Leviathan Il Risveglio – ci diamo alla fantascienza adesso!!!

Ufff… da dove comincio?

Dall’inizio, nella maggior parte dei casi è la scelta migliore.

Ho iniziato a leggere questa saga per vari motivi:

Primo su tutti la serie televisiva The Expanse: coinvolgente, begli intrecci, personaggi interessanti, curiosità nell’evoluzione del soggetto. Arrivata alla fine della seconda stagione e in attesa della terza mi era venuta la curiosità di sapere come veniva reso lo stesso soggetto su carta senza gli effetti speciali. La serie si basa su una saga che si dipana in nove libri, la prima stagione copre circa tre quarti del primo che termina a metà della seconda stagione, sette libri sono stati pubblicati, ne mancano due ma gli autori Daniel Abraham e Ty Franck vanno avanti a tappe forzate per cui i lettori dovrebbero senza problemi riuscire a vedere la fine dell’opera.
Uno dei due autori, Ty Franck, è il celeberrimo aiutante tuttofare di Giorgione Martin, quello delle Cronache del Ghiaccio e del fuoco, l’uomo che ha aiutato Martin a organizzare il suo lavoro rendendolo meno incasinato. Lo stesso Martin dice di The Expanse: “Da troppo tempo non si vedeva una space opera così grandiosa”, in più, oltre ai romanzi sono previste tutta una serie di novelle che esplorano il mondo di The Expanse al di là dell’intreccio principale.
Terzo motivo: l’opera è strutturata in POV, punti di vista, mi piace questa tecnica, vista e apprezzata nell’opera di Martin permette una visione soggettiva degli eventi con i suoi pregi come l’approfondimento della psicologia del personaggio e i suoi difetti ovvero la visione parziale degli eventi laddove per parziale intendo sia UNA parte che DI parte. E’ l’evoluzione del romanzo epistolare, ha il suo fascino.

L’unione dunque di un prodotto televisivo di alto livello, di un sostrato letterario organizzato e di un padrino del calibro di Martin mi hanno reso indispensabile leggere almeno i primi due libri: “Leviathan. Il Risveglio” e “Caliban. La Guerra”.

Terminato il primo libro ammetto di essere un pochino delusa e spiegherò di seguito i motivi ma dirò anche cosa ho trovato interessante per permettere magari a chi ha visto la serie e vuole leggere il primo libro di farsi un’idea.

I POV del primo libro sono solo due: Miller il poliziotto cinturiano e Holden il comandante terrestre della Rocinante, questo taglia fuori dall’opera tutti i riferimenti alla politica interplanetaria che a mio parere costituisce il 50% della goduriosità della serie TV e che si percepisce solo nelle scene in cui è presente Fred Johnson.

Holden nel libro è un vero coglione! Se nella serie TV appare come una sorta di Jon Snow intergalattico, il Giusto, il Buono, nel libro è da mani nei capelli e non riesco a capire come possa essere comandante della Rocinante. All’eccessivo buonismo e idealismo dell’Holden televisivo si aggiunge la totale incapacità di prendere decisioni sensate senza il supporto psicologico di Naomi o Miller che giganteggiano di fronte a lui. E le decisioni che Holden prende in autonomia sono di una inconsapevolezza imbarazzante tanto da poter essere considerate la causa dello scoppio della guerra tra Terra, Marte e Fascia. Emblematiche sono le parole di Miller a Holden (POV Miller 36) “chiediti invece che cosa farebbe Naomi” come a volergli suggerire di non prendere più decisioni in autonomia e di ascoltare il suo vice Naomi, molto più intelligente e saggia di lui.

Fortunatamente Miller è dipinto molto bene, è un personaggio complesso, tormentato, visionario, vocato al suicidio nel momento in cui trovano il corpo di Julie Mao. Era un brav’uomo? Fred Johnson direbbe “No, ma sapeva fare il suo lavoro” o meglio, era tornato a fare bene il suo lavoro nel momento in cui aveva ritrovato un motivo per farlo: lavorare come poliziotto per la compagnia privata Star Helix su Ceres aveva negli anni atrofizzato la sua capacità di discriminare il bene dal male, il giusto dallo sbagliato, trasformandolo in un pessimo poliziotto e in un uomo ancora peggiore. Lo scopo della polizia su Ceres non era di far rispettare le leggi ma di mantenere lo status quo a qualsiasi prezzo, anche a costo di collaborare con le associazioni malavitose, è conseguenza logica che con una tale gestione dell’ordine anche i parametri morali debbano essere rivisti se si vuole sopravvivere allo schifo della quotidianità. Julie Mao, il suo caso, la giovane ricca terrestre che abbandona tutti gli agi per combattere per il popolo abusato e sfruttato della Fascia, gli fa mettere in discussione tutta la sua vita, la sua scala di valori, le sue priorità. 

Il tema ricorrente del primo libro è quello del Don Quisciotte che combatte contro i mulini a vento, Miller si riferisce più volte a Holden in questi termini ma forse il vero Don Quisciotte è proprio Miller che trasforma una ragazzina terrestre nel suo ideale proprio come il cavaliere di Cervantes aveva trasformato una contadinotta in Dulcinea, uno scopo per vivere, un ideale per morire.

Un accenno doveroso devo farlo anche alla Rocinante. 

Rocinante??? Ma davvero? Posso comprendere le esigenze di resa e traduzione per la serie TV ma Rocinante è un abominio: il cavallo di Don Quisciotte è Ronzinante nella traduzione italiana, Rocinante in lingua originale spagnola ma se si traduce in italiano è doveroso a mio avviso chiamarla con il suo nome italiano: Ronzinante aggiungerebbe anche una certa ironia alla storia visto che un ronzino è un cavallo malandato mentre la nave di Holden è supermegafantastica, dotata di tutto il meglio in quanto ad armi, cambusa, infermeria, sistemi di tracciamento e tutte le altre fagianate spaziali da nerd che onestamente ignoro. Che poi a voler tirare per le lunghe le associazioni di nomi si potrebbe pure tradurre Miller in Mugnaio (mulini avento?) e Holden… beh, il giovane Holden no? Ma forse sarebbe tutto molto stiracchiato così.

L’altro personaggio reso bene è ovviamente Naomi, è strafiga, è intelligente, arguta, umana, ha un cervello che macina dati velocemente ed estrae conclusioni accurate anche e soprattutto sotto stress, si vorrebbe essere lei, anche Holden probabilmente vorrebbe essere lei, sicuramente se la vorrebbe fare sin dal momento in cui esplode la Canterbury e Naomi rimane l’unica donna dell’equipaggio. Povero Holden… oltre a sembrare un bamboccione idiota è anche arrapato per la maggior parte del libro.

Dal punto di vista della scrittura purtroppo il binomio Abraham-Franck sotto lo pseudonimo James S.A Corey sembra aver preso da Martin solo il peggio. Se ci si aspetta qualcosa di simile nella resa della psicologia dei personaggi, nella descrizione dei momenti di vuoto e attesa, nell’esplorazione dell’animo umano mettiamoci una pietra sopra: non ci si avvicina nemmeno. Da Martin sembra aver ereditato la pochezza del vocabolario e la ricorsività di certe similitudini come “capelli sott’acqua” che ricorda molto i capezzoli sull’armatura di Martin, similitudine che ricorre in continuazione fino a risultare stantia. Inoltre gli autori sembrano essere particolarmente ossessionati dai gatti visto che metafore su gatti e gattini sono spalmate lungo tutta l’opera con una ridondanza che sfiora il ridicolo.

Per ultimo lascio un accenno alla protomolecola, al termine del primo libro si ha qualche indizio su cosa possa essere, vedremo in seguito come evolverà ma in questo momento mi ricorda molto l’Unico Anello di Tolkien. C’è un passo, POV 43 Holden, in cui Holden dice a Miller “Dresden e i suoi amichetti della Protogen pensavano di poter decidere chi vive e chi muore. Ti dice niente?” A me qualcosa dice. Anche Miller si arrogherà il diritto di decidere chi potrà vivere e chi morire e lui stesso ne subirà le conseguenze, come Gollum macchiatosi di assassinio sarà destinato ad avere una parte fondamentale nell’impresa fino a morire per essa, si renderà strumento di quella che Tolkien chiamava Provvidenza, strumento del destino o della Storia. Cosa è la Protomolecola lo vedremo, per ora è un’arma, uno strumento che tutti vogliono per portare avanti questa politica anni Settanta della MAD: distruzione mutua assicurata. Se posso esprimere un desiderio confesso di auspicarne la distruzione proprio come per l’Anello di Tolkinen: è uno strumento troppo potente che darebbe troppo potere al possessore anche utilizzandolo a fin di bene. Gandalf stesso e Galadriel provarono terrore di fronte alla tentazione dell’anello pur con tutta la loro saggezza così lo affidarono a Frodo, un puro, un semplice (un coglione?). Holden/Frodo e Naomi/Sam… si vedrà come proseguirà questa Compagnia della Protomolecola. 

Al secondo libro della saga darò sicuramente una possibilità, dopodiché tirerò le somme e deciderò se varrà la pena continuare in parallelo libri e serie o se continuerò a seguire solo la serie TV.

Alla prossima 😊

PS: mi piace ricordarli insieme, attorno a una lasagna marziana


Lady Susan. Lettera aperta a Miss Austen

Gentile Miss Austen,
lei sa che la apprezzo e la ammiro. L’ho sempre stimata penna arguta, ironica, irriverente. Il suo sarcasmo nel dipingere le piccolezze della buona società inglese di campagna l’ho sempre ritenuto gradevolmente pungente e leggero. Tuttavia, nella lettura del suo Lady Susan, mi sono dovuta ricredere: continuare è stato davvero, davvero difficile, la tentazione di interrompere la lettura forte e ha rischiato di prendere il sopravvento. In realtà proprio il motivo per cui avrei voluto chiudere il libro è quello che mi ha costretta a continuare.
Le parole di Lady Susan su come dovrebbe e come non dovrebbe essere l’educazione di una giovane donna fanno letteralmente rabbrividire. 
Gentile Miss Austen, sono perfettamente cosciente che il suo intento era proprio di provocare una reazione di inorridimento nella lettrice e devo confessarle che l’effetto è ancora più marcato a due secoli di distanza dalla stesura dell’opera.
Mi trovo dunque, gentile Signorina Austen, a doverle fare i miei più sinceri complimenti per come è riuscita a “costruire” un personaggio totalmente odioso senza tuttavia risultare grottesco o caricaturale, è stata per me una vera delizia potermi intrattenere con questo suo scritto e spero vivamente che vorrete continuare a coltivare questa vostra passione.
Vostra ammiratrice, 
fedele lettrice.
Questo è quanto scriverei a Miss Austen se potesse leggere la mia lettera.
Tornando a quanto dicevo sulle linee guida per l’educazione femminile emblematico è un passaggio dalla settima lettera:

Lettera VII – Lady Susan a Mrs Johnson

“Vorrei che suonasse il piano, che cantasse mostrando un po’ di gusto e sicurezza, poiché ha le braccia e le mani di sua madre e possiede una voce passabile. Da parte mia sono stata così guastata durante la mia infanzia che non mi hanno mai obbligata ad applicarmi a qualche studio, qualunque fosse e ne consegue che non ho quei talenti di società che sono considerati necessari oggi per formare una graziosa donna. Non che voglia farmi difensore della moda che prevede di acquistare conoscenza di tutto ciò che sono le lingue, belle arti e scienze. È tempo perso. Possedere il francese, l’italiano, il tedesco, la musica, il canto, il disegno, ecc. varrà qualche applauso a una donna ma non aggiungerà un solo pretendente alla sua lista. La grazia e le maniere, dopotutto, sono ciò che conta maggiormente.”

A farle da contrappunto ci pensa fortunatamente la figlia di Lady Susan, Frederica.

Lettera XXI – Miss Vernon (Frederica) al Sig. de Courcy

“Preferirei guadagnarmi il pane lavorando piuttosto che sposarlo (James Martin, il pretendente alla mano di Frederica preferito dalla madre Lady Susan)”

Insomma sin dall’inizio della sua carriera di scrittrice Jane Austen affronta i temi che la renderanno celebre per secoli: madri che vogliono trovare un marito per le figlie, figlie che desiderano decidere in autonomia. E’ curioso pensare che l’autrice che sulle pagine si batteva per matrimoni d’amore e lavori dignitosi per la donna , giunta a un passo dal primo nella vita reale, dovette ripiegare solo sul secondo e con un velo di tristezza dico che non poté ottenere entrambi.

Sin dalla prima volta che Frederica viene menzionata nasce la curiosità di capire che tipo di donna sia veramente: è la svogliata ragazzotta ignorante, caso disperato come la dipinge sua madre o la fanciulla delicata e disperata che vede la signora Vernon?
La forma epistolare di questo scritto non permette all’autore di approfondire, è perciò il lettore a dover dedurre la verità anche grazie alla conoscenza degli altri scritti dell’autrice. Contrariamente infatti alle opere successive della Austen qui non c’è narratore onnisciente che filtra l’accaduto dal suo punto di vista: la realtà ci viene presentata da più punti di vista, ora lady Susan, ora sua figlia, ora la cognata di Lady Susan. Il lettore potrebbe pensare che la verità stia nel mezzo ma alla fine del racconto sarà inevitabile parteggiare per un personaggio e biasimare l’altro. 
Non vorrei esagerare ma questo semplice racconto epistolare, poco conosciuto e non molto amato dalla Austen potrebbe rivelarsi alla lettura la più piacevole tra le sue opere proprio per questo caleidoscopio di punti di vista. E’ un’opera arguta che difficilmente ci si aspetterebbe da una diciannovenne: il ritratto della trentacinquenne Lady Susan denota ottimo spirito di osservazione e replica.

La Austen dimostra però la sua immaturità di scrittrice nel momento in cui non riesce a dare una conclusione all’opera. Tutto l’acume del racconto si dissolve nel frettoloso finale che ricorda vagamente Le Relazioni Pericolose di Choderlos de Laclos: l’autrice sa di dover biasimare la sua protagonista, di doverla punire nel finale ma non ci riesce: Lady Susan sfugge alla punizione e la figlia Frederica, lontana dalla madre, sembra ottenere pace e felicità. Nel racconto tuttavia una vittima c’è, una giovane donna che conosciamo solo di nome e che vede andare in fumo le prospettive di un matrimonio vantaggioso a causa della civetteria di Lady Susan, di dieci anni più anziana. E’ questo l’aspetto più curioso dell’opera: la sconfitta è una povera giovane in età da marito che probabilmente avrà la reputazione compromessa per sempre per essersi compromessa solo a parole con un gentiluomo che credeva l’avrebbe sposata e la vera intrigante, Lady Susan, non viene biasimata nemmeno troppo anzi, sembra quasi godere di ammirazione da parte della giovane scrittrice per come riesce, nonostante le avversità della vita, a ottenere ciò cui anela.
Se quindi da un lato il finale è frettoloso, affidato a un’asettica “conclusione” e delude le aspettative del lettore ormai immerso in questa corrispondenza, dall’altro non è eccessivamente moralista nonostante le caratteristiche dei personaggi avrebbero potuto far scattare un facile biasimo e punizione con malattia deturpante come accade alla Marchesa de Merteuil colpita da vaiolo. In verità ho avuto l’impressione che la Austen ci abbia pensato quando ho letto della febbre che sul finale coglie LS ma per qualche motivo, forse un’inconfessabile simpatia per il suo personaggio, la febbre non lascia conseguenze sulla nostra LS.