Il Trono di Spade – A volte c’è bisogno di una storia

A volte c’è bisogno di una storia, perché non di sola realtà può vivere l’uomo.
Per anni, quattro anni, le storie si erano limitate ad affacciarsi per un’oretta al giorno quando andava bene. Qualche telefilm, qualche lettura di articoli di riviste storiche, qualche approfondimento, per lo più storico, sempre veloce, su enciclopedie cartacee o online.
Prima di questo periodo di disintossicazione dalla lettura avevo inanellato una serie di libri sicuramente bellissimi, dottissimi, altissimi che mi aveva saturata, ero passata dall’Idiota di Dostoevskij a  un saggio sulla più bella giornata di Luigi XIV a Quenau.
Era diventato un leggere per leggere, per accumulare spunte, per spolverare il migliaio e passa di libri che compongono la mia libreria, non c’era quasi più piacere, gli autori non mi parlavano più come un tempo e davanti a me incombeva l’Arcipelago Gulag di Solženicyn come una minaccia, come un dovere.
Poi sono arrivate le bimbe e se ne è andata la concentrazione, quelle ore trascorse da sola con un libro e una buona musica nelle orecchie, silenzio attorno, casa pulita e in ordine, un gatto sulla pancia.
… End of games, era arrivato il caos.
Oppure il caos è stata la mia giustificazione: ero semplicemente intossicata dalle parole e non trovando qualcuno su cui riversarle per compartirne il peso ho lasciato che fossero argomenti più leggeri a prendere spazio nei miei pensieri. 
Cioè… non è che ti puoi mettere a parlare di epifanie proustiane al parco mentre tua figlia cerca di ammazzarsi da uno scivolo di due metri. E quando sei a casa e benefici di quei famosi cinque minuti di silenzio dedicandoti magari a depilarti le sopracciglia sai già che te la faranno pagare e che quando avrai finito mezza lettiera sarà finita a ostruire lo scarico della vasca da bagno (vita vera).
Caos o intossicazione che fosse sono trascorsi quattro anni senza un libro tra le mani.
Poi è arrivata una storia, sono arrivati dei personaggi. 
Un’amica di liceo mi consiglia di guardare un telefilm fantasy e io annuisco, faccio finta che la cosa mi interessi e che andrò immediatamente a guardarmelo.
Sì, sì, come no!
Fantasy?
Se non è Tolkien non vale la pena e Il Signore degli Anelli l’ho letto solo perché era Tolkien, per lo studio della linguistica, per l’interpretazione in chiave borghese contro il comunismo proletario, per ricercare le tracce del medioevo germanico e bla bla bla…
Mica perché mi piacciono le fatine!
Poi un giorno mi guardo la prima puntata…
poi la seconda… la terza…
Non resisto, vado su Amazon e carico il carrello con la pentalogia completa del Trono di Spade, qualche giorno dopo mio marito mi fa il regalo più bello da… anni: i sei CD della colonna sonora di Ramin Djawadi. 
In tre giorni arrivano i libri, leggo sempre, ovunque, è la prima cosa che faccio quando mi sveglio e l’ultima prima di addormentarmi, leggo in pausa pranzo, mentre cucino, mentre prendo un caffè al bar, mentre spingo il carrello dal supermercato alla macchina. Il collo emette strani rumori quando si muove, il coccige si appiattisce, ogni volume peserà circa un chilo, mi fanno male le dita nel tenerli in mano e la spalla perché me li porto sempre dietro nella borsa anche quando so che non riuscirò a leggere ma non importa: devono stare con me e anche quando sono chiusi so che sono lì e che potrei aprirli in qualunque momento. Mi sembra di essere tornata ai tempi del liceo quando leggevo sull’autobus da Veronetta alla succursale del Maffei attorcigliata a uno dei pali centrali.
Negli occhi le pagine. 
Pagine e parole in un alternarsi di bianco e nero, nelle orecchie fiati, archi, percussioni delle musiche di Djawadi e sulla pelle brividi… taaaaaanti brividi.
Mi sentivo come se avessi percorso chilometri per giorni sotto il sole senza bere e poi mi avessero porto una bottiglia d’acqua. Ho bevuto con avidità, come se non esistesse altro, mi sono ingozzata fino a farmi scoppiare lo stomaco.


In una settimana finisco di leggere il primo volume, in due mesi fagocito tutto: carta, parole, pensieri, personaggi, mappe, appunti, teorie, castelli, rocche, draghi, ghiaccio e fuoco.

Ma perché? 
Perché affascina tanto? Cosa c’è in questo prodotto di tanto irresistibile?
Se si guarda alla serie televisiva non gli si può fare nessun appunto: il prodotto è confezionato benissimo, ottima scelta degli attori e se guardato in lingua originale la potenza delle loro voci per lo più basse, l’armonia dell’accento BBC English e la definizione della dizione sottolineano a ogni passo il momento narrativo conferendo spessore. Gli ambienti sono minuziosamente ricreati in digitale sovrapposti a scenografie reali. La colonna sonora è… uno spettacolo, la diversità e l’armonia dei temi musicali proposti da Ramin Djawadi regge benissimo il confronto con compositori come Williams e Morricone.
Nel libro però non ci sono attori, non ci sono paesaggi, non c’è musica, tutto il merito risiede nella penna di Martin e mi sono chiesta quale, concretamente, fosse questo merito.
Ho letto molte critiche sul suo stile narrativo rozzo, sulla limitatezza del suo vocabolario e sulla ripetizione delle similitudini (tutto vero) ma non sono riuscita a trovare analisi che spiegassero perché la lettura delle Cronache risultasse così accattivante nonostante sia contenuta in cinque libroni enormi che solo a leggere il numero di pagine, 5000 circa, passa la voglia. Quella che posso dare è la mia spiegazione, dopo averci meditato per qualche tempo.
Nessuna parola è lasciata al caso, nessun paragrafo è trascurabile. Mi è capitato spesso di incontrare nelle opere di grandi autori ridondanza di aggettivi, avverbi, interminabili descrizioni laddove l’idea dell’autore era quella di donare al lettore un’immagine quanto più possibilmente realistica dell’ambiente in cui si muovono i personaggi (Zola ne sa qualcosa). Qui tutto è scarno, al lettore vengono fornite poche informazioni dal punto di vista descrittivo, l’intera narrazione viene retta dalle azioni, dai ricordi e soprattutto dai pensieri dei personaggi, punti di vista diversi descrivono la stessa azione, lo stesso avvenimento in modo da dare al lettore una conoscenza estesa dei fatti e di comprendere meglio la psicologia dei personaggi.
Questa assenza di orpelli rende ogni paragrafo, ogni parola fondamentale ai fini della comprensione degli avvenimenti, episodi, miti, racconti insignificanti, buttati a caso apparentemente per riempire dello spazio vengono recuperati successivamente cosicché il lettore si trova obbligato a non tralasciare nemmeno una riga.
La narrazione procede per punti di vista e lo stesso episodio può essere narrato da più attori svelando particolari diversi, rivelando i meccanismi emotivi dei personaggi che emergono come figure a tutto tondo, prendono forma, sostanza ed è questa la potenza dello stile narrativo di Martin che fa sentire i personaggi reali, palpabili quasi. Le azioni, anche le più contorte, trovano giustificazione nella comprensione della storia passata e della psicologia dei protagonisti.

La saga viene generalmente considerata appartenente al genere fantasy ma ne è molto lontana, per due ragioni fondamentali:
  • L’elemento fantasy è marginale, non risolve le situazioni come un deus ex machina e non le crea, semplicemente esiste, sta lì ed è coinvolto negli eventi senza però mutarli nella sostanza. Non è determinante nello svolgersi della storia: il centro della narrazione è il continente Westeros ove è quasi assente l’elemento fantastico e quando vi si trova arriva da altrove, dal passato, dal continente Essos o da oltre la barriera. Lontano dunque nel tempo e nello spazio.
  • La dicotomia bene/male tanto cara al genere è frantumata. Non esistono personaggi totalmente buoni o totalmente cattivi (beh, uno cattivo cattivo in realtà c’è), non ci sono azioni totalmente giuste o ingiuste, i protagonisti non hanno necessariamente un lieto fine, sono eroi tragici che rievocano figure come Ettore e Achille, entrambi nel giusto, entrambi nel torto e si ha qualche difficoltà a prendere totalmente le parti dell’uno o dell’altro.

E’ una nuova frontiera del realismo: il REALISMO di MARTIN.

Martin è riuscito a creare una struttura psicologica per decine di personaggi, un alveare mentale straordinariamente coerente e coeso in cui le celle si incastrano l’una con l’altra senza lasciare spazi, una struttura nella quale risaltano dapprima le caratteristiche della generazione dei padri ovvero la generazione che ha avuto parte attiva alla guerra scatenata dalla Ribellione di Robert e che dalla situazione di apparente stasi in cui l’opera inizia non vuole recedere. Ma quella stasi è solo una copertura per il caos che gradatamente e con forza e velocità sempre maggiori tende a riemergere perché nel momento in cui viene messa in dubbio l’autorità delle istituzioni con l’annientamento di Casa Targaryen crolla ogni certezza, ogni diritto, ogni valore. Ecco allora i figli della Ribellione pretendere il loro spazio nell’alveare di Martin in decine di micro romanzi di formazione ed è qui che i libri surclassano la Serie TV: nel numero di storie e personaggi, volutamente tagliati o accorpati nella serie (vedi Aegon Targaryen figlio di Raeghar o Jane Poole l’amica di Sansa), nelle innumerevoli sfaccettature di questi… penso a Sir Ilyn Payne o a Ed l’Addolorato che nei libri sono protagonisti di gustosissimi lazzi di shakespeariana memoria.
Lo stesso ritmo della narrazione aggiunge una carica realista, la contemporaneità, i flashback, le visioni, i racconti narrati dai personaggi si succedono con un tempismo cinematografico e sicuramente gli anni trascorsi a lavorare come sceneggiatore a Hollywood gli sono serviti parecchio. Ogni volta che il racconto di un personaggio termina si ha la tentazione di correre al prossimo capitolo dello stesso personaggio salvo poi arrendersi all’impostazione cronologica decisa da Martin e continuare la lettura così come decisa dall’autore che bastardamente decide di spezzare i libri 4 e 5 dedicando il 4 Il Banchetto dei Corvi soprattutto al continente Westeros e il 5 La Danza dei Draghi principalmente a Essos… E’ l’apoteosi della suspance. E’ qui che avviene la separazione tra serie TV e libri, si ha l’impressione che il mondo delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco proceda su due universi paralleli e che la storia allo stesso finale vi giunga per vie differenti agganciandosi alla τύχη greca, la sorte ineluttabile già scritta in cui eventi diversi portano inesorabilmente allo stesso destino.


In attesa della settima stagione televisiva prevista nell’estate/autunno 2017 o del sesto libro della saga, Winds of Winter, previsto… boh, rimugino sugli aspetti che più mi hanno colpita della saga, salto da una teoria all’altra (quel Mance Rayder non mi convince… o forse mi convince troppo…) e schivo spoiler come Neo le pallottole in Matrix. Almeno altri due spunti mi frullano nella testa, questo post, iniziato mesi fa e lasciato decantare, è stato già diviso in due parti… forse avrei dovuto ricavarne una terza ma non me la sono sentita… con Martin ci rivedremo, spero, prima della settima stagione.