Filippa Siccardi, il suo castello e un restauro dettato dall’amore




Un delizioso pomeriggio, un’impressione di bello e passione che indica la strada, o una strada per la conservazione del patrimonio culturale, architettonico e storico del nostro bellissimo Paese.

PS: se siete interessati solo alla parte storica andate direttamente alla fine del post.

L’occasione è l’evento“Omaggio a Filippa Siccardi, feudataria del Castello di Naro (1217-2017)”, tenutosi al Castello di Naro, vicino Cagli, il 29 luglio di cui sono venuta a conoscenza sulla pagina Facebook de Il Medievalista
L’evento, ben organizzato e soprattutto ben strutturato, si divideva in tre parti: 


  • Conferenza della ricercatrice Elisabetta Gnignera, storica del costume medievale e rinascimentale
  • Visita al castello con Giovanni Melappioni, appassionato di storia medievale, scrittore e curatore del blog Il Medievalista
  • Rinfresco a base di tartufi realizzato in collaborazione con Tartufi Tentazioni di Acqualagna
L’evento verrà ripetuto e consiglio davvero a tutti di partecipare per trascorrere un pomeriggio diverso, deliziati dalla bellezza dei luoghi, dall’abilità dei narratori e dal piacere di un rinfresco gourmet.
Elisabetta Gnignera ha saputo egregiamente ripercorrere la figura della donna guerriera attraverso i secoli, dall’Iliade di Omero (VI s.a.C) al Morgante del Pulci (XVs.) passando attraverso l’Eneide con Camilla regina dei Volsci, le cronache di crociata di Imad ad-din, biografo di Saladino (XIIs.), la figura di Maria Puteolana, vergine guerriera di Pozzuoli descritta dal Petrarca, la Teseide di Boccaccio fino alle più note Giovanna d’Arco e Caterina Sforza. La relazione attinge da storia e letteratura ed è interpuntata da riferimenti a reperti archeologici e descrizioni dell’abbigliamento delle donne guerriere attraverso i secoli. Una narrazione leggera, piacevole, scorrevole adatta a ogni tipo di ascoltatore, non è necessario avere già conoscenze di tipo storico, la relatrice riesce a trasportare l’uditore attraverso i secoli grazie a parole e immagini sapientemente dosate.

Giovanni Melappioni è stata una piacevolissima scoperta, la conferma che per trasmettere un messaggio di tipo culturale ci vuole per prima cosa passione per la materia. E Melappioni di passione ne ha, trasuda entusiasmo a ogni parola e la visita alla rocca diventa occasione per spiegare l’evoluzione del castello nella storia e il fenomeno dell’inurbamento. E’ uno scrittore lui e dove mancano i documenti storici provvede a riempire la lacuna con ipotesi ragionate in virtù della sua conoscenza del periodo.

Terza parte del pomeriggio l’aperitivo, è in questo momento che i proprietari del Castello si presentano e spinti dalla nostra curiosità raccontano di come l’incontro con questo posto sia avvenuto per caso e sia stato subito passione. L’acquisto per impulso, per essersi invaghiti di un portale e poi anni per realizzare il progetto del restauro che è davvero un capolavoro di sinergia tra archeologia e design. Ogni cosa è curata nei minimi dettagli, dall’uso di materiali e colori in armonia con il luogo, al giusto dosaggio di complementi d’arredo retrò e innovazione tecnologica (penso ai termosifoni del bagno principale o alla doccia con vista sulla valle), tappezzerie delicate, legni, camminamenti ricostruiti o inventati che aprono su di una vista mozzafiato sulla valle. Anche il verde circostante è disposto con la stessa cura maniacale, le file di giovani ulivi all’ingresso, le porzioni di terreno rialzate ove risiedono ortensie, rose o piante aromatiche e poi di nuovo la vista sulla valle, la stessa di Raffaello e dei grandi maestri del Rinascimento, quel senso di pace e tranquillità che è proprio dell’entroterra marchigiano dove l’Appennino è morbido, accogliente e ricoperto di vegetazione.

A Naro ho visto l’amore. 
L’amore dei relatori per la materia storica. 
L’amore dei titolari della Tartufi Tentazioni nella presentazione delle loro creazioni gastronomiche. L’amore della famiglia Stocchi per un angolo dimenticato della storia che hanno trasformato in una porzione di paradiso.



PICCOLO EXCURSUS DI STORIA
Spulciando in giro mi sono imbattuta nell’opera di Gabriele Presciutti,Maurizio Presciutti e Giuseppe Dromedari, un archeologo e due impiegati che animati da passione nei confronti del tesoro storico del loro paese hanno impiegato tre anni in ricerche tra Archivio di Stato e l’università di Urbino mettendo in fila minuziosamente materiale d’archivio e racconti di compaesani. L’opera è “Pianello di Cagli. Viaggio nella storia di una vallata”, acquistabile su Vistaprint.
Il giorno dopo la visita mi sono dilettata a far combaciare l’accattivante storia di Filippa Siccardi ascoltata al castello con quanto letto nel libro di Presciutti e Dromedari. 

Filippa Siccardi, chi era costei dunque?
Una donna del 1200 feudataria del castello di Naro. 
All’inizio del XIII secolo le mire espansionistiche del comune di Cagli puntano sui territori circostanti, soprattutto quei castelli di proprietà di signori locali che ergendosi su promontori possono garantire ottimi punti di osservazione sul territorio e buone rendite. In pochi anni vengono assoggettati una cinquantina di castelli tra cui quello di Naro, i proprietari stringono un accordo con il Comune che compensa queste cessioni con beni e cariche comunali.
E’ il 1219, l’accordo per il castello di Naro viene siglato da Filippo e Riccardo Siccardi, rispettivamente padre e fratello di Filippa. 
Nel 1227 i documenti dell’epoca riportano che Filippa Siccardi riconsegnò il castello al Comune di Cagli.
Cosa accadde nel frattempo si può ricostruire grazie al libro su Pianello di Cagli.
Due fatti concorsero a indebolire la forza del Comune e riaccendere le spinte autonomiste dei signori dei castelli:


  • Un’epidemia scoppiò all’interno delle mura di Cagli decimandone la popolazione 
  • Papa Onorio II consegnò il Comune di Cagli ad ad Azzo d’Este, marchese di Ferrara, di fazione guelfa filopapale
Perché il Papa consegnò Cagli a un Este? Posso ipotizzare che essendo il Comune filo-ghibellino ed essendosi espanso soprattutto a spese della Diocesi di Cagli, il Papa lo abbia voluto punire approfittando della crisi dovuta all’epidemia influenzale. Fatto sta che sette anni dopo, siamo nel 1227, grazie all’intervento di Federico II gli Este sono costretti ad andarsene e Cagli torna libero Comune. La crisi di Cagli dura sette anni (1220-1227) durante i quali i signori dei castelli si ribellano all’autorità accentratrice del Comune e tornano a insediarsi delle loro precedenti proprietà. Posso ipotizzare che anche Filippa Siccardi fosse ritornata in possesso del castello di Naro a seguito di quest’onda autonomista dei signori locali e che quando il Comune si fu riorganizzato ed ebbe ritrovato la sua forza si vide costretta a fare marcia indietro e riconsegnare il castello a Cagli. Deve comunque esserci stato un assedio visto che i documenti dell’epoca riportano che i castelli di Filippa furono riconsegnati piuttosto malconci.
Di Filippa null’altro si sa, il paragone corre veloce verso un’altra figura femminile forte che difese strenuamente i suoi possedimenti: Caterina Sforza, madre di Giovanni dalle Bande Nere, che si scontrò con il Valentino Cesare Borgia il quale mirava a unire le terre di Marche e Romagna sotto un unico principato filopapale nei primi anni del Cinquecento.

ModenaModenaPark! Un viaggio nel tempo

Provo da una settimana a fissare le immagini, i suoni, gli odori di una giornata memorabile, una splendida giornata come direbbe LUI.
Il Primo luglio 2017 ha avuto inizio in realtà il 30 giugno nel momento di andarsi a coricare. Tutto era pronto. Pronti i vestiti, gli zaini, le scarpe, i viveri, tappi di plastica, tutto tattico, collaudato in decine di concerti che ormai ci rendevano veterani di live. Le bimbe le avremmo portate dai nonni a mezza mattinata per poi riposarci e definire gli ultimi dettagli del viaggio.
Già.
Il viaggio.
Era sempre stata nostra intenzione partire sul tardi della mattinata, mezzogiorno circa, sapevo già che strada dovevo fare, niente parcheggi organizzati che poi non se ne esce: avevo il mio quartiere di riferimento, Villaggio Z, appena sotto il Modena Park, residenziale, sconosciuto alla maggior parte dei 220.000, dovevo solo uscire a Modena Nord, uscita 17 e poi ce l’avrei fatta. Peccato che il casello di Modena Nord fosse chiuso a ogni tipo di traffico.
Chiamo l’Ivonne, la maestra delle elementari che è stata per anni vicina di casa della mia famiglia e mi conferma che stanno chiudendo le vie, chiusa la Giardini, penso di uscire a Modena Sud e accerchiare da Baggiovara ma era chiusa anche la Formigina e Jacopo da Porto. 
Mando Matteo a dormire dal momento che il giorno dopo doveva guidare, lo avrei raggiunto di lì a poco appena mi fosse passata l’ansia… invece rimango sveglia fino alle due a fare piani d’attacco alla viabilità modenese, le provo tutte registrando itinerari su Google Maps, trascrivendoli nel malaugurato caso scoppiasse il cellulare, dall’altro capo del telefono l’Ivonne mi mandava link di aggiornamento sulla viabilità.
Alle due crollo sul divano solo per svegliarmi alle cinque e mezzo, prendere una cofana di caffè e ricominciare da capo con gli itinerari, lo zaino, i biglietti cazzo, dove ho messo i biglietti? Ah, ok, sono al solito posto. Mica per niente ma ci è già capitato: partiti da Pordenone per andare al concerto di Eros a Padova, a Treviso mi sono resa conto di aver lasciato i biglietti in cucina… 
Per tutta la mattina in casa scavo un solco dalla sala alla cucina, dalla cucina in sala di nuovo, nel frattempo si sveglia la truppa e le bimbe non vedono l’ora di andare a fare vacanza dai nonni, benissimo, le portiamo in fretta così posso tranquillamente agitarmi a casa in attesa di partire. Devo aspettare le 13, orario concordato con Michi, collega, per incontrarci con lui e un suo amico e partire. Dopo un po’ lo tartasso di messaggi: ma non possiamo anticipare? 15 minuti, 10? Fortunatamente il suo cellulare è mezzo schiantato e non riceve i miei messaggi farneticanti.
13 meno dieci, non resisto più e partiamo alla volta del pieno di gpl, ci incontriamo direttamente lì, sigarettina di decompensazione e…

VIA! Partiti per il ModenaModenaPark!

Autostrada deserta, scorriamo veloci e in un’ora e mezzo arriviamo a Modena Sud… mai successo! Mai successo sulla A14! Dopo Bologna richiamo l’Ivonne che mi dà indicazioni per raggiungerla, non avendo dove scrivere appunto la strada sul Signore degli Anelli… Tolkien non se ne avrà a male, dopotutto ha infarcito l’opera di canzoni e canzoncine perciò…
Prima rotonda a destra, seconda rotonda prendere la terza uscita e poi c’è un supermercato grande sulla sinistra… gli uomini in macchina prendono per il culo i riferimenti stradali donneschi ma raggiungiamo in due secondi, increduli, viale Amendola… strada deserta, posti auto deserti… ma davvero? Ma è la città giusta? Chiediamo numi a un indigeno, siamo a circa 3km dall’ingresso e non si vede una macchina… solo un lento, festoso fiume di gente di tutte le età a piedi o in bici.
Sono le 15, sulla Giardini ci prendiamo una birretta e chiacchieriamo con la barista e un avventore. Dilatiamo l’attesa del piacere, felici, con un sorriso ebete sulle labbra. Poi ci decidiamo a partire! Loro alla volta del Pit2 ingresso A.
Noi ci andiamo a prendere un caffè dall’Ivonne. 

Perché ModenaPark non è solo un concerto, è un viaggio nel tempo, nella mia infanzia, oltre la siepe della Giardini ci sono i palazzoni blu, il numero 15, casa. 

In un flash mi torna in mente il giorno in cui levai le rotelle dalla bici, i ruzzoloni giù per il garage, le scampanellate pomeridiane al compagno di classe che abitava un piano sopra, la collinetta verde con i cespugli pieni di scarabei, i miei Tati, le tigelle della Marisa e i Lego sotto il tavolo, Mimmo che mi voleva rubare i codini per dipingerci i muri, il misterioso CB del Tato, quella bimba vicina di casa che aveva per animale da compagnia una scimmietta, le macchinine con Valeriano, He-Man, il castello medievale dei Lego, il catalogo di Natale della Giochi Preziosi…

Il caffè dell’Ivonne è il più buono del mondo.

Dopo una mezz’oretta decidiamo che è tempo di andare ma mentre stiamo per imboccare lo stradone mi sento chiamare da una stradina, via del Luzzo, la seguo per dieci passi e a destra si apre il cortile della scuola elementare Don Milani.

Boom! Altra ondata di ricordi in faccia: i giochi della gioventù, la collinetta dove facevamo le foto di classe, i muretti e gli alberi dove ci arrampicavamo, le acrobazie, i cori di Natale…
Ci fermiamo lì fuori, sono quasi le cinque e ci concediamo una pausa per pranzare. All’ombra si sta bene, in giro non c’è nessuno, davvero i modenesi sono tutti andati via.
Percorro con la mente via del Luzzo fino alla chiesa, poco prima si gira a sinistra, si percorre un centinaio di metri e si è in pasticceria… il ricordo di quei bignè alla crema mi riempie la bocca… quasi quasi…
No. Ok. Mettiamoci in marcia, ci sono i controlli e non si sa quanto tempo ci vorrà per passarli.
Ci reimmettiamo nel fiume di gente felice e canterina, saltello, canticchio, Matteo è vigile accanto a me e ci scambiamo battute sugli spudoratissimi bagarini che gridano “Biglietto!!! Vendo un biglietto!!!”, i due tipi appoggiati al palo dieci metri più in là hanno sicuramente la scorta di biglietti da qualche parte.
Poco dopo siamo dentro. Facciamo un giro intorno per vedere com’è la situazione e… WOW!!!

Un carnaio.

Teste, gambe, braccia, toraci, un mare umano in estasi che mangia, beve, canta e grida
Aleee Alealeale!
Vascoooooo
Vascoooooo
Eravamo 75.000 a Reggio per Italia Loves Emilia, 150.000 dagli U2 nel 1997, qui sembriamo non finire mai.
Impossibile entrare nel cuore del Pit3, non ci proviamo neanche, ci ritroviamo in un luogo ombreggiato tra il presidio dei Vigili del Fuoco e quello della Croce Rossa e stiamo bene lì, mentre la sera cala e i raggi del sole sono ancora caldi stendiamo gli asciugamani tra gli alberi e ci godiamo il pubblico rilassati, attorno a noi famiglie, tre generazioni di vaschisti, la più piccola che vediamo sta nella fascia di una mamma mora bellissima, i più anziani invece si son appropriati di una panchina.

Un parco qualunque, un sabato qualunque, se non fosse per le magliette, fascette, cappellini tutti vaschisti e per i fiumi di carrellini carichi di birra in bottiglie di plastica che ci passano davanti.

Matteo inganna l’attesa schiacciando un pisolino, io provo a leggere, impresa ardua in presenza di tanta umanità, sgranocchio caramelle gommose, bevo acqua.
La posizione è perfetta, ogni tanto passano sopra le nostre teste gli elicotteri, quello della polizia e quello SUO che ci guarda e si prepara… e ogni volta che sento il rumore mi viene da cantare The Wall dei Pink Floyd, è più forte di me.
E poi eccolo sugli enormi schermi il sole al tramonto, le note di Also sprach Zarathustra di Strauss… Nietzsche piace al Blasco, ogni tanto lo tira fuori nei suoi post, nelle interviste.
Silenzio per un istante e poi inizia la magia.
La magia di 220.000 persone che cantano e ballano sulle stesse note
Amo i concerti! 
La musica è una ma ognuno ci ritrova un ricordo, un attimo, una persona, un luogo e gli altri scompaiono e riappaiono. Vasco nasce in me nell’infanzia, quando con le compagne delle elementari si ascoltava di nascosto Coca Cola e Jovanotti a Sanremo aveva portato un testo che recitava “No Vasco, io non ci casco”, gli anni Ottanta, da un lato i Supereroi positivi e dall’altro i cattivi drogati, Vasco era della mia terra ma ne veniva sputato fuori come erba cattiva, non era impegnato come Guccini, non era intellettuale come Dalla ma in qualche modo arrivava dritto come una cannonata e quando ti prendeva era per sempre, anche se non si andava a dirlo in giro.
In quinta elementare avevo una compagna di classe con due fratelli molto più grandi di noi che ascoltavano Vasco, mi fece una o due cassettine colme di ribellione: Fegato spappolato, Liberi Liberi, Dillo alla Luna… le cantavo a squarciagola senza comprenderne il significato. Liberi liberi la intonammo il giorno dei nostri esami di quinta, correndo per i prati.
Più grande era difficile non immedesimarsi in quella Giulia che si prendeva la vita che voleva, nell’anima fragile delle delusioni adolescenziali.
Testi semplici, musica in crescendo e quegli eeeeehhhhh, aaaaahhhhhh che quando li canti non puoi fare a meno che rivolgerti al cielo e spalancare le braccia.
Il mio Vasco è così, si canta guardando il cielo, petto in fuori, braccia larghe, il sorriso sulle labbra, agitando poi le braccia su di un’invisibile batteria. 
Per me sono solo messaggi positivi, la splendida giornata, vivere una favola, ogni volta che qualcuno si preoccupa per me… e l’incredibile quotidianità dei sabato del villaggio, di quell’asciugamano passato dopo la doccia, di quel ti voglio bene non l’hai mica capito… e dove mai si erano sentiti testi del genere? 
Eliminazione di aggettivi, avverbi, soppressione di tutto ciò che non sia sostanza, pensiero ridotto all’osso che permette al messaggio di arrivare dritto come un treno nei cuori che trova disposti ad ascoltare.
E poi c’è il sax!
Il sax nella musica rock che associo solo a Vasco e al Boss.
Perché non c’è nulla di più appassionante, sensuale e libero del suono di un sax in una canzone rock.
E ogni volta che ascolto quel sax soprano in Liberi Liberi mi spuntano le ali e sono di nuovo sui prati della mia infanzia.
Il mio viaggio nel tempo si interrompe per un po’ e poi ritorno nel 1997, sempre Modena, un’altra vita, un nuovo incontro…

E oggi per me si festeggia quello, un’avventura che iniziò venti anni fa in un parco di Modena, parco Amendola, a due passi dal ModenaPark, iniziato con una corsa in due in motorino e sotto il cielo limpido a parlare di Ken il Guerriero. Dopo di allora avventure, chiacchierate, viaggi, concerti, studio, lavoro, due bimbe.
E allora il ModenaPark con i suoi fuochi d’artificio sul finale di Alba Chiara è anche per noi e per tutte le volte che guardandolo dormire a Torino e in tante altre città ho canticchiato
Tu che dormivi piano
Quasi non ti sentivo
Ed allungavo la mano
Tra le lenzuola il tuo viso
Io respiravo piano
In quel silenzio calmo
Il giorno entrava dal vetro
Più che indeciso sorpreso
Illuminava scontroso il tuo viso
Geloso o forse stupito
Ma ecco i tuoi occhi si schiusero appena
da quanto tempo sei sveglio?
Io sono qui da sempre anima mia