L’Idiota

Chiuso Delitto e Castigo promisi a me stessa che non mi sarei mai più avventurata a leggere opere di Dostoevskij.

Anni sono passati e si assottiglia sempre di più la lista dei libri che riesco a comprare in libreria così, in un giorno, mi sono portata a casa “L’Idiota”, “I Demoni” e “I fratelli Karamazov”, dimenticati nell’angolo Remainders di FanoLibri.
Gli ultimi due cercherò di alternarli a letture più amene, il primo lo ho già fatto fuori.


La storia
Brevemente.
Il principe Myskin, dopo un lungo periodo trascorso in Svizzera per curarsi dall’epilessia, torna in Russia, a San Pietroburgo. In tasca pochi rubli, in compenso ha tanto da raccontare e quello che dice e come lo dice gli apre, non si sa come, le porte della buona società.
Si introduce nel salotto del Generale Epacin, conosce tre belle Epacine in età da marito e viene trascinato in un turbine di relazioni incrociate tra alta società in auge e decaduta che gli permettono di cogliere tutte le luci e tutte le ombre, le gelosie, le ossessioni, la superbia e la generosità di una società malata, ma quale non lo è, che gli si svela davanti agli occhi.
Da anima benvoluta ma compatita si trasforma in artefice del destino delle persone che lo circondano, grazie a un’eredità improvvisa che gli cade sulla testa in un momento narrativo che avrebbe, altrimenti, costretto lo scrittore a terminare il suo lavoro e posare la penna. Il caro vecchio espediente del Deus ex machina, in questo caso, anziché risolvere una situazione indistricabile, stravolge completamente l’andamento del racconto e lo pone su una strada nuova.
Personaggi del romanzo e lettore si interrogano sull’utilizzo che il principe vuole fare di questa grande fortuna e lui… si inginocchia davanti a una meretrice e le chiede di sposarlo.
Siamo solo alla metà del romanzo ma in realtà si è già svelato l’intento dell’autore e non vale la pena andare avanti con il resoconto della trama che sarebbe un lungo elenco di azioni e personaggi (una quarantina).
Come nella lettura del Vangelo non è tanto importante la sequenza delle azioni di Cristo quanto la figura del Salvatore, così per “L’Idiota” le differenti scene del romanzo servono solo a svelare la natura di questo Cristo del XIX secolo.

Le affinità con la figura di Cristo sono molte e sparpagliate per tutto il romanzo ma su due mi soffermo: l’amore per i bambini e la compassione, la capacità di comprendere le passioni altrui e, a suo modo, giustificarle e farle proprie.

La definizione di idiota sta stretta a una figura come quella del principe Myskin ma è del resto quella più vicina a descriverlo. L’idiota non giudica gli avvenimenti e le persone in base ai preconcetti della società ma in base a ciò che essi sono e a come gli si presentano, possiede il candore dei fanciulli e da loro viene compreso quando parla, come ci illustra un passaggio del libro:
Per questo li chiamo uccellini, perché non c’è nulla al mondo di meglio d’un uccellino. Del resto nel villaggio tutti si adirarono con me soprattutto per un certo incidente… quanto a Thibaut (il maestro di scuola), semplicemente m’invidiava; dapprima non faceva altro che scuotere la testa e meravigliarsi che i bambini con me capissero tutto, mentre con lui non capivano quasi niente; poi prese a burlarsi di me, quando gli dissi che noi due non insegnavamo loro nulla, ma che essi avrebbero invece insegnato a noi. E come mai poteva invidiarmi e calunniarmi, quando egli stesso viveva in mezzo ai bambini! Grazie ai bambini l’anima si risana…”.
Una persona cresciuta, insomma, che percepisce la realtà che lo circonda come farebbe un bambino e che come un bambino la espone, senza il filtro della moralità caduta degli adulti, delle invidie, delle gelosie, lui che avrebbe tutti i diritti di provare invidia per tutto ciò che non ha, almeno all’inizio: denaro, posizione sociale, salute. 

Con ingenuità non riesce a vedere le proprie miserie ma si accorge di quelle altrui, della tristezza e del dolore, e li porta alla luce, infrangendo il più grande tabù della società, alta o bassa che sia. Scavalca il muro di apparente benessere per portare alla luce, senza secondi fini, il male interiore, concentrandosi sul prossimo, compatendolo, estraendo dall’altro la radice primaria del dolore facendola propria.

La Compassione. 
Come Cristo di fronte alla folla protesse la meretrice portando alla luce le debolezze degli uomini, così il principe mostra compassione verso una mantenuta, Natasja Filipovna, e le chiede di diventare sua moglie:
“Natasja Filipovna, ve l’ho già detto poco fa che accoglierò come un onore il vostro consenso e che siete voi che fate un onore a me e nonio a voi. A queste parole avete sorriso e ho pure sentito ridere intorno, Forse mi sono espresso in modo assai ridicolo ed ero ridicolo io stesso, ma a me è sempre parso di… comprendere in che cosa consista l’onore, e sono sicuro d’aver detto al verità. Poco fa volevate perdervi irrimediabilmente, perché poi non ve lo sareste mai perdonato; eppure non avete nessuna colpa. Non può essere che la vostra vita si a perduta per sempre.”

Tuttavia, contrariamente a quanto viene narrato nel Vangelo, proprio questa compassione fa comprendere alla donna quanto sia caduta in basso e quanto sarebbe ingiusto e vile accettare una simile proposta, accettare significherebbe forse un innalzamento della propria posizione sociale ma anche la caduta del principe. Fare mercato del proprio corpo la rende perduta nella società, accettare un simile matrimonio significherebbe perdizione eterna. Natasja lo sa  non accetta la proposta del principe:

“Grazie, principe, nessuno finora aveva parlato così con me, non hanno fatto altro che mercanteggiarmi, e nessun uomo dabbene ha mai chiesto la mia mano… Rogozin! Aspetta un po’ ad andartene… Può darsi che venga con te.”

Cristo ha salvato il mondo, Myskin non salva nessuno: il mondo si ribella a questo messaggio salvifico di compassione nonostante. Come Cristo, Miskin si propone di sacrificare se stesso e riceve un “No, grazie”, il mondo preferisce tenersi il suo dolore piuttosto che ammettere il bisogno di essere salvato.

Più volte, durante la lettura, mi sono chiesta cosa accadrebbe se un nuovo Salvatore attraversasse il mondo. Mi sono chiesta se non fosse già tra noi, se non ci fosse già stato, se fosse stato ignorato. Se avesse ricevuto in risposta un “No, grazie”.

Immagine: Cristo nella Tomba di Hans Holbein il Giovane.

Shopping perbenista

“Hai appena comprato questo libro sottile, innocuo, che ti fa fare bella figura davanti a quella manica di animali dei tuoi amici. Adesso sei una sorta di intellettuale e mecenate, qualcosa a metà strada tra un ricco e colto signore rinascimentale e quelli che amano e masticano la critica letteraria di Pancrazi. Te lo ha venduto un ragazzo nero, abbastanza cordiale e meno insistente degli altri (tipo pakistani con fiorellino rosso o astuccio di incenso), a un prezzo tutlo sommato modico, attorno ai 7 euro. Sei in un pub, oppure nella centralissima Via Dante, o in bocca alla Feltrinelli. Hai appena rimesso in tasca il portafoglio leggermente più sgonfio, non sei propriamente uno che nelle ultime elezioni ha votato qualche partito xenofobo anche se pensi che il flusso migratorio degli extracomunitari all’interno dell’Unione vada regolato. Ti stai rimirando un paio di scarpe con splendida cucitura a mano e stampe lignee e inizi ad avvertire, nel profondo del tuo cuore, una certezza: sei la migliore persona possibile della nostra società. Due birre gelate in meno e una botta di cultura e multietnicità in più. Pensi e cerchi anche di farlo capire a chi ti sta attorno. Cerchi di fare colpo sulla barista cerbiatta o la tua vecchia compagna di liceo con le tette grosse fino a terra. Alla fine lo hai comprato senza pensarci.”


Questa appena citata è l’introduzione a un racconto raccolto nel libro “Questa è l’Africa” e sintetizza perfettamente la sensazione di chi, sorpreso nella pigrizia di una passeggiata per il centro, si trova ad acquistare un libro targato “Edizioni dell’arco”.
Sono libricini che raramente superano le 100 pagine, agevolano una lettura veloce e, almeno per quanto ne so, non circolano nei canali ufficiali dell’editoria. Di solito te li propone un ragazzo alto alto, atletico e nero nero, con un bel sorriso aperto sulle labbra. Ti chiama “amica” perché non conosce il tuo nome ma sembra che riesca a individuare ogni volta la persona giusta perché è raro che non riesca a scambiare due parole e un sorriso con quelli che ferma.
Quando mi ferma non sono mai sola: a volte c’è mamma, molto più spesso c’è il Teo, dispone a ventaglio i libri e mi lascia scegliere. Io metto da parte quelli che ho già letto, che cominciano a essere numerosi, e gli chiedo informazioni sui restanti. Metto da parte anche i plagi di Gibran (ne ho letto già uno ed è stato abbastanza) e alla fine faccio la mia scelta. Infine si tratta sul prezzo, di solito riesco a cavarmela con un euro in meno a libro, ad acquisto concluso il libro lo volto e scopro che il prezzo che ho pagato è esattamente quello riportato in copertina.
Mi ha fregata anche stavolta, io lo so, lui sa che io so, ma continuiamo a guardarci negli occhi e a sorridere.
Poi ci separiamo e io continuo a passeggiare per il centro tenendo quei libri in mano come una bandiera.
E mi sento decisamente meglio.