Ceci tuera cela

Di solito non parlo di libri in corso di lettura ma, a mente fresca, devo fare un’eccezione.
Racchiuso nel cuore di Notre Dame de Paris di Victor Hugo c’è un capitolo che apre al lettore un’atmosfera da saggio: una dissertazione sulla funzione dell’architettura nel Tempo. L’architettura come grande libro dell’umanità.
In qualche modo cerco di tradurre e perdonatemi se il testo non corrisponde alle versioni italiane.
“Dall’origine delle cose fino al quindicesimo secolo dell’era cristiana incluso, l’architettura è un gran libro dell’umanità, l’espressione principale dell’uomo nei suoi diversi stadi di sviluppo, sia come forza, sia come intelligenza.

Quando la memoria delle prime razze si sentì sovraccaricata, quando il bagaglio dei ricordi del genere umano divenne così pesante e confuso che la parola, nuda e volatile, rischiò di perdersi sulla strada, li si trascrisse sulla terra nel modo più visibile, durevole e naturale. E’ stata sigillata ogni tradizione sotto un monumento.

L’architettura fu dapprima alfabeto. Si piantava una pietra in piedi ed era una lettera, e ogni lettera era un geroglifico, e su ogni geroglifico giaceva un gruppo di idee come il capitello sulla colonna. Ritroviamo la pietra innalzata dei Celti nella Siberia asiatica, nelle pampas d’America.”

“Più tardi si fecero le parole. Si posò la pietra sulla pietra, si accoppiarono queste sillabe di granito”..”Infine si fecero i libri. le tradizioni avevano generato simboli… tutti questi simboli crescevano, si moltiplicavano, si incrociavano, si complicavano sempre di più.”
“Nel quindicesimo secolo tutto cambia.
Il pensiero umano scopre una maniera di perpetuarsi non solo più durevole e più resistente dell’architettura ma anche più semplice e più facile.
L’architettura è detronizzata. Alle lettere di pietra di Orfeo si succedono le lettere di piombo di Gutenberg.”
“Venga il diluvio, la montagna sarà scomparsa da tempo sotto i flutti e gli uccelli voleranno ancora.”
Per anni ho osservato le cattedrali senza comprendere la loro funzione, se non quella più palese di luogo di comunione, poi un professore mi aprì gli occhi e mi svelò il loro segreto. Una verità che per secoli è stata alla portata di tutti ma che si è perduta nel tempo.
Mi calo per un istante nei panni di una tessitrice del XIV secolo: mi reco in una chiesa della mia città ma assisto distante perché i posti mogliori sono occupati da persone molto più importanti di me, la voce del predicatore mi arriva lontana e comunque la messa è recitata in latino e io conosco solo il volgare, mi guardo attorno e ci sono strani simboli sulle pareti, sono scritte, mi dicono, ma io non so leggere.
In soccorso mi arrivano le immagini incise accanto a quei simboli: cavalieri, santi, l’Arcangelo Gabriele davanti alla Madonna, Gesù battezzato da Giovanni. 
Sacro e profano. 
Sui muri delle cattedrali si riportavano anche le gesta dei condottieri che si segnalavano nelle crociate, le loro armature, i cavalli bardati, gli stendardi.
La montagna di pietra è il libro che mi insegna la storia umana e la storia divina e la luce che filtra illumina le vetrate, anch’esse libri ma a colori ed evidenzia, nelle diverse ore del giorno, le diverse parti di questo manoscritto.
Hugo si spinge oltre dicendo che il libro cartaceo sopravviverà al libro di pietra, lo ucciderà, (ceci tuera cela) perché più agile e perché ne è maggiore la possibile diffusione ma, se è vero che i libri si moltiplicano e si espandono sulla terra diffondendo con loro la cultura, è anche vero che, ogni anno, milioni di persone si mettono in viaggio per leggere grandi libri di pietra come le Piramidi, Notre Dame e Stonehenge.

Ladri di libri


E’ notizia di oggi, riportata da Il Giornale:

“È l’eterno, maledetto male dei libri che ha colpito – è solo l’ultimo in ordine di tempo, ma certo uno dei più avidi che la storia dei ladri di biblioteca conosca,visto il numero di furti- un uomo di 46 anni, di Caponago, nel milanese, il quale negli ultimi dieci anni ha preso in prestito con documenti falsi in varie biblioteche di Milano oltre 5.000 volumi di particolare valore. Senza mai restituirli. Fino a che il direttore della Sormani, una delle biblioteche più colpite dal «ladro di carte», ha segnalato il caso alla polizia municipale. Dalle indagini è risultato che l’onnivoro lettore – dai gusti molto raffinati, c’è da dire – utilizzava una carta d’identità contraffatta e che in dieci anni di disonesto lavoro si era costruito, a spese dello Stato, una biblioteca personale da far invidia a bibliofili e collezionisti.”
In realtà la notizia l’ho appresa da Studio Aperto e sono andata a ricercarla su internet per approfondire l’argomento.
Su google cerco “Milano ladro di libri”… tanto per cominciare da qualcosa.
Esce una notizia tratta d a”Torino Oggi ” dell’8 febbraio 2008: “Arrestato ladro di libri antichi”, non è quello che cercavo: questo tizio i libri li rivendeva.
Poi è la volta del “Corriere della Sera “: Il milionario ladro di libri antichi”. Si tratta di un milionario iraniano, laureato a Harvard e al Mit, con un’insana passione per le pagine miniate. Per anni questo signore si era recato alla British e alla Bodleian Library, si era infilato guanti bianchi, necessari per maneggiare testi antichi, e aveva asportato con la perizia di un chirurgo pagine da volumi preziosissimi. Il tutto è venuto alla luce quando un ricercatore, sfogliando il trattato di Sir Thomas Herbert, «A Relation of Some Yeares Travaille, Begunne Anno 1626» ha scoperto con orrore che alcune pagine erano state tagliate.
Lasciamo stare per un attimo la vicenda della biblioteca italiana: si sa come vengono conservati i beni artistici nel nostro paese, nel Paese di Paga Pantalone non gliene frega niente a nessuno e può dunque accadere che nessuno si accorga che un testo manca da una biblioteca da una decina d’anni… ma dalla British Library questo non me lo sarei mai aspettato… questa specie di santuario della cultura internazionale che gode di fama internazionale non solo perché custode di un patrimonio immenso ma anche perché centro di seria ricerca universitaria… si lascia prendere per i fondelli da un arzillo ladruncolo sessantenne
Adesso però mi salta alla mente un paragone forse inappropriato ma… che ci volete fare?
A casa lavoriamo in due, dalla mattina alla sera, e le pulizie di solito si fanno il venerdì sera insieme. Quando passo il panno della polvere, come ogni buona donnina di casa, sollevo i vari soprammobili, ciaffi e libri disseminati qua e là per essere certa che nulla sfugga all’implacabile swiffer. E sto parlando di roba che al massimo avrà qualche decina d’anni.
Possibile che testi antichi di secoli siano destinati all’oblio e alla polvere per anni fino a che allo studioso Pinko Pallino non viene in mente di aprire il volume X per scoprire che ne mancano delle pagine? A paragone i miei libri dovrebbero ringraziarmi visto che ormai trasloco in media ogni due anni e loro con me.
Però, detto tutto questo, un po’ di comprensione per questo ladro milanese ce l’ho e mi piace comunque pensare che ebbe illustri predecessori: Francesco Petrarca confessò un giorno a un amico che per i libri provava un desiderio insaziabile e difficile da controllare; Giovanni Boccaccio si spinse a saccheggiare la biblioteca di un monastero per i classici contenuti e Poggio Bracciolini, grandissimo umanista, giustificò un suo furto in biblioteca dicendo che i volumi non erano conservati propriamente ma marcivano in uno scantinato.

Carmen


Ieri sera, al teatro della Fortuna di Fano, era in scena la Carmen di Bizet.
Sospetto che i vecchiacci dell’organizzazione volessero da principio tenersi la cosa per sé ma poi, accortisi che erano rimasti biglietti invenduti, si sono precipitati a rendere noto l’evento con manifesti e annunci su RadioFano.
Così il Teo martedì mi dice che sabato c’è la Carmen a Fano…
lo guardo un po’ e gli chiedo “Perché? Ti interessa?”
Non mi fido della sua risposta e gli rifaccio la domanda almeno altre due volte “Ci vuoi andare davvero?”.
Alla terza risposta affermativa mi fido e compriamo i biglietti su internet.
Risultato:
palco di primo ordine, senza possibilità di sceglier il posto, e ci ritroviamo a teatro appollaiati su sgabelli foderati di velluto a mo’ di pappagalli.
Va beh! La prossima volta eviteremo di fare gli sboroni e ce ne andremo in piccionaia… lì almeno quando stai seduto non hai le gambe penzoloni.
Però il teatro è carino, piccolo, neoclassico e soprattutto privo di quella sgradevole aria, misto di vecchio e polvere, che si respira in luoghi simili, anche perché, abbattuto durante i bombardamenti tedeschi della Seconda Guerra Mondiale, ha riaperto solo negli anni Ottanta (a noi il Petruzzelli ci fa un baffo).
L’allestimento è fuori dagli schemi e ricorda, in qualche modo lontano, le rappresentazioni come dovevano essere al Globe ai tempi di Shakespeare: l’opera si svolge in platea con pochi spettatori a circondare la scena, il coro seduto ai lati, sinistra donne, destra uomini (sì, è seduto e ci rimane per tutto il tempo), l’orchestra è sotto i palchi frontali e, sul palco, un megaschermo che rimanda immagini dal vivo e immagini di repertorio.
Ed è qui il bello: la commistione di sacro e profano, tempi del canone e tempi moderni, l’opera si sradica dal contesto ottocentesco e si proietta nella Spagna di Franco, sul finire della guerra civile (1938-39), e se ne rinforza nel significato: Carmen e i briganti non sono solo ribelli ma anime della Resistenza al Regime. 
L’atmosfera franchista si respira maggiormente nel primo atto: ai lati della scena manifesti di Franco, alle spalle scorrono immagini del Regime, le parate, le rappresaglie, la guerra civile, le lavoratrici nelle fabbriche di sigarette quando il coro intona il motivo de “la fumée” e i bambini del coro che intonano “Nous marchons la tete haute / comme des petits soldats” richiamano alla memoria i piccoli Balilla e la platea rumoreggia un po’ quando si atteggiano nel saluto romano.
Ma poi arriva lei, la Carmencita, e si ritorna nell’atmosfera del canone con la danza popolare Hebanera “L’amour est un oiseau rebelle”.
Anna Malavasi è brava, è giovane, è bella… è Carmen come deve essere. La sua è un’interpretazione intensa e coinvolgente e il suo sguardo, rimandato dallo schermo, incanta e ammalia.
Bizet l’avrebbe amata.
Si susseguono le arie celebri, quelle che ci portiamo dentro senza nemmeno sapere da dove vengano: “Près des remparts de Séville”, “Carmen, je suis comme un homme ivre” e finalmente entriamo nella taverna di Lilias Pastia, una sorta di bordello. Grazie al gruppo di ballo Balletto del Sud di Lecce l’atmosfera si scalda fino a diventare rovente, l’orchestra e il coro salgono di intensità, sulla scena prende atto un vero baccanale.
La musica è così coinvolgente che per una frazione di secondo dimentico di essere in un palco di teatro circondata da signore impellicciate, sbraccio e dondolo le gambe penzolanti, mi vorrei lanciare sul palco e abbandonare il mio trespolo infernale ma poi ritorno in me.
Perché l’opera non può essere vissuta come un concerto di musica rock? Perché non si può cantare e ballare e lasciarsi coinvolgere dalla musica? Quello che viene richiesto sul prato di uno stadio davanti a Vasco diventa sconveniente in questo contesto parruccone e bisogna celare l’entusiasmo e rimandare indietro le lacrime che montano agli occhi. Persino il Teo, durante l’ouverture, guardando la mia faccia inebetita davanti lo spettacolo, si è girato e mi ha detto di risollevare la mascella, che nel frattempo era caduta.
Quando entra Escamillo, il torero, mi sono già ripresa e subito gelata: se ne va talmente per conto suo che il direttore d’orchestra è costretto a cambiare ritmo e rallentare per farlo rientrare nella musica. Il pubblico non sembra rendersene troppo conto, del resto è l’unica imperfezione notevole della rappresentazione e viene subito dimenticata.
Alla fine del secondo atto, Carmen e i briganti decidono di rifugiarsi sulle montagne e di portare don José, brigadiere della guardia, innamorato di Carmen, con loro. Il superiore di don José tenta di fermarli ma viene bloccato, legato a una sedia e obbligato a guardare Carmen che, davanti ai suoi occhi, riduce in brandelli un manifesto di Francisco Franco, intonano il motivo di “la liberté” e il saluto romano del primo atto viene sostituito dal pugno chiuso riportandoci al tema della Resistenza.
I restanti due atti non posseggono la stessa intensità musicale dei precedenti ma non è colpa di questa messa in scena, forse semplicemente Bizet aveva già detto quello che voleva dire e doveva trovare un modo per concludere l’opera.
Accade anche nella letteratura e nel cinema che gli autori, presi da un tema coinvolgente, scoprano che il soggetto sfugge dalle mani e siano obbligati a riportarlo sui binari, a volte in modo banale. E’ un difetto intrinseco di quest’opera ma non se ne può volere troppo a Bizet che, comunque, ha dato vita a un’opera coinvolgente nella trama e nelle musiche.
Nella celebrazione degli artisti la Malavasi è stata accolta da una meritata ovazione con lancio di rose.
Per un attimo mi sono aspettata che l’orchestra si rimettesse a suonare il tema della Corrida con battimani del pubblico a tempo come al concerto di capodanno di Vienna sulla marcia di Radetzky.
Ma non siamo davanti a Vasco, siamo all’opera, e bisogna frenare l’entusiasmo.