Martha Quest – una ribelle mancata



E…… no, non è il giovane Holden in gonnella, l’anti-eroe che ha stravolto l’America benpensante.
Non è nemmeno Elizabeth Bennet, l’arguta signorina della campagna inglese nella quale molte, moltissime ragazzine, e donne, si sono viste e sognate.

“non ne posso più; e sono stanca anche del futuro, ancor prima che venga.” Olive Schreiner

La citazione che accompagna l’apertura della parte prima riassume in soldoni tutto il libro.
Entriamo subito in contatto con Martha seduta in veranda, tra le mani un libro e negli occhi tutto l’astio possibile nei confronti di sua madre, dell’amica di sua madre, della figlia dell’amica di sua madre e della catapecchia in cui vive.
Martha è sveglia, è curiosa, legge tanto, forse troppo ma non osserva “non è un’osservatrice”, la Lessing lo ripete due volte nel corso del libro, forse perché troppo concentrata su se stessa, sul suo malessere, sulla sua rabbia, sulla sua presunzione. Presunzione di essere… che? Un genio incompreso, una portavoce dei diritti di donne, ebrei, neri, lavoratori, qualunque cosa vada contro lo spirito stanco e borghese cui appartiene la sua famiglia. Salvo poi scoprire il grande paradosso della terra coloniale in cui vive ovvero che esistono razzismi interni alle stesse classi di cui vuole farsi portavoce. Esistono razzismi tra ebrei inglesi ed ebrei polacchi, tra neri di città e neri di fattoria, tra donne caste e non.
Sporadiche citazioni di fatti di cronaca ci fanno capire che siamo giunti all’alba della Seconda Guerra Mondiale ecome se tutto il mondo fosse colpito da un virus globale la violenza dei toni inizia a infettare tutto, come spruzzata dall’alto dalla mano della Storia.

Il libro copre tre anni della vita di Martha, dai quindici ai diciotto/diciannove. All’inizio il senso di simpatia per questa giovane ribelle saccente è forte, anche sua madre pur non comprendendola ritiene che sua figlia sia destinata a compiere grandi cose “si farà strada” dice, ma poi accade qualcosa, o meglio non accade: Martha non supera l’esame di maturità, a dire il vero non si presenta nemmeno a causa di un tracoma. Scopriamo come questa sia l’ultima di altre scuse che hanno impedito a Martha di combinare qualcosa: niente musica, niente cresima, ogni volta che viene messa di fronte alla possibilità di dimostrare la sua supposta superiorità un evento esterno le impedisce di farlo. In questo e in altri atteggiamenti mi ha fatto pensare al padre, forse brillante un tempo ma in seguito indebolito nello spirito dalla Guerra e nel corpo da una lieve forma di diabete, entrambi gli forniscono l’alibi per non aspettarsi nulla da lui, nulla di più di quel che è o fa.

Persa l’occasione per dimostrare la sua grande intelligenza all’università, dopo due anni trascorsi nella totale nullafacenza coglie al volo l’occasione di fuggire dalla fattoria, le trovano casa e lavoro e…
beh…
Non accade praticamente più nulla se non il lasciarsi trascinare dagli eventi senza entusiasmo, senza partecipazione. La ragazza nella quale avremmo voluto immedesimarci scompare e prende il suo posto una figura noiosa, antipatica, sempre pronta a giudicare gli altri ma non a essere giudicata. La sua vita scorre senza lampi, senza gioia, senza partecipazione si ritrova a rotolare giò da una collina senza nemmeno la voglia di impedire il rotolamento.
Verso la fine del libro si accende una speranza, sembra irrompere la luce di una conoscenza nuova, una persona speciale che possa infine darle l’ascolto e la comprensione di cui ha bisogno ma il tutto è descritto con stanchezza, forse noia, come se all’autore non interessasse più il destino di questa donna e volesse rapidamente chiudere il libro.
Devo capire se avrò ancora voglia di rivedere Martha nel seguito “Un matrimonio per bene”, la premessa non mi convince affatto.
Devo capire soprattutto se avrò voglia di rileggere qualcosa della Lessing. Proverò l’ultima volta con Il Taccuino d’Oro e poi deciderò se accantonarla o proseguire.

Il libro si salva però, si salva nelle irresistibili descrizioni della Lessing del paesaggio, della terra che l’ha cresciuta, lo stupore è lì, nello spaziare dello sguardo sul Veld, nell’insinuarsi tra le differenze sociali di baracche e palazzi, nell’osservare silenzioso e discreto la società coloniale, questo mix di culture, colori, ipocrisie che si uniscono senza però comprendersi pienamente, ognuno arroccato nella parte di città (o campagna) che gli è stato destinato con i propri sospetti, le proprie chiusure, la paura della contaminazione attanaglia anche i più insospettabili e attraverso gli occhi di Martha proviamo disgusto. Potrebbe esserci molto di più ma forse è il mio sguardo di europea a desiderare quel tocco di pittoresco che non c’è, come fossimo ancora nell’Ottocento e l’Africa una terra misteriosa, come se Martha fosse una scimmia chiamata per divertire il pubblico borghese, invece questa scimmia si rifiuta di ballare e si mette a discorrere del tempo e sorseggiando tè nero.

Storia di una ladra di libri – una storia di Parole

Il libro mi fu regalato da mia madre. Ha l’abitudine di regalarmi i libri che ha già letto e tra noi c’è una sorta di patto che vale per i libri così come per i vestiti: se ti piace te lo tieni, altrimenti lo vendi, lo regali, lo butti… basta che non torna indietro.

E’ rimasto su di una mensola per un po’ di tempo, anni. Ogni tanto lo prendevo in mano, leggevo la sinossi,e lo rimettevo sulla mensola.
In soldoni la sinossi dice che siamo nel 1939, nella Germania nazista, che la ragazza ruba un primo libro, poi un secondo, un terzo… sembra più che altro la storia di un’accumulatrice compulsiva, una di quelle storie che raccontano su Real Time, con una spolverata di nazismo e un pizzico di shoah che ci stanno sempre bene.
Per nulla accattivante.

Invece no.
Invece è un libro di Parole.
Di Parole, di libri, di scritti, disegni, letture, vernici.
Con le parole si combatte, si domina, si ama.
Tra tante parole mancano un “grazie” all’inattesa benefattrice, un “ti voglio bene” alla mamma, le parole dell’affetto vengono taciute lasciando che siano i gesti a parlare.
Parole d’odio che vengono ricoperte e sovrascritte da parole d’amore e speranza, un palinsesto di come il mondo dovrebbe essere e invece non è.
Parole offensive che significano amore.
Parole che assumono fisicità, peso, sostanza, vengono trasportate come fardelli, lasciate cadere con un tonfo, gettate su di un tavolo o per terra dove restano immobili a farsi guardare, un oggetto perturbante che irrompe nella realtà, un nuovo rigurgito di gotico, tutto postmoderno, in cui il perturbante non è più il mostro, lo sciamano, il gatto nero ma la realtà che si palesa, l’ovvio di cui nessuno osa parlare perché chiamarlo per nome significherebbe immediatamente riconoscere la sua esistenza.
E doverci fare i conti.
Dunque… Parole.
Il narratore è onnisciente. Chi meglio della Morte può conoscere passato, presente e futuro?
Il narratore sa già come va a concludersi la storia e goccia a goccia ce lo anticipa. Un po’ qui, un po’ là.
Cosicché il lettore desidera terminare la lettura del libro non tanto per sapere come andrà a finire ma come verrà narrato il finale, quali Parole verranno utilizzate, quali aggettivi, quali avverbi, quali immagini verranno materializzate tra le righe.
E’ l’autore che sgama il lettore avido, quello che arrivato all’ultimo centinaio di pagine va a curiosare il finale per decidere se continuare o no a leggere. O quello che legge freneticamente e senza approfondimenti le ultime pagine perché quello che davvero gli preme è avere un finale per poter poi classificare il libro tra “libri che fanno piangere”, “libri a lieto fine”, “libri acchiappapolvere”.
Fregati!
Zusak ci risparima la fatica, ci svela il finale nel momento in cui ritiene che siamo abbastanza pronti per sostenerlo, nel momento in cui “se siamo arrivati fin lì significa che possiamo anche andare oltre terminando la lettura con un macigno sul cuore”. Personalmente ho apprezzato molto, le sorprese non mi piacciono, i colpi di scena mi destabilizzano. Insomma, se proprio devo piangere, ridere, sconvolgermi preferisco arrivarci preparata cosicché posso decidere io quando affrontare il Momento, no che mi arriva durante la pausa pranzo a 20 minuti dalla timbrata del cartellino. Ecco, io sono classificabile tra quegli avidi che al quarto quinto di una lettura va a vedere come termina in modo da decidere io quando e come terminare il libro.

Che poi adesso con tutto questo discorso sulle parole, sulla loro matericità e importanza mi viene in mente Moretti quando si incazza perché “le parole sono importanti”

Ma questa è un’altra storia
E ci torneremo un’altra volta