L’Europa, le Olimpiadi, John Nash e il vino francese



Che cosa hanno in comune il medagliere olimpico, il PIL, la teoria dell’equilibrio di Nash e il vino francese? 
Apparentemente nulla.
Sono però gli ingredienti di un minestrone interdisciplinare in cui mi sono tuffata un pomeriggio sonnacchioso di dicembre. 
Era il 1997 o il 1998 e l’ennesima riforma della scuola promuoveva l’interdisciplinarietà, i collegamenti, a quell’epoca vigeva il motto “non ragionare per compartimenti stagni”. Iniziai allora e non smisi mai più, da allora ogni argomento trova eco o radice in altri temi, in altri luoghi del pensiero: la letteratura nella filosofia, la filosofia nella storia, la storia nell’attualità, l’attualità nella sociologia, la sociologia nella linguistica e così via…

L’idea di fondo che mi circolava in testa da un po’ era di comprendere perché l’idea di un’Europa Unita fosse così importante per me. Tralasciando per un momento le questioni personali, gli anni d’infanzia vissuti in Belgio, le suggestioni positive che aveva lasciato in me quella sorta di Arcadia internazionale vissuta nella pre-adolescenza, volevo strutturare la teoria della necessità e dell’utilità dell’Europa.

Ma da dove iniziare? I pipponi sui Guelfi e Ghibellini o su Carlo V me li tengo per me, cercavo un’argomentazione più concreta, qualche numero su cui speculare e sono partita dal medagliere olimpico.
Cosa succederebbe se le nazionali europee gareggiassero non sotto le singole bandiere di Francia, Germania, Italia e così via ma sotto un’unica bandiera europea? A che posto ci piazzeremmo nel medagliere?
Lascio volontariamente fuori la Gran Bretagna che con la vittoria della Brexit si è estromessa da sola dal contesto europeo e prendo in considerazione per sintesi solo Italia, Francia e Germania che sono le sole nazionali sempre classificate nei primi 10.
Pechino 2008USA 110 medaglie, Cina 100,  Russia 70, Ita-Ger-Fra 109
Londra 2012: USA 104, Cina 89, Russia 80, Ita-Ger-Fra 106
Rio 2016: USA 121, Cina 70, Russia 56 (senza l’atletica), Ita-Ger-Fra 112

Ok, quella sullo sport può essere considerata un’argomentazione superficiale e allora passo a cercare i dati sul PIL 2016 (fonte FMI)
USA: 18.143.712 $
Cina: 10.991.571 $
Zona Euro: 13.478.334 $
EU: 19.205.364 $

Prendendo tra tanti due fattori: uno sociale (lo sport) e uno economico (il PIL) sorgono spontanee considerazioni sull’inutilità tafazziana delle divisioni, sulla miopia delle politiche autonomiste a discapito di una visione più ampia e prospettica. Abbiamo una sola moneta ma non abbiamo nessuna visione comunitaria per quanto riguarda l’economia, la politica estera, la politica militare o la diplomazia. 

L’idea di Europa, ci ricorda Chabod, nasce già nell’antica Grecia con Isocrate che parla di Europa, non Grecia, contrapposta all’Asia; passa attraverso Dante e Boccaccio, trova baluardo in Erasmo da Rotterdam, si definisce con Voltaire  

“…come una specie di grande repubblica, divisa in vari stati… ma tutti collegati gli uni con gli altri, tutti con ugual fondamento religioso, anche se divisi in varie sette, tutti con gli stessi principi di diritto pubblico e di politica, sconosciuti in altre parti del mondo.”

e con Metternich

Ciò che caratterizza il mondo moderno, ciò che lo distingue essenzialmente dal mondo antico, è la tendenza degli Stati ad avvicinarsi gli uni agli altri ed a formare una sorta di corpo sociale riposante sulla medesima base della grande società umana formatasi in seno al Cristianesimo… La società moderna, invece, ci mostra l’applicazione del principio della solidarietà e dell’equilibrio fra gli Stati ci offre lo spettacolo degli sforzi concordi di parecchi Stati per opporsi alla preponderanza di uno solo, per arrestare l’estendersi della sua influenza, e forzarlo a rientrare nel diritto comune. Il ristabilimento dei rapporti internazionali sulla base della reciprocità, sotto la garanzia del riconoscimento dei diritti acquisiti e del rispetto alla fede giurata, costituisce ai nostri giorni l’essenza della politica, di cui la diplomazia non è che la quotidiana applicazione. Fra le due ci è, secondo me, la stessa differenza che c’è fra la scienza e l’arte.” (Memorie) 

Divide et impera, il motto latino preferito dai tiranni europei della storia ci si sta ritorcendo contro e nemmeno ce ne accorgiamo, siamo divisi, piccoli, gretti, ognuno guarda il suo piccolo orticello e lancia strali invidiosi al suo prossimo, l’Idea di Europa fondata sulla cultura è stata soppiantata da un’Europa meramente finanziaria, una vacca da mungere, una banca… non è questo che avevano in mente i suoi padri fondatori: la moneta unica doveva essere il mezzo per agevolare gli scambi economici e culturali tra i paesi, l’ariete per sfondare le barriere nazionali e permettere il permearsi delle diverse culture al fine di ottenere una visione condivisa degli obiettivi.

Divide et impera. Lo sapevano bene i tiranni e gli usurpatori, i Romani, l’Impero Britannico… ce ne siamo dimenticati noi.
Prima la crisi finanziaria ed economica, poi le guerre ai confini hanno portato un attacco a tenaglia alla neonata Europa, fiaccandone lo spirito originario, insediando il germe della paura, del sospetto, riportando in auge i nazionalismi mai del tutto sopiti, si è arrivati a sospendere la Convenzione di Schengen per motivi di immigrazione perché ancora dopo anni non si trova un accordo sulla gestione dell’immigrazione che da emergenza è diventata normalità.
Divide et impera. Ma chi impera?

Ci siamo dimenticati della teoria dell’equilibrio di un certo John Nash

“Un gioco può essere descritto in termini di strategie che i giocatori devono seguire nelle loro mosse: l’equilibrio c’è quando nessuno riesce a migliorare in maniera unilaterale il proprio comportamento. Per cambiare occorre agire insieme.”

“unilateralmente possiamo solo evitare il peggio, mentre per raggiungere il meglio abbiamo bisogno di cooperazione (“John Nash genio e follia”, intervista di Piergiorgio Odifreddi a Nash apparsa su L’Espresso nel 2008)

Il comportamento dei singoli porta all’equilibrio, alla non evoluzione, alla stagnazione. La vera evoluzione si può avere solo con la cooperazione.

Ma non solo!
Andiamo oltre e prendiamo in considerazione il Dilemma del Prigioniero di Albert Tucker (altro matematico): due prigionieri separati vengono messi davanti a delle condizioni: 
1 – se solo uno dei due confessa, chi ha confessato evita la pena; l’altro viene però condannato a 7 anni di carcere.
2 – se entrambi confessano, vengono entrambi condannati a 6 anni.

3 – se nessuno dei due confessa, entrambi vengono condannati a 1 anno, perché comunque già colpevoli di porto abusivo di armi.

In questo caso la scelta migliore per la collettività (i due prigionieri) è quella di rinunciare ciascuno a un pezzetto della propria libertà (un anno di carcere) e cavarsela con poco piuttosto che confessare entrambi e beccarsi sei anni di reclusione ciascuno… Non possono però averne la certezza: la scelta è al buio. L’unica cosa che possono fare i due prigionieri è sperare che entrambi prenderanno la scelta migliore per la collettività poiché se entrambi possono essere tentati di confessare per evitare la pena (sperando che l’altro non confessi),  la confessione di entrambi li porterebbe a dover subire una pena di 6 anni ciascuno.

Il problema di questa Europa non è che ci siamo privati di troppa parte di autonomia ma che non ce ne siamo privati abbastanza, che non abbiamo devoluto abbastanza, che ci facciamo la faccina bellina e cortese ai summit europei per poi nascondere pugnali dietro la schiena appena mettiamo il naso fuori da casa Europa e la guerra in Libia voluta da Francia e Gran Bretagna è un esempio di come iniziative apparentemente positive per il singolo (economiche, non certo umanitarie) si rivelino in realtà negative per la totalità del gruppo, anche per gli stessi che hanno preso l’iniziativa: il terrorismo che ha colpito la Francia e il boom dell’immigrazione hanno colpito e stanno colpendo principalmente proprio quei paesi che hanno iniziato i bombardamenti. Se alle iniziative particolari aggiungiamo la scarsità di comunicazione tra le varie intelligence (ovvero la mancanza di cooperazione per il fine comune della sicurezza) mi viene da pensare che è un miracolo che in Europa ci siano stati così pochi attentati.

La libertà non è un fine ma un mezzo, una carta da giocare o tenere in serbo al fine di ottenere vantaggi concreti e duraturi per la collettività.
All’epoca delle guerre persiane le polis greche, alcune in guerra tra loro, decisero di stipulare un’alleanza in funzione anti-persiana mandando all’aria i tentativi di Serse di sottomettere singolarmente ogni singola polis. Serse aveva un’esercito dieci volte più numeroso di quello che potevano mettere in campo i Greci.
Ma i Greci avevano la libertà.
La libertà di unirsi per un fine comune.

L’esempio del vino francese in Cina
Il vino, si sa, in Francia è cosa seria così, vista l’impossibilità per i singoli produttori francesi di penetrare il mercato cinese, il governo francese finanziò nel 2012 un progetto triennale di promozione del vino nazionale in Cina favorendo la creazione di un ambiente ricettivo nel paese d’Oriente attraverso una rete di informazioni, semplificazioni burocratiche, marketing e grande distribuzione. Risultato? Le importazioni di vino francese sono schizzate al 47% con bottiglie i cui prezzi vanno dai 30 ai 10.000$. 
Non solo, a dieci anni dall’entrata in vigore del progetto stanno confluendo in Francia capitali cinesi destinati alla viticultura.

Uniti si vince, tutti. Uniti si ha l’opportunità di apportare cambiamenti significativi per tutta la collettività.

… e se non vi fidate di me fidatevi almeno della matematica.

Un tuffo in libreria – a volte è meglio non sapere



Qualche giorno fa sono entrata in libreria per fare un regalo, erano anni che non ci mettevo piede per un fioretto autoimposto, un misto di sadomasochismo intellettuale e ristrettezze economiche. L’ultima volta che ero entrata in una libreria era circa quattro anni prima.
All’ingresso le idee erano chiare: entrare, chiedere, confermare l’acquisto e mentre la commessa faceva il pacchetto curiosare tra gli scaffali.
Il tempo era pochissimo, trenta minuti per fare tutto quindi la possibilità di cadere in tentazione era pressoché nulla. Avevo già ripreso da qualche mese a comprare nuovi libri online (una storia che racconterò in un altro post) ma un conto è andarli a cercare a uno a uno su Amazon a colpo sicuro, un altro è trovarsi nel paese di Bengodi….
Dunque entro, chiedo, passo alla fase 2 del mio piano e… 

Dove cazzo sono finiti i libri??? 

E per libri non intendo quegli oggetti composti da carta scritta rilegati in copertine accattivanti ma I LIBRI, i Classici, Balzac, Shakespeare, Manzoni… dove sono finiti tutti?
L’ingresso era rimasto quello di sempre e l’ho saltato a piè pari, già sapevo che vi avrei trovato solo junk-books; l’obiettivo era il reparto appena dietro, quello dei classici, tutti carini e ordinati alfabeticamente per autore, con le loro costine nere per i Classici e Classici Storia, rosse per i Classici Moderni Mondadori, i Classici Blu della Bur, i tascabili bianchi Einaudi, i grigi, verdi e rossi Garzanti dalle copertine semplici e discrete e i piccoli Adelphi, così bellini, così silenziosi…

Niente!

Tra gli scaffali si affacciavano timidi un po’ di Feltrinelli sottili, Baricco, Benni, Allende… qualche Einaudi qua e là, Eco in bella vista che fa sempre la sua porca figura, un Fowles, due Alice Munro, il tutto in massimo quattro metri quadrati di scaffale, tutto attorno era invece un fiorire di letture mediocri racchiuse in sovracopertine ammiccanti e chiassose che riportavano foto di bellissimi protagonisti hollywoodiani in copertina.
Mi è tornata alla memoria La Storia Infinita di Ende, il Nulla che cinge d’assedio la torre d’avorio e come la torre d’avorio dell’imperatrice bambina forse un giorno anche questo piccolo scaffale verrà distrutto… nel migliore dei casi traslocato.
Lo sguardo si dirige un metro più a sinistra: in un angolino largo trenta centimetri riposano gli Adelfi, piccoli, semplici, discreti. Borges mi strizza l’occhio e così fa Giambattista Basile nell’edizione Arcadia eBook. Solo quando li prendo in mano per sfogliarli realizzo che sono… sigillati.

Sigillati???

Ma che è? un peep show? Guardare e non toccare? Se ti piace la copertina e  le quattro righe riportate in quarta bene altrimenti ti fotti. Come fai a scegliere tra diverse edizioni se non le puoi sfogliare? Se non puoi vedere chi ha scritto la prefazione, l’introduzione, la presenza o meno di un apparato note… come fai a decidere? E nel caso di un saggio come fai a comprarlo a scatola chiusa se non puoi vedere neanche l’indice?
Ma davvero allora è meglio comprare online! Almeno in molti casi hai la possibilità di sfogliare l’anteprima su Google Books e leggere le recensioni.
Giuro che non mi era mai capitato di vedere  libri sigillati in libreria. Ho avuto come l’impressione che non si dovessero rovinare… magari per poterli restituire senza danno al distributore… tanto chi vuoi che li compri
Prendo Lo Cunto de li Cunti (a scatola chiusa s’intende), lo poso accanto alla cassa e finalmente trovo il coraggio di chiedere alla commessa dove fossero i libri e se nelle stanze al piano di sopra ci fosse altro di letteratura.
No – risponde con una smorfia – al piano di sopra per lo più sono saggi.
La sua faccia a metà tra il disgusto e la noia non mi convince, ho la sensazione che mi abbia dato una risposta a caso, totalmente ignara in realtà di cosa ci sia di sopra. Al primo piano tanto ci devo andare comunque, almeno per vedere se la sezione Storia è ancora lì.

Ed eccoli gli amici miei! Traslocati al secondo piano ma ci sono E NON MI SEMBRANO SAGGI PORCAVACCA!!! (un po’ incazzati sì però)
Una parete di tre metri per due circa ma me la sono fatta bastare. 

Tre scaffali.

Primo scaffale: libri di poesia, ok, approvata.
Secondo scaffale: inizia il delirio. In alto in alto le prime due mensole sono ricoperte di testi teatrali, due metri lineari in cui hanno schiaffato una miscellanea di Shakespeare, Goldoni, Molière tenuti insieme solo dall’ordine alfabetico dell’autore. E’ teatro? Bene, lo schiaffiamo in alto tanto non se lo fila nessuno. 
I due ripiani più sotto dovrebbero contenere testi classici dove per classici il libraio deve aver deciso latini e greci… tutti insieme ovviamente, ordinati sempre alfabeticamente per autore, tutto quasi bene se non avessi trovato il Tasso tra Tacito e Tucidide, più in basso una sorta di anarchia tutta italiana priva di ordine logico tra Dante, Manzoni, Verga, un gran minestrone un po’ in piedi un po’ sdraiato alla rinfusa.
Il terzo metro onestamente non l’ho capito, c’erano autori italiani ma anche saggi di vario genere sulla letteratura, mi ha incuriosita uno su Pasolini ma c’era talmente tanta confusione lì attorno che non ho approfondito.
Consiglio per i librai: il lettore vuole ordine!
In quel marasma sono riuscita a trovare un’edizione superstite de Lo Cunto de li Cunti di Basile e l’ho messo da parte, un Garzanti, buona introduzione, biografia dell’autore, indici dei nomi e soprattutto non sigillato. Poi mi ha strizzato l’occhio Anabasi di Senofonte, edizione UTET con testo a fronte, una garanzia, 200 pagine di introduzione su 700, praticamente libro + saggio: due libri al prezzo di meno di uno.

19.30, la commessa spegne la musica in sottofondo, arraffo i miei due nuovi amici, pago ed esco.

Di pessimo umore.

Non ero mai uscita di pessimo umore da una libreria e non so se rientrerò mai più in quella… no non è vero, sento già la voglia di ritornarci per frugare nella stanza al primo piano e trovare magari qualcos’altro di abbandonato che abbia bisogno di essere salvato. Mi fa sentire come una sorta di Schindler, salvare i libri dalla dimenticanza, libri che fino a pochi anni fa si trovavano in bella vista sugli scaffali principali e adesso sono relegati al piano superiore di una libreria di paese.

Che sono una snob già lo so, un Gattopardo, nostalgico dell’Ancien Régime e delle conversazioni su Hermann Hesse e Anna Karenina, che si commuove ripensando alle trecce di Ermengarda, sparse sull’affannoso petto e adesso si ritrova a disquisire da solo sulla differenza tra bello e sublime… Me lo faccio bastare, dopotutto anche parlando con me stessa riesco a trovarmi in disaccordo.