Psicologia delle folle – Accattatevillo!



Per soli 7,50€ su Ibs si ha la possibilità di portarsi a casa un must read per comprendere i meccanismi usati dagli arringatori di popolo per trascinare le folle, accattivarsi il loro voto e la loro fedeltà. Il testo è del 1895 ma è valido, validissimo anche oggi e se spiega i totalitarismi del Novecento è in grado di spiegare anche quei fenomeni di anti-politica che sembrano travolgere la realtà politica mondiale: Berlusconi, Renzi, Salvini, Le Pen, Grillo, Brexit… e oggi Trump.
Si sa per certo che il libro fu letto da Lenin, Stalin, Hitler e Mussolini, non si sa se invece i sopracitati lo posseggano nelle loro biblioteche ma la Psicologia delle folle di Le Bon ha talmente influenzato l’ars retorica del passato che si può pensare che anche se i politici odierni non hanno letto il libro, la teoria che ne sta dietro faccia ormai parte inconsciamente del bagaglio del politico moderno, divorata, masticata, digerita dalle scuole di politica del passato e infine arrivata a permearle.

citando
“L’insieme dei caratteri comuni imposti dall’ambiente e l’ereditarietà in tutti gli individui di un popolo costituisce l’anima di questo popolo. Ma quando un certo numero di uomini si trova per caso riunito, la osservazione dimostra che, dal solo fatto di questa vicinanza, possono nascere caratteri psicologici nuovi i quali si sovrappongono a quelli della razza, e talvolta differendone profondamente. Il loro insieme costituisce un’anima collettiva potente, ma momentanea.”

La folla è dominata dall’inconscio, modelli,  pensieri, emozioni, istinti di cui il soggetto non è consapevole, è la scomparsa della personalità, della vita cerebrale e predomina l’attività nervosa, l’intelligenza si abbassa ed emergono i sentimenti, sentimenti che possono essere migliori o peggiori a seconda del fine dell’oratore, la folla può essere eroica o criminale.

Citando ancora:
“La leggerezza di certi discorsi fatti da questi dittatori che hanno esercitato un’influenza enorme sulle folle, talvolta stupisce alla lettura; ma si dimentica che essi furono fatti per trascinare le folle, e non per essere letti da filosofi. L’oratore si mette in intima comunione con la folla e sa evocare le immagini che la seducono. Le affermazioni sono fatte in modo così autoritario, che vengono accettate a causa del tono che le accompagna. E normalmente queste suggestioni non sono accompagnate da argomenti o prove logiche, esse sono cacciate dentro quali verità lampanti, e sono cristallizzate in epigrammi ed assiomi, che vengono accettati per veri, in conseguenza della apparente arguzia, senza che nessuno pensi ad analizzarli. I sofismi politici e le spiegazioni usuali, appartengono a questa classe.”

La moltitudine ascolta sempre l’uomo dotato di volontà forte. Gli individui riuniti in folla, perdendo ogni volontà, si volgono istintivamente verso chi ne possiede una.”

Discorsi fatti per trascinare le folle, non per essere letti da filosofi, non per essere sottoposti al vaglio del fact checking, non per essere analizzati nelle loro strutture retoriche. Mi è capitato di recente di analizzare alcuni discorsi di un noto politico italiano scoprendo facilmente che tutto il nocciolo della sua ars orandi risiede nella triplice ripetizione del concetto in tre modi differenti: una volta per dritto, una volta a rovescio e una volta in chiave ironica; anche l’uso degli aggettivi segue lo schema della triplice ripetizione, sempre tre, più o meno sinonimi. 
Napoleone diceva che esiste una sola figura seria di retorica, la ripetizione. La cosa affermata riesce a stabilirsi negli spiriti a tal punto da essere accettata come una verità dimostrata.”
Le affermazioni vengono prese come dogmi non per la loro verità intrinseca ma per il tono con cui vengono esposte e per il numero di volte in cui vengono ripetute ed è difficile confutarle perché a usare la ragione si passa per stupidi. Basti pensare alle bufale che circolano ovunque, dai social ai parlamenti: scie chimiche, vaccini, olio di palma… persino sirene… teorie strampalate che sono entrate nei parlamenti! Senza che prima fossero analizzate su basi scientifiche, storiche o economiche ma solo perché ripetute incessantemente da una massa di persone senza alcun titolo che ripetono a loro volta slogan trovati su siti tipo tuttofuffa.net perché qualcuno dotato di retorica appena sufficiente ha saputo toccare le corde intime della folla facendo emergere le paure inconsce. 
Corde intime, paure inconsce.  Le Bon non dice assolutamente che i singoli uomini che compongono la folla siano degli imbecilli o degli ignoranti, tutt’altro. Spiega invece come e perché anche individui dotati di intelligenza e cultura subiscano una trasformazione quando si trovano inseriti in una “folla” (politica, religiosa, ideologica che sia). Inoltre non significa che gli uomini che costituiscono la folla siano individualmente privi di volontà ma che si spoglino della loro volontà nel momento in cui si ritrovano riuniti in folla e che le suggestioni scaturite dai discorsi dell’arringatore permangano anche quando gli individui ritornano alla loro vita, come se si fosse messo un cuscino isolante sulla loro capacità di analisi.

Fino circa un’anno fa ero stupidamente convinta che questa fosse una piaga tutta italiana conseguente allo smantellamento della prima Repubblica (che per quanto avesse i suoi difetti aveva anche ottimi pregi e ottimi politici), conseguente all’ascesa al potere di Berlusconi e al suo carrozzone di fenomeni da circo che hanno riempito gli scranni della politica italiana; caduti questi per corruzioni e piccole ripicche ci siamo ritrovati di fronte l’emergere dell’anti-politica ovvero la negazione dell’esercizio del potere decisionale, la fine dell’ars orandi mirata al coinvolgimento dell’elettorato e l’inizio di quella il cui unico fine è la soggezione emotiva. 

Negli anni successivi alla fine della prima Repubblica la politica ha progressivamente e inesorabilmente abdicato alla sua funzione di pater familias diventando sempre più compagno di sbronze. Il pater familias è quella figura che quando il figlio dice di aver fame e di volere pane e Nutella gli cucina un piatto di pasta, magari con i broccoli perché sfamano e fanno bene, sa cosa è bene per il bambino e parlando con lui riesce a convincerlo del fatto che si debba mangiare pasta e broccoli per crescere sani e forti… poi magari dopo la pasta si può concludere il pasto con una fettina di pane e Nutella. Ecco, il politico moderno è come il padre che non volendo sentir frignare il figlio gli serve subito pane e Nutella, dice al figlio quello che vuole sentirsi dire e soddisfa i suoi capricci perché non ha tempo o voglia di spiegare. Pensi che gli immigrati siano il male del Paese? Bene, ributtiamoli tutti in mare e costruiamoci un muro intorno. Pensi che la causa dei tuoi problemi siano l’Euro e il signoraggio? Bene, usciamo dall’Euro. Pensi che i tuoi problemi di lavoro derivino dall’olio tunisino? Bene, boicottiamo. Soluzioni facili che vengono facilmente propinate e recepite. Vogliono Nutella? Nutella sia!

Ha funzionato in Francia nel Settecento quando girava la voce che Maria Antonietta avesse pronunciato la famosa frase “dategli brioches” riferendosi al popolo affamato durante una rivolta dovuta alla mancanza di pane (voce che peraltro già circolava prima dell’arrivo di Maria Antonietta in Francia attribuita da Rousseau nelle sue Confessioni a una “grande principessa”).
Ha funzionato durante la peste nera del Trecento quando gli Ebrei vennero incolpati di aver portato la peste.
Ha funzionato in Germania negli anni Trenta quando i tedeschi furono portati a credere che i loro problemi economici fossero causati dagli Ebrei. (in effetti le comunità ebraiche vincono l’Oscar come miglior perseguitato della Storia).

Ha funzionato nel Regno Unito per la Brexit.

Pensavo dunque che fosse un fenomeno tutto italiano… sbagliavo.
L’emergere di fenomeni politici come la Le Pen, Podemos e Tzipras mi ha fatto pensare che si potesse trattare di un fenomeno più esteso, radicato magari nella comune radice Mediterranea, un po’ terrona diciamolo, poco formica e molto cicala. Ho iniziato a invidiare gli abitanti dei paesi più a Nord come Germania e Inghilterra per la loro rettitudine, la sobrietà, la capacità di mangiare pasta e broccoli senza lamentarsi più di tanto.
La vittoria del fronte della Brexit nel Regno Unito mi ha sconvolta. Mi ha sconvolta non tanto per quello che è ma per quello che significa: non c’è più scampo. La retorica della pancia sta permeando le democrazie più illuminate. 

Citando ancora – questo è davvero illuminante e non solo per quanto attiene al dibattito politico ma anche e soprattutto per il dibattito su temi scientifici, economici, sociali.

I trascinatori di folle, il più delle volte, non sono intellettuali, ma uomini d’azione. Sono poco chiaroveggenti, e non potrebbero esserlo, poiché la chiaroveggenza porta generalmente al dubbio e all’inazione. Appartengono specialmente a quei nevrotici, a quegli eccitati, a quei semi-alienati che rasentano la pazzia. Per quanto assurda sia l’idea che difendono o lo scopo che vogliono raggiungere, tutti i ragionamenti si smussano contro la loro convinzione. Il disprezzo e le persecuzioni non fanno che eccitarli maggiormente. Tutto è sacrificato, interesse personale e famiglia. Perfino l’istinto di conservazione viene distrutto in essi, a tal punto che, spesso, la sola ricompensa che essi ambiscono è il martirio. L’intensità della fede dà alle loro parole un grande potere suggestivo. “

Eccola spiegata in parole semplici, nel 1895 la teoria del gomblotto!!!!1
Ecco spiegato perché sia inutile mettersi a discutere con un sostenitore dei complotti (vaccini, olio di palma, signoraggio…): sarebbe come cercare di condurre Savonarola a una conciliazione con Rodrigo Borgia, non funzionerà mai e più si cercherà di dimostrare la validità delle tesi universalmente riconosciute e la fallacia di quelle dell’interlocutore più questi si chiuderà a riccio sentendosi perseguitato, martirizzato perché unico depositario di una verità che vogliono tener nascosta.

E qui si ritorna alla pancia, alla soddisfazione dei desideri della folla sia da parte degli uomini di stato sia dalla stampa che per vendere copie deve in soldoni scrivere ciò che la folla vuole leggere:
Un tempo, e questo non è troppo lontano, l’azione dei governi, l’influenza di qualche scrittore e di un piccolo numero di giornali costituivano i veri regolatori dell’opinione. Oggi gli scrittori hanno perduto ogni influenza e i giornali non fanno più che rispecchiare l’opinione. In quanto agli uomini di Stato, lungi dal dirigerla, non cercano che di seguirla. Il loro timore dell’opinione giunge a volte fino al terrore e impedisce ogni fermezza alla loro condotta“.

Stupefacente, stupefacente, stupefacente! Come ho fatto a rimuovere tutto questo?
Forse perché questo libro lo lessi tanti anni fa, quando ancora nemmeno votavo e la politica era un’idea, non una incombenza.
Ho sempre pensato che questo fosse un libro per dittatori, utile per spiegare i totalitarismi del XX secolo, le idee di base mi sono sempre circolate nella testa in questi ultimi venti anni ma come rumore di fondo, qualcosa che stava là come conoscenza a disposizione per spiegare la Storia.
Rileggerlo ora a distanza di tanti anni e trovarlo così facilmente applicabile alla realtà è sconvolgente.
Nihil novum sub solem, possiamo mandare l’uomo sulla luna, curare le infezioni, comunicare a distanza di migliaia di chilometri grazie a internet ma la mente umana è sempre quella e risponde sempre agli stessi stimoli da migliaia di anni, la parte primitiva e rettile del nostro cervello se ne frega di quello che siamo, di quello che abbiamo studiato o vissuto: risponderà sempre al suo istinto primordiale come prima cosa, la sopravvivenza e se sente questa minacciata la prima reazione sarà di chiudersi a riccio, alzare muri, trovare forza dal gruppo e gridare la complotto o alla persecuzione.
Conoscere questi meccanismi, conoscere le strutture della retorica può preservarci dal cadere nelle trappole degli oratori, scindere il messaggio dal messaggero e dall’intensità con cui questo viene espresso, ragionare sul messaggio, a maggior ragione se questo ci convince, cercare di capire se ci convince perché è coerente e motivato o perché è espresso in modo accattivante, l’uno comunque non esclude l’altro. Perché proprio nel momento in cui un messaggio ci pare tanto importante è maggiormente probabile che sia falso, distorto o che ci sveli solo una parte della realtà.

Il Castello dei Destini Incrociati ovvero quando la genesi di un’opera letteraria è essa stessa opera letteraria.


E’ la prima volta che mi capita di provare maggior interesse per la genesi di un’opera letteraria piuttosto che per il suo contenuto. Certo molta parte della letteratura del Novecento è fatta più da studio che da storia, fabula e intreccio tendono sempre più ad assumere un peso equivalente laddove la prima è la storia propriamente detta e la seconda la maniera di portarla alla luce, tuttavia un esempio di genesi a tavolino così lampante ancora non mi era capitato.
Si badi bene, non mi riferisco alla costruzione a tavolino dei best seller per la quale esistono ormai scuole specifiche che insegnano come scrivere per generare un successo i cui studenti vanno poi a ingrossare e ingrassare le fila dei ghostwriter, mi riferisco alla genesi del racconto o romanzo postmoderno, all’irrazionalità derivante dalla razionalità portata all’estremo da quei simpaticoni dell’Oulipo che in qualche modo hanno contribuito a sdrammatizzare l’angoscia provata dallo scrittore di fronte alla vastità del materiale letterario passato e alla disgregazione del presente.
Il castello dei Destini Incrociati è un testo che si regge in piedi e racchiude nella sua genesi, consapevolmente, tutto il tentativo dello scrittore di dare una struttura (intreccio) alla storia (fabula). 

E mi torna in mente Mantissa di John Fowles (sfortunatamente non tradotto in italiano), Il taccuino d’Oro di Doris lessing, Under the Net di Iris Murdoch e tutta quella letteratura del Novecento in cui forte è il sentimento di impotenza dell’autore di fronte alla composizione letteraria.

L’OCCASIONE:

FortunaNel luglio del 1968 Paolo Fabbri tenne a Urbino una relazione su Il racconto della cartomanzia e il linguaggio degli emblemi. Nasce in Calvino l'”idea che il significato di ogni singola carta dipende dal posto che essa ha nella successione di carte che la precedono e la seguono”. La carta, la parola, la storia possono assumere diverse connotazioni o significati a seconda del ruolo che hanno all’interno della costruzione ma anche a seconda delle esperienze di chi racconta, è così che la carta del Bagatto assume nei racconti il ruolo del mago o del ciarlatano oppure del poeta a seconda del contesto di carte in cui si trova in un caleidoscopio di figure e storie che muta fora a seconda di come lo si gira.

Mi immagino Calvino seduto alla scrivania che tira fuori una carta, poi un’altra e un’altra ancora, cerca di disporle in un ordine e di dare un senso a questa disposizione, quando il senso non si trova rimuove una carta, poi un’altra, le sostituisce, le alterna, le dispone in varie forme come per ordinare pensieri e storie ma invece di scegliere la forma temporale da sempre congeniale alle opere a cornice (vedi Decameron, Racconti di Canterbury…) ne sceglie una geometrica: il quadrato, a lui più congeniale, rivelatore della sua appartenenza all’Oulipo.
Mentre dispone, toglie e alterna pare quasi che le carte stesse, le storie, i personaggi si impongano, autodeterminino se stesse e il loro posto nella storia, a destra di questa, a sinistra di quell’altra. E’ Calvino che organizza il materiale, le carte, per raccontare delle storie o sono le storie che si organizzano per farsi raccontare da Calvino? E’ l’autore che sceglie cosa narrare o sono la mille e più storie già narrate in passato che riaffiorano e cercano nuove soluzioni narrative tra le mani di Calvino? Non posso non pensare all’Orlando Furioso, a Macbeth, Faust… chi decide di raccontare e chi decide di farsi raccontare? 
Questo sentimento di impotenza si manifesta all’inizio della Taverna quando mani prepotenti tentano di scombinargli il materiale narrativo, frugano, nascondono, rubano e il narratore cerca in tutti i modi di trattenere le sue carte quando due mani forti iniziano ad aiutarlo a bloccargli le carte sul tavolo finché tutto ciò che resta a sua disposizione sono le carte trattenute dalle mani del salvatore sconosciuto e con quelle deve raccontare la sua storia. E’ forse questa la figura dell’editore? Il narratore è allora libero di raccontare ciò che vuole o può raccontare solo quello che ha a disposizione? Per chi scrive l’autore? Per se stesso? Per l’editore? Per il lettore? Quando è stata l’ultima volta che un autore ha riscosso successo per qualcosa che ha scritto solo per se stesso? Non si piegano forse tutti al volere di qualcun altro?

Calvino ha a disposizione due mazzi di tarocchi: uno quattrocentesco col quale scriverà Il Castello dei destini incrociati e uno settecentesco che gli fornirà la materia per La Taverna dei destini incrociati.
Nel primo il materiale è più accattivante, il linguaggio più semplice, le storie concise e di immediato impatto, si riconoscono subito citazioni a Faust a orlando Furioso, anche il modo con cui Calvino tratta i temi dei suoi racconti è semplice e di immediata comprensione, boccaccesco quasi. Nella taverna tutto cambia, il linguaggio si fa più alto, le storie si dilungano in speculazioni a tratti filosofiche, le citazioni sono alte, dalla Terra Desolata di Eliot a Chrétien de Troye (e chissà quanti altri che non ho riconosciuto). Su tutti domina il tema della possibilità, c’è un grande ricorso al tema dell’incertezza e proprio la prima storia che viene narrata è quella dell’indeciso.

Lungo tutta l’opera, dall’introduzione alla conclusione serpeggia il tema dell’interpretazione. In entrambi i contesti (castello e taverna) i personaggi non possono parlare ma solo narrare la loro storia attraverso le carte dei tarocchi. Ognuno dispone le proprie carte sul tavolo e gli altri avventori costruiscono una storia verosimile. Se nel Decameron per ogni giovane c’erano dieci storie narrate nell’opera di Calvino per ogni narratore ci saranno tante storie narrate quanti saranno gli avventori presenti alla narrazione. Il lettore ha a disposizione ciò che riporta solo uno degli avventori ma l’opera di Calvino avrà nel tempo migliaia di lettori
e dunque migliaia di possibili storie e interpretazioni.