La via

Sai cosa è bello qui? Guarda; noi camminiamo, lasciamo delle orme sulla sabbia, e loro restano lì, precise, ordinate. Ma domani, ti alzerai, guarderai questa grande spiaggia e non ci sarà più nulla, un’orma, un segno qualsiasi, niente. Alessandro Baricco – Oceanomare
Lascia che agli occhi della tua mente appaia una via Rosario di Palazzo, Via Chiaia, vico S. Anna di Palazzo, che sale che sale, poi, a sinistra non sale più, poi a sinistra vico Rosario di Palazzo che sale fino a ‘o puntone ‘o vico, Palazzo Stamperia dove sono nato, dove siamo nati tutti. C’era in nonno, zio Gino, zia Adriana, i piani di sopra, le cugine, pure zia Elvira, zia Caterina. Pasqua, Natale, Pasqua, Natale… a Pasqua il nonno benediva e poi diceva: ”Chissà l’anno che vvene si ci’o vvego”. Zio Vincenzo, a Capodanno… i botti. Secco-secco zio Vincenzo, gli piaceva il vino: “bevi, questa è uva” (sorridi), zio Vincenzo, i bassi e l’appiccico delle vaiasse. Zia Adriana, giocavamo con le cugine, anche quando è nata Marica. Ciccio, all’incrocio, il palazzotto antico… Guzzi 500 a tre ruote, scaricava le cassette di frutta… con quella bilancia che faceva (riproduci il suono)… poi, se volevi controllare, era sempre buon peso, non imbrogliava. Io andavo a fare la spesa; nell’altro vico c’era Rescigno pane, pasta, pane, pasta, lunga, lunga, lunga, “sei tornato, sei stato all’estero”. Do you speak english? Yeah! De Rosa, il profumo di caffè, la torrefazione, il caffè a casa si macinava… Dall’altra parte i banchi del pesce (riproduci il vociare dei pescivendoli in napoletano: sembra un film). Quello vendeva arance “Ebbì ‘e purtualle fresche” quello che vendeva i giornali “O Matino”. I capitoni. Strana chiesa, sempre chiusa, mah, chissà perché, non l’ho mai capito. Quanta gente, tutti che si muovono, non c’è nessuno che sta fermo (sonoro perfetto, ci vorrebbe il registratore). Signurì, Signurì, Ciccio, Ciccio, quella strada non la conosco, ah, le scale, piazzetta Augusteo. Funicolare, via Roma… In macchina, col nonno, alla villa comunale, con i giochi per i bambini, domenica, nonno, le paste, domenica, le paste, ‘e pastarelle. La Seicento, via Caracciolo, il mare, il mare. Zì Teresa, con nonno, Zì Teresa, i ragazzi in acqua, butta 100 lire, “le devi andare a pigliare”… signurì, signurì, cento lire, Castel dell’Ovo, mah, che mistero, quant’è vecchia… e cammina? È più grande, andiamo a piazza Municipio, quant’è grande, il porto, Maschio Angioino, questo sì che è grosso! In quella traversa di via Roma, da Cimmino, mamma mi comprò la chitarra. Sapore di sale, sapore di mare, che hai sulla pelle, che hai sulle labbra. Sapore di sale, sapore di mare… Re Carlo tornava dalla guerra (sospiri). Re Carlo tornava dalla guerra (sospiri, più volte, dando la sensazione di sofferenza). Canta, canta, tanto sei sempre solo, quando canti (sospiri ancora, dolorosamente), tanto sei sempre solo, quando canti. The end. Son. E’ finito il film, luci in sala. Ma che bel film, hai pianto? No. Cinema… pop-corn, dieci cent, tutti i bambini avanti, tutti gli adulti dietro. La gatta sul tetto che scotta. La carrozzella, i cavalli secchi, secchi (rumore del cavallo: perfetto). Tassì! Sempre a fare le corse. (Segue elenco di marche di auto, non faccio a tempo a scrivere) Un altro porto, va, viene, va viene, un altro porto. Piazza Ataturk. Estate, che caldo, mamma mia, che caldo, i pescatori che tirano la rete, pasta alla Narlìdere, melanzane, mozzarella, pomodoro… (spontaneamente smetti di parlare, un flusso che si esaurisce, da solo).
Oddio che bello, “bevi, questa è uva” quante volte l’ho sentita anch’io, nell’attimo in cui è emersa dalla polvere dei ricordi mi sono ritrovata sotto un portico coperto di glicine, profumatissimo, coloratissimo. E c’erano anche quei fiori strani, fatti a trombetta, arancioni, dal profumo pungente. C’era un cancellino e una scala e un salice che affondava le radici nel cemento e, senza volerlo, lì dive tu vedi Napoli io vedo Scalea. La doccia che non potevo fare perché a me toccava la tinozza in giardino (chi sa perché), la moto e le ciabatte di gomma con i fiori rosa. Una bici in due, io stavo dietro, un dosso, una caduta… mi guardo il braccio destro e rivedo una cicatrice ormai cancellata. La strada per andare al mare non la ricordo ma mi ricordo quella per tornare a casa, in cinque, forse sei, in una 127 che era rimasta tutto il giorno sotto il sole, carichi di provviste avanzate (poche), di sdraio, di ombrelloni, palle e braccioli. Una sediolina strana che affondava tra i sassi. Gli scogli, i ricci presi con le mani da me che ora ho paura dell’acqua alta, i ricci mangiati e non mi piacevano, il cartello “discarica”, ma tanto sono sopravvissuta. E la sera i giochi con le carte e le canzoni di De André. Le stelle, tante, pochi lampioni distanti che illuminavano la scena come occhi di bue e tutto il resto rimaneva al buio.
Non c’erano i libri… non me li ricordo.
Scusa… ma dopo la citazione di Zio Vincenzo sono partita per la tangente, come al solito, e mi sono fatta un viaggetto. Poi sono tornata… e mentre io ripensavo a De André, Re Carlo tornava dalla Guerra…
Ps. Quando si canta si è sempre almeno in due, tu e la musica.
NOTE
– ‘o puntone ‘o vico: l’inizio del vicolo
– Chissà l’anno che vvene si ci’o vvego: chissà l’anno prossimo se lo vedo
– Secco-secco: magro-magro
– bassi: abitazioni monocamera al piano terra, tipiche dei vicoli napoletani, abitate dalle famiglie più umili
– vaiasse: le donne che abitano i bassi, parola diventata sinonimo di donna volgare
– Rescigno: negozio di alimentari
– Ebbì ‘e purtualle fresche: ecco le arance fresche
– piazzetta Augusteo: che si apre su via Roma (oggi rinominata via Toledo), con cinema Augusteo e stazione della funicolare per il Vomero
– La Seicento: la macchina del nonno
– i ragazzi in acqua: chiedevano ai clienti del ristorante Zì Teresa di gettare in acqua delle monetine, poi si immergevano e le prendevano prima che toccassero il fondo
– mamma mi comprò la chitarra: la prima chitarra me la comprò mamma, ma per non farsi sgridare da babbo gli disse che me l’aveva regalata il nonno
– Son: fine in lingua turca; il racconto si trasferisce in Turchia
– pasta alla Narlìdere (località vicino Smirne dove andavamo a villeggiare; chiamavamo così quella buonissima pasta al forno che faceva mamma)
Foto: Phuket

Medievalando

L’altro giorno non facevo nulla di particolare: vegetavo, un po’ davanti al computer cercando ispirazione per un post, un po’ davanti alla televisione, zappingando tra una partita de beach e Leslie Nielsen, tavole rotonde sui diritti tv del calcio e i video di MTV. Capito su Canale 5, stavano dando “Il destino di un Cavaliere”, quello con il tipo morto di Batman per intenderci. So bene che ai puristi questo film dà il voltastomaco: dal punto di vista filologico è una vera porcata se si considera che i vestiti sembrano usciti dall’atelier di Gautier e che Chaucer faceva il bardo nei tornei per un poveraccio. Ciononostante mi è sempre piaciuto, nella sua ironia e dissacrazione trovo qualcosa di accattivante. Di sicuro, se si prende come pietra di paragone “Il mestiere delle armi” di Ermanno Olmi il confronto non regge, però devo confessare che il filmetto me lo guardo ogni volta che lo passano mentre il polpettone non sono nemmeno riuscita a finirlo e sono stramazzata sul divano dopo la seconda ora, forse domani lo riguarderei ma di mattina e con un’abbondante tanica di caffè… magari anche con gli spilli negli occhi. Il merito di Brian Helgeland, il regista del filmetto, è, a mio avviso, quello di far entrare completamente lo spettatore nel periodo e di renderlo piacevole, ammiccante. La ricostruzione scenografica non è male, i protagonisti sono dei gran figoni e giuro che ruberei uno di quei vestiti femminili per mettermelo addosso e fare la damina: sono così colorati e maliziosi che ribaltano completamente l’idea tramandata della donna medievale tutta preghiere e castità. Un’idea dei costumi e, soprattutto, dei desideri del tempo si può trovare in un simpatico fabliau, breve componimento in antico francese, un po’ moraleggiante, caratterizzato da un’ambientazione e da personaggi “bassi”, popolari. Il titolo è “Auberée”, qui riportato nell’edizione Pratiche 1994 a cura di Charmaine Lee.
Il passo scelto ritrae una donna rispettabilmente sposata che giace con un uomo che non è suo marito: <!– /* Style Definitions */ p.MsoNormal, li.MsoNormal, div.MsoNormal {mso-style-parent:""; margin:0cm; margin-bottom:.0001pt; mso-pagination:none; mso-layout-grid-align:none; text-autospace:none; font-size:10.0pt; font-family:"Times New Roman"; mso-fareast-font-family:"Times New Roman"; font-style:italic;} @page Section1 {size:612.0pt 792.0pt; margin:70.85pt 2.0cm 2.0cm 2.0cm; mso-header-margin:36.0pt; mso-footer-margin:36.0pt; mso-paper-source:0;} div.Section1 {page:Section1;}

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Testo in antico francese
Atant soef vers soi la sache,
si l’enbrace par mi les flans
qu’el ot mout tendres et mout blans,
la bouche li bese et la face.
La borgeise ne set que face,
mieus li vendroit estre a repos
qu’el porroit acuillir tei los
par ses voisins, et tei renon
jamés n’oroit se honte non.
La bourgeoise let son orgeil,
or est tornée en autre fueil.
Mout s’auouage et mout s’apese,
et le vallet l’acole et bese
et cele si fet bel atret.
Li .i. pres de l’autre se tret

si se joent ensemble et font le gieu

por quoi asemblé sunt. 

Traduzione

Ora la tira dolcemente a sé, 

e le stringe i fianchi

che lei aveva molto morbidi e bianchi, 

e le bacia la bocca e la faccia. 

La borghese non sa che fare, 

le converrebbe stare tranquilla 

perché potrebbe guadagnarsi una tale fama

e una tale reputazione con i vicini 

che le procurerebbe solo vergogna. 

La borghese abbandona ogni resistenza, 

ora cambia completamente musica. 

Si tranquillizza abbastanza e si calma, 

e il giovane l’abbraccia e la bacia e lei si dimostra disponibile. 

L’uno si stringe all’altra e si divertono insieme

e giocano al gioco per il quale si erano incontrati


Insomma, toccherebbe rivalutare un pochino la figura della donna nella storia.

Parafrasando le parole della nonna del Teo quando le parlò di me la prima volta:

“Le donne Teo… sono tutte mignotte”.

E poi che posso dire… il pezzo dei cavalieri che si accingono al combattimento sulla musica di “We will rock you” mi fa impazzire.

Foto: arazzo “La dama e l’unicorno” dettaglio di “L’allegoria del gusto” Foto: Maria Mantegna – Dama medievale

Foto: Dama alla toletta (boh)

La bestiaccia

Dettaglio di una giornata.
Bello svegliarsi c

on le rondini che cinguettano sotto al tetto… prima ascolto le rondini, poi un rumore curioso, di gatto, di gatto che si sta facendo le unghie sulla poltrona in camera da letto… non ci penso più di tanto, arraffo il cuscino e lo scaglio sull’animale bastardo che subito se ne disfa e si rotola a terra, mi viene vicino, monta sul letto, mi dà una musata ruffiana emettendo uno dei suoi tanti suoni che nulla hanno a che vedere con il miagolio e mi dice “Dai, non ti arrabbiare, ti faccio ridere vero?”. La micia dorme in un angolo del letto, lo sente salire e fa uno di quei versi che vogliono dire “De ti avvicini ti ammazzo”. Lui non se lo fa ripetere due volte e si avvicina quatto quatto al nemico, leggero come può esserlo un ippopotamo nel fango, un altro avvertim

ento, niente. Allora parte la gragnuola di botte e graffi sulla testa, la sola lingua che capisca.

La palla di pelo mi fa ridere perché pretende di essere un gatto e invece non lo è… non miagola, non è agile, non ruba il cibo, ma scava le piante.
Come dice il test delle multiple intelligences ho una propensione naturale per la natura e allora… sono andata a fare la spesa e, tra ruchetta e sabbia per i gatti, mi sono regalate due piantine.
Tornata a casa sono andata in soffitta per prendere un po’ di terra, un vaso e un sottovaso, ho tolto delicatamente le piantine dal loro involucro, ho aperto le radici e le ho posizionate nel nuovo vaso insieme. Poi ho aggiunto altra terra e le ho annaffiate…
Una è peperoncino, l’altra prezzemolo, tossico per i gatti…
Voglio vedere se il bastardo va a scavare anche in queste.

Cielo e terra

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Qui es-tu? Et pourquoi ton amour fait-il tant de mal? Il doit y avoir en toi quelque affreux mystère inconnu aux hommes. A coup sur tu n’es pas un être pétri du même limon et animé de la même vie que nous! Tu es un ange ou un démon, mais tu n’es pas une créature humaine. Pourquoi nous cacher ta nature et ton origine? Pourquoi habiter parmi nous qui ne pouvons te suffire ni te comprendre? Si tu viens de Dieu, parle et nous t’adorerons. Si tu viens de l’enfer… Toi venir de l’enfer! Toi si belle et si pure!
Les esprits du mal ont-ils ce regard divin, et cette voix harmonieuse, et ces paroles qui élèvent l’âme et la transportent jusqu’au trône de Dieu?
Et cependant, Lélia, il y a en toi quelque chose d’infernal. Ton sourire amer dément les célestes promesses de ton regard. Quelques-unes de tes paroles sont désolantes comme l’athéisme: il y a des moments où tu ferais douter de Dieu et de toi-même. Pourquoi, pourquoi, Lélia. Etes-vous ainsi? Que faites-vous de votre foi, que faites-vous de votre âme, quand vous niez l’amour? O ciel! Vous, proférer ce blasphème! Mais qui êtes-vous donc si vous pensez que vous dites parfois?
Si tratta forse di uno dei più bei incipit letterari che mi siano mai capitati sotto gli occhi : “Chi sei ? E perché il tuo amore fa così male?”. Sténio, innamorato, quasi posseduto dalla donna-Lélia, si interroga sulla natura della loro relazione e sulla natura della stessa Lélia. La chiama angelo e la fa discendere direttamente da Dio, poi la chiama demonio e la associa agli esseri infernali. La sua voce è canto di serafini e richiamo di sirena… La semplicità non incanta. L’attrazione nasce dal contrasto, dall’ambiguità, è più forte laddove gli estremi sono più vicini.
La natura di Sténio è in realtà devota e credente finché resta nell’ambito del conosciuto, si rivela fragile al cospetto di una creatura fuori dal comune e anche il suo credo vacilla come meglio si nota nel secondo estratto:
Hier, quand nous nous promenions sur la montagne, vous étiez si grande, si sublime, que j’aurais voulu m’agenouiller devant vous et baiser la trace embaumée de vos pas. Quand le Christ fut transfiguré dans une nouée d’or et sembla nager aux yeux de ses apôtres dans un fluide embrasé, ils se prosternent et dirent: “Seigneur, vous êtes bien le fils de Dieu!”. Et puis quand la nuée se fut évanouie et que le prophète descendit la montagne avec ses compagnons, ils se demandèrent sans doute avec inquiétude: “Cet homme qui marche avec nous, qui parle comme nous, qui va souper avec nous, est-il donc le même que nous venons de voir enveloppé de voiles de feu et tout rayonnant de l’esprit du Seigneur?” Ainsi fais-je avec vous, Lélia! A chaque instant vous vous transfigurez devant moi et puis vous dépouillez la divinité pour redevenir mon égale et, alors, je me demande avec effroi si vous n’êtes point quelque puissance céleste, quelque prophète nouveau, le Verbe incarné encore une fois sous une forme humaine, et si vous agissez ainsi pour éprouver notre foi et connaitre parmi nous les vrais fidèles!
Sténio vede in Lélia la trasfigurazione di Cristo e questa analogia ricorrerà per tutto il romanzo. S’inginocchia davanti a lei, bacia i suoi piedi come fece la Maddalena con Cristo perché Lélia è il nuovo profeta e Sténio il peccatore, appena iniziato alla nuova religione, meravigliato ed estasiato perché la divinità cammina al suo fianco.
Ma ecco che parla Lélia:
L’amour, Sténio, n’est pas ce que vous croyez; ce n’est pas cette violente aspiration de toutes les facultés vers un être créé; c’est l’aspiration sainte de la partie la plus esthétique de notre âme vers l’inconnu. Etres bornés, nous cherchons sans cesse à donner le change à ces cuisants et insatiables désirs qui nous consument; nous leur cherchons un bout autour de nous et, pauvres prodigues que nous sommes, nous parons nos périssables idoles de toutes les beautés immatérielles aperçues dans nos rêves. Les émotions des sens ne nous suffisent pas. La nature n’a rien d’assez recherché, dans le trésor de ses joies naïves, pour apaiser la soif de bonheur qui est en nous ; il nous faut le ciel, et nous ne l’avons pas ! C’est pourquoi nous cherchons le ciel dans une créature semblable à nous, et nous dépensons pour elle toute cette haute énergie qui nous avait été donnée pour un plus noble usage. Nous refusons à Dieu le sentiment de l’adoration, sentiment qui fut mis en nous pour retourner a Dieu seul. Nous le reportons sur un être incomplet et faible, qui devient le dieu de notre culte idolâtre. Dans la jeunesse du monde, alors que l’homme n’avait pas faussé sa nature et méconnu son propre cœur, l’amour d’un sexe pour l’autre, tel que nous le concevons aujourd’hui, n’existait pas. Le plaisir seul était un lien ; la passion morale, avec ses obstacles, ses souffrances, son intensité, est un mal que ces générations ont ignoré. C’est qu’alors il y avait des dieux et qu’aujourd’hui il n’y en a plus.
Lélia spiega la devozione di Sténio : l’uomo aspira al cielo e a Dio ma, non potendo raggiungerli, ripiega su di un essere imperfetto e mortale attribuendogli qualità divine e il sentimento creato in origine per Dio, l’adorazione, viene riversato sull’uomo. In principio non esisteva l’amore carnale, violento e disperato come oggi lo conosciamo, esisteva solo il piacere. In principio esisteva Dio, ora non più.
In realtà l’idea che mi sono fatta di Lélia è quella di una donna che avrebbe tutto per essere felice: soldi, posizione sociale, bellezza, amore… le manca però la capacità di apprezzare tutto questo, le manca la capacità di amare tutto questo, la capacità di essere felice e si ritrova a vivere l’apatia come scelta.
Je sais aujourd’hui Lélia tout entière, comme si je l’avais possédée ; je sais ce qui la faisait si belle, si pure, si divine: c’était moi, c’était ma jeunesse. Mais, a mesure que mon âme s’est flétrie, l’image de Lélia s’est flétrie aussi. Aujourd’hui, je la vois telle qu’elle est, pale, la lèvre terne, la chevelure semée de ces premiers fils d’argent qui nous envahissent le crâne, comme l’herbe envahit le tombeau, le front traverse de cet ineffaçable pli que la vieillesse nous imprime, d’abord d’une main indulgente et légère, puis d’un ongle profond et cruel. Pauvre Lélia, vous voilà bien changée ! Quand vous passez dans mes rêves, avec vos diamants et vos parure: d’autrefois, je ne puis m’empêcher de rire amèrement e de vous dire : « Bien vous prend d’être reine, Lélia, e d’avoir beaucoup d’esprit; car, sur mon honneur, vous n’êtes plus belle, et, si vous m’invitiez aujourd’hui au céleste banquet de votre amour, je vous préférerais la jeune danseuse Torquata ou la joyeuse courtisane Elvire.»
Ed ecco che tutto si svela, si svela la passione di Sténio per Lélia, si svelano il magnetismo e l’attrazione, la bellezza della donna, la sua divinità.
L’amore di Sténio era il riflesso della sua anima, la vedeva giovane e bella perché il cuore di Sténio era giovane, bello e puro. La vedeva divina e demoniaca perché lui serbava in sé quelle qualità che riuniscono cielo e terra. In fine Sténio si è logorato in una vita dissoluta e così anche l’immagine di Lélia si è logorata con lui. Capelli bianchi e labbra pallide hanno preso il posto di una folta chioma e colori vermigli. Lélia non è più divinità e non è più demonio: è una creatura mortale con tutti i suoi difetti, può dunque essere paragonata ora agli altri mortali e le si possono infine preferire altre donne riconoscendo loro qualità che le possano far risaltare di fronte a lei.
E’ davvero finito tutto?
Si, no, forse. Le restanti pagine del libro cambiano repentinamente ritmo, gli eventi si susseguono con sempre maggiore velocità, il racconto si fa sempre più romanzo e sempre meno trattato.
Non mi sento di consigliare questo libro a nessuno. Nonostante la presenza di alcune pagine davvero brillanti, le stesse impressioni positive hanno il loro lato negativo nell’estrema dilatazione… insomma, ‘na palla

Questa Europa

Re Carlo tornava dalla guerra
lo accoglie la sua terra
cingendolo d’allor
al sol della calda primavera
lampeggia l’armatura
del sire vincitor
il sangue del principe del Moro
arrossano il ciniero
d’identico color


Fabrizio de André – Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers



ANSA 25 agosto 2008: 500 siti web turchi hanno deciso di chiudere il proprio sito per protestare contro la censura di Stato. Negli ultimi mesi sono stati oscurati oltre 800 siti compreso il popolare YouTube.

La libertà di stampa e, più in generale, la libertà di espressione, è sicuramente indice di buon governo. Di fronte alle restrizioni che si manifestano nei paesi confinanti, l’Europa si erge a baluardo delle libertà e dei diritti umani, avendo risolto da tempo ormai la maggior parte degli attriti presenti sul suo territorio. In questa sorta di apparente isola felice della politica internazionale si verificano sempre più spesso tentativi di approdo, sbarco e annessione.
Ma l’Europa non è Facebook!
Qui non si tratta di popolarità, di gruppi e faccine, non è con l’allargamento della propria cerchia di amici che si ottengono gift da sparpagliare per il mondo ai malcapitati che se li ritrovano poi nelle applications e non sanno cosa farsene.
Mi piace di più l’idea di Europa come privé, circolo ristretto di soci con interessi comuni.


Sono secoli che cerchiamo di buttare gli invasori fuori dalla porta e quelli si ripresentano dalla finestra, da quando alla morte di Maometto, nel 632, i califfi, che rivestivano sia funzioni religiose che politiche, assimilabili a quelle di papa ed imperatore contemporaneamente, iniziarono a diffonder

e l’islam fuori dell’Arabia. Gli eserciti arabi intrapresero campagne militari contro i due grandi imperi confinanti: l’Impero Bizantino e l’Impero Persiano. Cominciarono col conquistare Damasco e poi proseguirono giù, giù lungo la costa nordafricana fino a passare lo stretto di Gibilterra. Nel 712 la Spagna era sotto il dominio della mezzaluna (per la cronologia qui). Attraversarono i Pirenei e conquistarono Narbonne, Autun, Tours e Bordeaux.

Carlo Martello, sconfiggendoli a Poitiers nel 732, pose fine alla loro avanzata. Nessun’altro avrebbe potuto contrastarli in quanto allora Italia e Germania erano divise in staterelli dall’irrisorio potere politico e militare.
Dopo anni di intervallo la riconquista dell’Europa riprese nel 778 quando Carlo Magno, nipote di Carlo Martello entrò in Spagna e, a più riprese, con l’aiuto di Ludovico il Pio riuscì nell’impresa di arrivare fino a Barcellona e Cordoba e istituire la Marca Hispanica.


Altro tentativo di infiltrazione ci fu a partire dal XIV secolo. Si impadronirono del Kossovo, di Valona, di Costantinopoli nel 1453 ponendo fine all’Impero Romano d’Oriente, dominarono Bosnia, Ungheria, Transilvania, Moldavie a Valacchia (cronologia qui).

Nel 1529 l’assedio di Vienna.
1571: Spagna, Venezia, Stato Pontificio, Urbino, Savoia, Genova, Lucca, cavalieri di Malta, Parma, Mantova, Ferrara e Toscana firmarono la Lega santa per prottegersi contro l’avanzata dei Turchi e dispiegarono un numero impressionante di forze.
La Lega santa pose fine una volta per tutte alla loro avanzata nel 1571 con la battaglia navale di Lepanto.

Mentre oggi l’Europa prostituta non disdegna di prendersi un altro amante per farsi grande.


“E’ mai possibile o porco di un cane 

che le avventure in codesto reame

debban risolversi tutte con grandi puttane


Foto: Carlo alla battaglia di Poitiers” Charles de Steuben
Foto: la battaglia di Lepanto