? “Se dovessi morire ora, sarebbe la perfetta felicità,” s’era detta una volta, scendendo le scale vestita di bianco.
(…)
Lei s’era salvata. Ma quell’uomo s’era ucciso.”

“Non siamo tutti prigionieri? – si chiede Sally Seton – Aveva letto una commedia meravigliosa dove c’era un uomo che scriveva sui muri della prigione; e lei aveva capito che era così la vita – si scrive sui muri della prigione”.

Sally Seton è immensamente felice: ha capito che siamo tutti prigionieri e lo ha accettato. Clarissa intravede la verità che porta nel nome e la morte di Septimus le fa intravvedere una via d’uscita, un modo per portare con sé e per sempre, immacolata, quella sua individualità e riservatezza che le aveva fatto mandare a monte la storia con Peter Walsh. Perché quel nome, Clarissa, e i continui riferimenti a immagini di clausura e alle suore, rivelano la costrizione della sua situazione.
Ne I Miserabili, Victor Hugo scrive che ci sono due tipi di schiavitù: la prima è la prigione per espiare un crimine, una prigione che ha un limite fissato legalmente, la seconda è il chiostro. Nel primo caso l’espiazione è comprensibile ma nel secondo? Di quale espiazione si fanno carico le monache? Della più divina, scrive Hugo: l’espiazione per gli altri.
E Clarissa? Clarissa, nella sua prigione di cristallo, metteva insieme, creava: Un’offerta per amore dell’offerta.

“Era il più perfetto esemplare di scetticismo che (Peter) avesse mai incontrato, e forse diceva a sé stessa, visto che siamo una razza condannata, incatenata a una nave che affonda, visto che è comunque tutto un brutto scherzo, facciamo almeno la nostra parte, cerchiamo di mitigare le sofferenze dei nostri compagni di sventura, decoriamo la prigione di fiori e cuscini, cerchiamo di essere buoni per quanto ci è possibile. Quei ruffiani, gli dei, non l’avranno sempre vinta – la sua idea era che gli dei, pur non rinunciando mai all’occasione di ferire, ostacolare e rovinare la vita degli uomini, sarebbero rimasti seriamente sconcertati se malgrado tutto lei si comportava da vera signora.”
Non credeva ci fosse un Dio, non era colpa di nessuno, e così s’inventò una specie di religiosità atea che consisteva nel fare il bene per amore del bene.”

Clarissa vive l’attimo, ama il qui, ora, di fronte a lei.
C’è da pensare che forse le sue feste, così frivole, così snob, cos’ criticabili e criticate, fossero solo un modo per godere della vita e farne godere anche agli altri.

Burn them all!

Martedìstoria

Abbattetele tutte
Abbattete ogni statua e ogni monumento perché dietro ognuno si cela una storia di violenza e sopraffazione.

Abbattete la colonna traiana e la statua equestre di Marco Aurelio che rappresentano l’espansione di un impero in un mare di sangue e razzismo,.
Abbattete monumenti e targhe garibaldine e partigiane perché ognuno di loro imbracciava un fucile o una pistola e fece valere le proprie ragioni di libertà nel sangue.
Buciate i quadri di David che raffigurano Napoleone! Che importa l’arte se raffigura un impero costruito sulla violenza?
Bruciate il Gattamelata di Giorgione.
Bruciate il Paolo III di Raffaello visto che, per diventare cardinale, il Farnese mise la sorella Giulia nel letto del Borgia per poi confinarla lontano da Roma perché la sua presenza, morto Alessandro VI, era diventata imbarazzante.
(Lei, meravigliosa, gli lasciò in eredità il letto).
Abbattete ogni simbolo o monumento cristiano, musulmano o ebraico perché dietro le religioni monoteiste si cela un’imposizione e l’esclusione di tutto quel che non è “noi”, abbattete le chiese, ricche di tesori di crociata in terra altrui, abbattere le statue di Cristoforo Colombo che con le sue caravelle portò la distruzione nelle Americhe.
Bruciate i film di Chaplin, le tele di Picasso, i libri di Céline.

Abbattetele tutte! Non lasciate nessun simbolo, nessun ricordo, nessuna memoria.
Circondiamoci solo di Monet, Lorraine e Turner

No.
Volete rimuovere solo una statua che ritrae un uomo che scrive.
Perché è la scrittura che vi fa paura, è il giornalista la vostra spina nel fianco, è l’opera di divulgazione che non riuscite a tollerare: la cultura deve restare affare di pochi, la libertà non è ammessa se non con la violenza.
E cosa importa se quell’uomo è stato tra i più grandi giornalisti italiani, cosa importa se il suo furore divulgativo ha fatto scoprire agli italiani quanto fosse bella e appassionante e viva la storia d’Italia

Fondete la scritta sul cancello di Auschwitz perché dietro quel cancello possono rivivere apologie di vuolenza.

Questo siamo: ogni monumento, ogni statua ci ricorda ciò che siamo stati e ciò che saremo: imperfetti.
È da questa imperfezione che abbiamo plasmato il nostro mondo. Siamo talmente imperfetti che per spostarci e deambulare abbiamo scelto il solo modo che richiede costantemente di trovare un nuovo equilibrio tra destra e sinistra, avanti e dietro, mentre gli altri mammiferi appoggiano saldamente su quattro zampe e potrebbero anche dormirci in quella posizione.
Noi no!
Noi siamo obbligati ad avanzare e progredire sempre alla ricerca di un equilibrio che non troveremo mai.

La nostra razza avanza cadendo.

Gni movimento in avanti è paura del vuoto.

Questa è la nostra fortuna, la nostra gioia e la nostra lenta agonia: l’instabilità, l’imperfezione, l’ombra di un peccato che ci avvolge.

Dreyfus, l’uomo che spaccò la Francia

martedìstoria dreyfusardo

Ne I Guermantes, terzo volume della recherche di Marcel Proust, l’Affaire Dreyfus è il protagonista dei salotti parigini. L’argomento viene sapientemente utilizzato dall’autore per svelare pensieri e atteggiamenti sociali dei personaggi.

Così, frugando tra i libri di storia che mi furono regalati da un’amica, ho ripescato il Dreyfus di Fausto Coen che non avevo ancora letto.
E che sorpresa!
Mi aspettavo l’ennesimo saggio pieno di nomi e di date, invece è uno scritto critico sull’Affaire e soprattutto su tutto il contesto politico, sociale e culturale della Francia di fine Ottocento.

La storia è abbastanza nota: Alfred Dreyfus, capitano dello Stato Maggiore Francese fu condannato all’esilio all’Isola del Diavolo, nella Guyana francese, con l’accusa di alto tradimento: aver trasmesso all’addetto militare tedesco Maximilien Schwartzkoppen informazioni sensibili sullo stato delle milizie francesi.
L’accusa si manifestò presto falsa a una più attenta indagine, delle due prove con cui fu incriminato una era una semplice supposizione, l’altra invece era stata maldestramente costruita, un altro ufficiale era il traditore: Walsin-Estherhazy ma non venne mai incriminato, per anni la giustizia della Corte Marziale si accanì solo contro Dreyfus e non ammise altri colpevoli.

La prigione di Alfred Dreyfus sull’Isola del Diavolo, nella Guyana francese. L’isola era riservata ai prigionieri politici.

Perché?

Per comprendere le ragioni di questa tragedia giudiziaria si deve conoscere la storia di Francia della seconda metà del XIX secolo: l’Impero di Napoleone III aveva subito una pesantissima sconfitta nel 1870 nella battaglia di Sedan durante la guerra franco-prussiana, l’imperatore, in esilio in Inghilterra, fu rovesciato e fu instaurata la Repubblica.
Due forze conservatrici, sopravvissute alla disfatta generale, mantenevano ancora il potere e auspicavano la restaurazione degli antichi valori imperiali manovrando nell’ombra l’opinione pubblica: il clero e i militari. Contemporaneamente la neonata stampa di destra, antisemita, contribuiva a creare un’opinione pubblica favorevole ai militari, al clero e ostile agli ebrei: Dreyfus era il perfetto colpevole per tutti.

Fausto Cohen, nelle prime cento pagine del suo Dreyfus, ricostruisce la vicenda del maggiore francese, la tenacia della moglie Lucie e del fratello Mathieu che credettero sempre e senza tentennamenti nella sua innocenza, l’ostinazione del senatore Scheurer-Kestner, del tenente colonnello Georges Piquart, di Zola, Lazare e Reinach che ingaggiarono una battaglia contro la Corte Marziale, nei tribunali, in parlamento e sulla stampa, per restaurare la giustizia non appena vennero messi a conoscenza della verità.

Si legge come un thriller, come una spy-story ma la parte più succulenta arriva quando la vicenda di Dreyfus è stata raccontata.

Coen non si limita a riportare i fatti dell’Affaire: nella seconda parte del libro si sofferma ad analizzare tutti gli aspetti di contorno della storia: la situazione politica della Francia e il nascente antisemitismo, le battaglie nei salotti che videro tra i protagonisti ovviamente Zola ma anche Proust, Anatole France, Jules Renard, Monet, Renoir, Cézanne, Pizarro e Mme Strauss, la voglia di modernità, la Tour Eiffel, il cinema dei fratelli Lumière e Méliès, il primo avion e l’emergere dei banchieri ebrei.
E poi la nascita del sionismo con Theodor Herzl: proprio in quegli anni nacque il suo sogno, proprio a Campo di Marte dove assistette, assieme a giornalisti, militari e gente comune, alla degradazione di Dreyfus e udì, tra la folla, il grido “morte agli ebrei”.
Coen ricostruisce anche la ricezione dell’Affaire in Italia, dove tutti credettero all’innocenza del capitano francese sin dal principio e non si capacitavano dell’enormità dell’ingiustizia di quel paese così evoluto, innovatore, ispiratore che era la Francia agli occhi degli italiani. Sui giornali che parlavano del processo i titoli passarono presto da due a cinque colonne, gli intellettuali italiani guidavano l’opinione pubblica ed erano tutti schierati dalla parte di Dreyfus. Tutta Italia era schierata dalla parte del capitano francese. Tutti tranne la stampa cattolica.

Corriere della Sera: 13 gennaio 1898

Chiude il libro, e non potrebbe essere altrimenti, il “J’accuse” di Emile Zola, la lettera aperta al presidente della Repubblica francese Félix Faure apparsa il 13 gennaio 1898 sul giornale L’Aurore. In questo articolo Zola non solo redige gli otto capi d’accusa che renderanno il documento immortale ma è la prima volta che ai francesi, e al mondo, vengono raccontati con ordine i fatti, descritti i personaggi, spiegati tutti gli intrighi che avevano condannato Dreyfus alla deportazione. La chiarezza, la precisione e lo stile di Zola non sono solo quelli di uno scrittore ma di un attento giornalista. Con il suo articolo l’autore, forse ancor più che con i suoi romanzi, si fece interprete del cambiamento della Francia.

NuméroL’Aurore : littéraire, artistique, sociale / dir. Ernest Vaughan, 13 janvier 1898
https://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k701453s

Un cenno alle conseguenze dell’Affaire Dreyfus che forse alcuni ignorano:

  • Theodor Herzl, come ho già scritto, un ebreo ungherese non praticante, ebbe proprio a Campo di Marte, durante la degradazione dell’ufficiale francese, la sensazione che si dovesse fare qualcosa contro l’antisemitismo.
  • Il ministro Emile Combes chiuse tutte le scuole delle congregazioni religiose, frequentate soprattutto dai figli della nobiltà, della ricca borghesia, dei militari graduati e dell’alta burocrazia che erano una fucina di idee conservatrici e nostalgiche dell’ancien régime
  • I Ministri della Guerra non furono più scelti tra i militari ma tra politici e parlamentari, la stessa funzione del controspionaggio venne assegnata alla polizia politica.
  • La giustizia civile prese il sopravvento su quella militare

Tris d’assi per Erodiade

Silvio Pellico, Gustave Flaubert, Oscar Wilde

Erodiade, Erode, Salomé
Italia, Francia, Irlanda
1883, 1887, 1891

Tre autori che nell’arco di meno di dieci anni mettono in scena lo stesso tema da tre punti di vista diversi.
L’antefatto è lo stesso.
Erodiade sposa in seconde nozze Erode Antipa, tetrarca della Galilea. Con il matrimonio contravviene alla legge ebraica perché era già stata moglie di Erode Filippo, fratellastro di Antipa, ma lo aveva abbandonato per sposare quest’ultimo. La legge ebraica permetteva di sposare il fratello del marito solo in caso di morte del primo. Giovanni il Battista si scaglia ferocemente, nelle sue prediche, contro la relazione tra Erode ed Erodiade e soprattutto contro la donna che definisce “figlia di Sodoma”. Per questo furore Giovanni viene imprigionato dal tetrarca: ha mosso le folle, è considerato pericoloso per l’autorità di Erode.

Negli anni sessanta dei XIX secolo il tema di Erodiade e Salomé esplode in Francia: Baudelaire dedicherà loro i testi 27 e 28 della sezione ‘Spleen et Ideale’ de Les Flers du Mal, nel 1876 viene esposto al Salon International il quadro Salomè danza davanti ad Erode dipinto da Gustave Moreau (tempera alla quale seguirà dopo breve il dipinto a olio L’Apparition).
La vicenda di Erodiade, Erode e Salomé diventa uno dei temi principali del decadentismo.

Di seguito, molto brevemente, accenno a come venne sviluppato il tema in Flaubert, Wilde e Pellico soffermandomi un pò di più sul Pellico perché sembra essere ignorato dalla critica (forse perché in Pellico Salomé c’è e non c’è).

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