Silenzi e voci. Le illustri assenti nella letteratura, le donne


Martedì 10 aprile si è tenuto l’undicesimo appuntamento della rassegna di arte, cultura e narrativa “Impronte Femminili” curata da Sara Cucchiarini, componente della commissione pari opportunità della Regione Marche. La rassegna vede la collaborazione di otto comuni della Provincia di Pesaro e Urbino con Fano come ente capofila.

L’assessora Pari Opportunità di Fano Marina Bargnesi ha introdotto le protagoniste del dialogo letterario: Maura Maioli, insegnante e scrittrice fanese e Anya Pellegrin, vincitrice dell’edizione 2017 del premio Valeria Solesin con la tesi “Stamping a Tiny Foot Against God” (titolo che deriva dalla critica mossa alla Woolf da un certo poeta britannico Theodore Roethke di cui, tra l’altro, molto poco ci è noto a parte la sua ironia sulla scrittura femminile).
La serata prende spunto dal testo di Virginia Woolf del 1929 “Una stanza tutta per sé” in cui la scrittrice pone come condizioni indispensabili alla scrittura una rendita annuale che copra le spese quotidiane e un luogo privato in cui potersi dedicare all’arte.

Attenzione: questa non è una relazione sulla serata, non vuole essere una recensione né un articolo, sono per il momento appunti di lettura: gli spunti di lettura consegnatici sono così tanti e così interessanti che non potevo lasciarli inoperosi accantonandoli tra le scartoffie delle conferenze cui partecipo. Rimeditando si allunga prepotentemente la lista dei libri in lista dei desideri… Toccherà trovare un secondo lavoro per poterli acquistare tutti.

Maura
Apre la conversazione letteraria sottolineando come la scrittura non possa prescindere dall’emancipazione e dall’istruzione e come l’istruzione nutra l’emancipazione femminile rendendola possibile attraverso la scrittura.
Nel 1816 una donna di diciannove anni è in fuga con il suo amante attraverso le Alpi, il cattivo tempo li costringe a fermarsi e in un rifugio e iniziano a raccontarsi storie di fantasia. Poco dopo il loro amico comune Lord Byron li inviterà a sfidarsi a chi scriverà la miglior storia di paura. La diciannovenne si chiama Mary Shelley e in poco tempo darà alle stampe Frankenstein.
Mary Shelley è lo stereotipo della donna che ha tutto ciò che serve per emanciparsi: è colta, facoltosa, figlia della filosofa proto-femminista Mary Wollstonecraft, e del filosofo politico William Godwin ed è tutto ciò che la Woolf forse avrebbe voluto essere perché, tornando al tema della rendita c’è bisogno di “penny da spendere per la amenità; in pernici e vino, bidelli e prati curati, libri e sigari, biblioteche e divertimenti”. 
E tornando al tema della stanza per sé la Maioli cita un’intervista alla scrittrice Rosetta Loy che da ragazza (ha iniziato a scrivere a nove anni) scriveva nella stanza comune dove faceva i compiti insieme alle sorelle, da sposata scriveva sul tavolo da pranzo; per alcuni anni, con i figli piccoli, scrivere era stato per lei un miraggio (e forse è per questo che la sua prima pubblicazione è del 1974 quando aveva 43 anni).
Donatella di Pietrantonio invece, vincitrice del Premio Campiello 2017 con il romanzo L’Arminuta e dentista di professione, ricordava in un’intervista il disagio quando si ritrovò a confessare a suo padre la sua inclinazione per la scrittura.
Perché per secoli, e tutt’oggi, per una donna scrivere deve restare solo un passatempo nel migliore dei casi, l’importante è che non distragga troppo dai doveri quotidiani.

Intanto Anya e Maura sorridono ricordando il loro incontro e la prima chiacchierata che le ha trovate lettrici delle stesse opere e degli stessi temi.
Opere come “Leggere Lolita a Teheran” di Azar Nafisi, docente alla Johns Hopkins University, ex professoressa di letteratura presso l’Università di Teheran. Nel 1995 si licenzia dall’Università di Teheran e invita sette tra le sue studentesse migliori a seguire lezioni-dibattito private a casa sua ogni giovedì mattina con lo scopo di rileggere e interpretare opere controverse della letteratura come Lolita o Madame Bovary in chiave iraniana. Nelle pagine finali del libro si dice convinta della necessità di aggiungere alla lista dei diritti umani anche il “diritto all’immaginazione”.
Infine viene citata Jane Austen. Scrive anche lei, come la Loy, in salotto. Descritte dalla Nafisi le donne di Orgoglio e Pregiudizio rivendicano una scelta, la scelta: c’è una donna che dice “no”. E’ inoltre un romanzo che vede la compresenza di più voci, le tensioni si creano e si risolvono attraverso il dialogo in una polifonia di voci che denota una struttura sostanzialmente democratica, c’è infatti abbastanza spazio per coppie di opposti senza che cerchino di eliminarsi a vicenda.
In questo risiede la pericolosità della Austen.
E la Austen oggi fa parte del Canone.

Ma…

Anya
Anya risponde proponendo la figura di Toni Morrison, Nobel per la letteratura nel 1993, donna, di colore, fu accusata di scrivere per un pubblico di colore… come se le persone di colore scrivessero solo per le altre persone di colore, le donne per le donne e gli uomini per tutti (???). La Morrison nelle sue opere parla di sesso e di violenza sessuale. Quando ha iniziato a scrivere di sesso le donne non parlavano né parlavano di sessualità femminile: le donne erano madri o mamy o puttane, mai donne che facevano sesso. La Morrison finalmente dà corpo alle donne, dà loro un corpo, spesso schiavo e posseduto, altre volte liberato, riconquistato con stupore e ironia.

La consapevolezza di sé emancipa così come la lettura emancipa il lettore.

Chi legge si riconosce e scopre se stesso.
Chi legge e non si riconosce scopre l’empatia.

Credo che queste ultime due frasi siano tra le cose più vere che abbia mai sentito sulla lettura: leggere non è solo un mezzo per accrescere il proprio livello culturale, non è qualcosa che dobbiamo fare per gli altri, per un numero, per un diploma, è qualcosa che possiamo fare per noi stessi, per crescere, conoscerci e conoscere meglio gli altri. Leggere può consegnarci il libretto di istruzioni per questa vita.

Maura
Le donne vengono in genere considerate le grandi assenti della letteratura ma in verità donne scrittrici ci sono sempre state, basti pensare a scrittrici come Christine de Pizan o Eleonora d’Aquitania o Maria di Francia e non solo in Francia: anche nelle Marche nel Cinquecento si sono segnalate illustri scrittrici e letterate (magari ci tornerò in un secondo momento).
Le donne dunque hanno sempre scritto molto ma ben poco è stato conservato, pochissimo, perché la conservazione è legata al concetto di canonizzazione.

Con il canone si celebra o si condanna al silenzio.

E il Canone è stabilito dall’autorità che di solito è MALE e WHITE: maschio e bianco.

Tariq Ali, in una conferenza alla facoltà di studi economici di Londra si chiese chi decidesse cosa leggere e cosa leggeremo. La risposta fu in realtà doppia: il premio Nobel per la Letteratura e il New York Times Book Review.
Qui di seguito il video di YouTube in cui si può trovare la conferenza, al minuto 13 parla del premio Nobel. La conferenza è totalmente godibile anche da chi non ha grandissima padronanza della lingua inglese in quanto Ali è un pachistano che parla un delizioso e comprensibilissimo inglese. 


Dunque male e white, maschio e uomo.

Se si prende uno dei testi di storia della letteratura italiana più in uso nelle scuole, il Baldi, nella parte dedicata alla letteratura contemporanea si trovano tre scrittrici: Amalia Rosselli e Ada Merini, poetesse ed Elsa Morante. Sempre nello stesso gruppo viene annoverato, tra gli scrittori, Enrico Brizzi… quello di Jack Frusciante è Uscito dal gruppo che sicuramente è una lettura piacevole ma è anche degna di trovarsi nelle antologie di letteratura italiana? Più della Deledda? Più della Ginzburg? A proposito… per curiosità ho passato in rassegna la mia sezione di letteratura italiana per vedere quali fossero le autrici contenute, con rammarico devo ammettere che sono solo …: Deledda, Fallaci, Ginzburg e Morante. Nella stessa sezione includo anche la Levi-Montalcini e la Hack ma non le definirei proprio scrittrici, più saggiste.
Mea Culpa!

Il nostro infine si può definire un tempo di recuperi femminili.


L’orma Editore sta per esempio ripubblicando le opere di Annie Ernaux (no, non faccio finta di conoscerla, confesso l’ignoranza). La Adelphi sta pubblicando invece le opere di Irène Némirovsky, ebrea ucraina stabilitasi in Francia, scriveva in francese tra gli anni Venti e Quaranta, morì ad Auschwitz nel ’42.
Da questi due recuperi si possono trarre due insegnamenti:
– la buona letteratura sa resistere al tempo e alla dimenticanza
– La resilienza come valore nell’esilio, e per una donna l’esilio è duplice.

Anya

La parola Canone nasce con accezione religiosa e forse restano tracce di questo sentimento religioso anche nel canone laico.
Nel 1994 Harold Bloom pubblica Il Canone Occidentale, tra i ventisei autori citati compaiono solo quattro donne: Austen, Eliot, Dickinson e Woolf; nella letteratura italiana contemporanea su ventuno autori solo una, la Ginzburg, è donna.
PS: al minuto 18 del video sopra pubblicato Tariq Ali critica con ironia il critico Bloom per la sua introduzione al Don Chisciotte di Cervantes.
PPS: Bloom nel suo saggio cita Shelley ma solo il poeta Percy Bisshe, non Mary.

Secondo il CANONE le donne praticamente non scrivono.

Quando Charlotte Bronte chiese in una lettera al poeta Robert Southey un parere sulle sue poesie questo rispose che “La letteratura non può essere l’occupazione di una donna e non dovrebbe esserlo. Più sarà coinvolta nei propri compiti e meno tempo libero avrà per essa, nemmeno come piacere.” A questo link si può trovare la copia della cortese lettera del grande poeta. Charlotte Bronte dapprima si abbatte, in seguito scriverà Jane Eyre.

E devo purtroppo ricordare come la Woolf nel suo saggio sottolinei il rancore e la rabbia celata dietro lo scritto della Bronte come un grosso difetto che influisce negativamente sul valore letterario dell’opera.

Ma allora queste donne sono silenziose o silenziate?

Aphra Behn, la prima donna al mondo a vivere asclusivamente della sua scrittura, è totalmente assente dalle Antologie. Eppure è la prima scrittrice di professione. Bisessuale, accusata di spionaggio, di libertinaggio viene ricordata come colei che ha inventato il genere del romanzo moderno. E’ sepolta in Westminster Abbey ma non nel Poet’s Corner, da viva era apprezzata e amata, una volta morta fu ritenuta oscena e accantonata, esclusa dalle stanze dorate della letteratura.
Virginia Woolf dice che “tutte le donne insieme dovrebbero cospargere di fiori la sua tomba”.
Altra donna silenziata è Elizabeth Gaskell che descrisse l’Inghilterra vittoriana negli stessi anni di Dickens, ed è inoltre la prima biografa di Charlotte Bronte. Il suo romanzo più rappresentativo, North and South, fu tradotto in italiano solo nel 2011.
Mary Shelley, come Aphra Behn, ebbe gran successo in vita e fu molto prolifica ma le sue opere vengono pubblicate solo perché è la moglie di, la sua prima biografia ufficiale uscirà solo negli anni Ottanta e tutt’ora in Italia viene snobbata considerando che la maggior parte delle sue opere non è tradotta.

Maura

In North and South della Gaskell si ritrova la narrazione delle prime lotte operaie e, soprattutto, la soluzione attraverso la cooperazione, la collaborazione.
Il conflitto viene risolto dalla Gaskell attraverso il dialogo, come nei libri della Austen.
Shelley, Austen, Gaskell, Eliot “scrivono come scrivono le donne” dice la Woolf.
Ma dunque ci sono differenze tra la scrittura femminile e quella maschile? Il punto non è riuscire a indovinare alla lettura se l’autore sia uomo o donna infatti uno dei più grandi autori del secolo passato, Marcel Proust, ha una scrittura del tutto androgina.

Toni Morton pensa che la letteratura del Novecento si distingua per il male: “sono atterrita di fronte all’attenzione che il respiro del male suscita”
Evil has a vivid speech (il Male ha un eloquio vivido), Good bites its tongue (il Bene invece si morde la lingua).
E allora sarà Toni Morrison a dare voce al Bene, il Bene che ha la facoltà di illuminare la domanda morale.
Anya

Dopo un momento psicologicamente pesante in cui Maura ci ha parlato del Male e della sua presenza nella letteratura del Novecento è bello ascoltare dalla voce di Anya le parole di Svetlana Alexievich, giornalista, reporter di guerra che ha raccontato dell’Afganistan, di Chernobyl e dei suicidi dopo la caduta dell’URSS. 
Anya cita il discorso per la consenga del Nobel che si trova integrale e tradotto in italiano a questo Link:

Ho tre case: la mia terra bielorussa, la patria di mio padre dove ho vissuto tutta la vita; l’Ucraina, la patria di mia madre, dove sono nata; e la grande cultura russa, senza la quale non riesco a immaginarmi. Tutte mi sono molte care. Ma in quest’epoca, è difficile parlare d’amore

Purtroppo assenti, di fronte a una platea ancora troppo femminile, l’assessore ai servizi educativi e alle biblioteche del Comune di Fano Samuele Mascarin e il vicesindaco assessore con delega alla cultura Stefano Marchegiani, l’assenza di esponenti maschili della politica locale in una serata così importante per la scrittura femminile, sottolinea purtroppo ancora come non siano in realtà le donne a essere silenziose quanto gli uomini a non prestare ancora la dovuta attenzione.

Emile Zola: Nana – La pesantezza del Naturalismo

Capitolo 3 e ancora non scorre.

Forse è colpa mia: sono io, ormai stagionata, stufa di leggere di donne raccontate da uomini e mi faccio coinvolgere di più da donne descritte da penna femminile.


Fine capitolo 3, ancora nulla.

E’ una dissezione della società parigina: i salotti, il tè, i discorsi…

Osservazione scientifica, lo sguardo come una cinepresa si sposta ora su questa, ora su quella conversazione, ora su questo, ora su quell’oggetto. Una mosca quasi.

La sensazione di toccare una scatola di metallo.
Troppo scientifico, non fa per me.
L’apice della maniacalità descrittiva, vera ostentazione di ritratti e oggetti, con opulente ridondanza verbosa di tutto quello che in una scena si può fisicamente e metaforicamente inserire, Zola la raggiunge al capitolo quarto durante il pranzo di Nana: commensali e lettore ne escono storditi al punto tale da necessitare di sbracarsi sul sofà con un buon caffè ristretto.
E di bis neanche a parlarne.
Non metto in discussione l’arte, di sicuro ognuno di noi ha un limite e il mio è il naturalismo di Zola.
1877 Nana – Édouard Manet

E’ claustrofobico, ecco cosa è il Naturalismo per me.

La sovrabbondanza di oggetti, tappeti, ninnoli, vestiti, cappelli, polvere, persone… Li sento tutti attorno a me e mi soffocano, stringono…
In Nana la sovrabbondanza è esagerazione, eclettismo, in un crescendo malato di accumulazioni: si accumulano parole, oggetti, persone, perversioni. Nana è il desiderio di appagare impulsi superficiali, nutrire capricci e mai se stessi.
Detesto Nana, detesto Muffat e tutta quella corte dei miracoli che succhia o si fa succhiare fino al midollo per poi risputare o farsi sputare fuori come nocciolo di ciliegia spolpato, vittime e carnefici a turno, tutti vogliono qualcosa e nessuno è mai soddisfatto.
No, non mi è piaciuto, è stata dura arrivare fino alla fine e all’idea di leggere un altro Zola mi sale l’ansia da prestazione.
Germinal mi guarda dal ripiano della biblioteca, ammicca, lo ignoro e passo oltre.
Non nego però che ci siano alcuni spunti interessanti da approfondire che accennerò di seguito.
(Commento a metà della scrittura dell’approfondimento: AIUTO! il materiale di digressione è molto più ampio di quanto mi aspettassi… perdonate la lunghezza del post ma qui si fa come con le ciliegie: una tira l’altra e mi fermo solo per evitare l’indigestione che avverrà in un altro post) 
Per una digressione sulle puttane è su come muoiono vedi il post dedicato Come muoiono le puttane.
La Mignotte. Per deformazione non professionale tendo a focalizzare l’attenzione sul vocabolario e l’etimologia, il mio più grande sogno sarebbe possedere un Französisches Etymologisches Wörterbuch (FEW), dizionario etimologico della lingua francese: 25 volumi di vocabolario delle lingue gallo romanze… Perché? Perché ci ho messo occhi e mani sopra ai tempi degli studi e ancora ricordo come una sensazione fisica la sontuosità dell’opera, i volumooooni conservati nello studio della prof. di glottologia, accessibili solo a pochi eletti, li guardammo a turno in processione, rubandoci il tempo l’uno all’altro.
Ma torniamo alla nostra Mignotte, è il nome della tenuta che Nana, una mignotta, riceve in regalo da uno dei suoi amanti. Avevo letto d qualche parte o qualcuno mi aveva detto che il termine mignotta deriva dal latino filius m. ignotae, annotazione sui registri anagrafici dei neonati abbandonati.
E invece no! Deriva dal francese antico mignotte ovvero carina, graziosa, caduto in disuso a partire dal XVII secolo per essere sostituito dall’attuale mignon / mignonne e nel frattempo migrato in italiano con il significato di “favorita” da cui, appunto, mignotta, donna dai facili costumi.
Era una curiosità che dovevo togliermi visto che mi ha accompagnata come un tarlo per tutta la lettura.
Fontan

A fine post riporto dichiarazioni che Emile Zola rilasciò a Edmondo de Amicis nel corso di un colloquio incentrato sul suo modo di scrivere un romanzo ovvero che una volta deciso il soggetto della narrazione Zola iniziava dalla descrizione degli ambienti e delle situazioni in cui il personaggio può ritrovarsi. Dopo aver letto quelle dichiarazioni a mio avviso stride, circa a metà del romanzo, la parentesi stracciona di Nana, quasi che l’autore ce la abbia voluta schiaffare a forza inseguendo un filo conduttore serpeggiante in tutta la saga dei Rougon Maquart. La protagonista, arrivata all’apice della sua fortuna, abbandona tutto per vivere con un attoruncolo squattrinato che vive alle sue spalle costringendola di fatto a tornare sul marciapiede da cui era partita. Era passata da dea a spazzatura e il suo uomo (uomo?) le vomitava in faccia quotidianamente tutta la sua frustrazione di maschio fallito. Litigavano per noia, lei si faceva picchiare e sfruttare per poi accoccolarglisi accanto la notte e chiedere perdono.

Neanche un cane.
Nana e Fontan. 1880.
Sospesi in un tempo indefinito interpretano lo stereotipo di coppia violenta, basata su soprusi e sottomissioni che attraverso secoli di letteratura accompagnando i lettori dalla Griselda boccaccesca alle coppie scalcagnate di Céline. Di consolatorio c’è solo la sensazione di ritrovare vecchi compagni di viaggio. Di sconsolante c’è che da secoli, millenni, da sempre molte, troppe relazioni si basano su rapporti di forza.
Eppure la relazione nasce dal desiderio di purezza, un sogno di normale vita domestica, di quotidianità, di sogni avverati.
“Nella sua cotta per Fontan, sognava una piccola stanza luminosa, ritornando al suo antico ideale di fioraia, quando non vedeva più in là di un armadio di palissandro a specchio e di un letto ricoperto di reps azzurro”… ideale di fioraia… prostituzione… ecco che i libri sono come ciliegie!!! Ecco l’illuminazione, una delle tante, torna alla mente il Pigmalione di George Bernard Shaw e le parole di Eliza quando “è tutto finito”: “Vendevo fiori. Non vendevo me stessa. Adesso che di me hai fatto una lady non sono adatta a vendere nient’altro. Preferirei che mi avessi lasciata dove mi hai trovata”. E il sogno con Fontan si trasforma in fretta in incubo “Fontan le promise un altro schiaffo se si fosse mossa ancora. Poi spense la candela, si sdraiò supino e cominciò subito a russare. Lei, col viso nascosto nel cuscino, piangeva a piccoli singhiozzi. Era una vigliaccheria abusare così della propria forza. Aveva avuto veramente paura, tanto la maschera buffa di Fontan era diventata terribile. E non era più in collera con lui, come se lo schiaffo l’avesse calmata. Lei lo rispettava, si schiacciava contro il muro, sulla sponda del letto, per lasciargli tutto il posto… Facendo quelle considerazioni finì per addormentarsi, con la guancia calda, gli occhi pieni di lacrime, in uno sfinimento delizioso, in una sottomissione così languida, che non sentiva più neppure le briciole. (…) Non lo avrebbe fatto più, non è vero? Lo amava troppo, da lui, gli piaceva anche essere schiaffeggiata. (…) La maggior parte delle volte, dopo le botte, accasciandosi su una sedia, singhiozzava per cinque minuti. Poi dimenticava tutto, e diventava allegrissima, con canti, risate e corse che riempivano l’appartamento del volo delle sue gonne. (…) Litigare era un modo per ammazzare il tempo”.
Steiner

E poi c’è la questione ebraica. L’avevate notato? Probabilmente attanagliata dalla lettura di una storia morta in partenza ho cercato continuamente appigli per mantenere vivo l’interesse. Come quando sui banchi di scuola ci si dava pizzicotti a vicenda per tenersi svegli ho cercato particolari che potessero risvegliare l’interesse. E uno di questi riguarda Steiner, il banchiere ebreo. In realtà c’è ben poco per appigliarsi, solo che a un certo punto Nana “lo trattava da sporco ebreo, e sembrava così appagare un antico odio” e prima ancora Vandeuvres ritrae lo spettacolo che dà il banchiere: “Il banchiere era celebre per i suoi colpi di fulmine; quel terribile ebreo tedesco, quell’affarista le cui mani maneggiavano milioni, diventava un imbecille quando si incapricciava di una donna, e le voleva tutte (…) a qualsiasi prezzo. Come diceva Vandeuvres, le donne vendicavano la morale, ripulendogli la cassa” . Il caso Dreyfus sarebbe scoppiato solo diciotto anni dopo ma la questione dell’antisemitismo non era sconosciuta, dopotutto è dai tempi di Shakespeare che si affaccia nella letteratura europea. Riassumendo, Dreyfus era un soldato ebreo accusato nel 1898 di alto tradimento. Zola scrisse un editoriale a sei colonne sul giornale socialista L’Aurore per denunciare i persecutori di Dreyfus trasformando quello che era un problema di giustizia militare in una questione di antisemitismo.

E l’Affaire Dreyfus è IL caso che impegnerà la Francia dalla Guerra Franco Prussiana fino alla Prima Guerra Mondiale ovvero dal finale di Nanà fino a poco oltre la morte del suo autore. E la stessa Guerra Franco Prussiana ricorrerà come tema in quasi tutti gli autori di quegli anni da Zolà a Huysmans (Sac au Dos) a Maupassant (Deux amis), si insinua nella tela del romanzo alla fine del terzo capitolo sulle labbra di madame Du Joncquoy “Voi dite che monsieur de Bismarck ci dichiarerà guerra e ci batterà… Oh, questa sì che è grossa!” e scoppierà in un crescendo di grida fuori dal Grand Hotel in cui [SPOILEEEEEEERRRRR] muore Nana “A Berlino! A Berlino!” come se fosse una questione personale di ogni francese contro ogni tedesco.

O di ogni francese contro ogni altro.
E l’ironia di queste grida risiede nel fatto che la pubblicazione dei Nana è del 1880 e la Guerra Franco Prussiana si è conclusa nove anni prima con la cocente sconfitta dei francesi nella battaglia di Sédan. Una sconfitta che ebbe pesanti ripercussioni nella politica francese tento da portare alla caduta del terzo impero e alla nascita della Repubblica.
[ATTENZIONE SPOILEEEEEEERRRRR]
La morte di Nana

E giungiamo infine alla morte di Nana.

Credo di non aver mai letto qualcosa di più deludente della morte di Nana. Circondata da curiosità morbosa e tuttavia sola, Zola ci consegna un finale moralista alla Laclos vecchio di un secolo. L’autore non lascia spazio all’immaginazione del lettore, non gli permette di trarre da solo le proprie conclusioni ma spiattella le proprie in due parole privando il lettore della soddisfazione di dare all’opera il suo significato.
“Una vivida luce rischiarò bruscamente il viso della morta. Lo spettacolo era orribile. Tutte fremettero e fuggirono. (…) Nanà restò sola, col viso all’aria, nel chiarore della candela.  Era un carnaio, un ammasso di pus e di sangue, una palettata di carne marcia, buttata là, su un cuscino.  Le pustole avevano invaso tutto il volto, i bubboni si toccavano l’uno con l’altro, e, avvizziti, disfatti, grigiastri come il fango, sembravano già una muffa della terra, su quella poltiglia informe, nella quale non si distinguevano più i lineamenti.  Un occhio, il sinistro, era completamente sparito nel gonfiore della purulenza, l’altro, semiaperto, s’incavava come un buco nero e marcio.  Il naso suppurava ancora.  Una crosta rossastra partiva da una guancia, e invadeva la bocca, che tirava in un riso orrendo.  E, su quella maschera spaventevole e grottesca del nulla, i capelli, i bei capelli, conservavano il loro fiammeggiare di sole, e si spargevano in un’onda d’oro.  Venere si decomponeva.  Sembrava che il veleno preso nei rigagnoli, sulle carogne, quel fermento col quale aveva avvelenato un popolo, le fosse risalito fino al volto, e glielo avesse imputridito.”
E’ il tema della putredine, caro a Zola, che striscia lungo tutto il romanzo, della contaminazione dentro-fuori: il marcio di dentro che si rivela, il marcio fuori che contamina e avvelena.
Nella descrizione che Fauchery fa di Nana sul giornale, al capitolo settimo, troviamo la descrizione più oggettiva della donna, una descrizione che non si sofferma alla bellezza e al fascino cui tutti sembrano essere assoggettati ma la ritrae dall’interno, svelandone il marcio: “vendicava i pezzenti e i falliti di cui era il prodotto. Attraverso di lei, la putredine lasciata fermentare nel popolo, risaliva e infettava l’aristocrazia. Era una forza della natura, un inconscio fermento di distruzione.” E Muffat comprende tutta la verità di quella descrizione, ciononostante non può fare a meno di quella donna “Era proprio così: in tre mesi ella aveva contaminato la sua vita; si sentiva già inquinato fino alle midolla da sconcezze che un tempo non avrebbe neppure immaginato. Sentiva che in lui tutto stava imputridendo. Ebbe subitanea coscienza dei rischi del male: vide la disgregazione causata da quel fermento, lui avvelenato, la sua famiglia distrutta, un angolo della società che scricchiolava e colava a picco. E, non potendo distogliere gli occhi da Nana, la guardava fissamente, cercando di riempirsi l’animo del disgusto della sua nudità.”
Il tema dello sporco e della distruzione si ripetono, come onda arriva e poi viene risucchiata dalla risacca per tornare poco dopo: “Non le bastava distruggere le cose, le voleva sporcare. Le sue mani, così sottili, lasciavano tracce ignobili, decomponevano tutto quello che avevano spezzato. (…) Uscì di casa elegantissima, per andare ad abbracciare Satin per l’ultima volta, impeccabile, solida, tutta nuova, come se non fosse mai stata usata.”
Come una fenice sembra risorgere e purificarsi nel fuoco ogni volta. Ogni volta, toccato il fondo, dimentica il marcio e lo fa dimenticare a chi la circonda. Ogni volta fino all’ultimo.
Per una carrellata di puttane celebri invito a seguire il link Come muoiono le puttane.

Caricatura di Zola a seguito del suo J’Accuse

Per approfondire la scrittura di Zola lascio le parole di Edmondo de Amicis in Ricordi di Parigi del 1879 in cui vengono riportate le dichiarazioni di Zola intorno alla sua opera di romanziere: “Io non so inventare dei fatti; mi manca assolutamente questo genere di immaginazione. Se mi metto a tavolino per cercare un intreccio, una tela qualsiasi di romanzo, sto anche lì tre giorni a stillarmi il cervello, colla testa fra le mani, ci perdo la bussola e non riesco a nulla. Perciò ho preso la risoluzione di non occuparmi mai del soggetto. Comincio a lavorare al mio romanzo, senza sapere né che avvenimenti vi si svolgeranno, nè che personaggi vi avranno parte, né quale sarà il principio e la fine. Conosco soltanto il mio protagonista, il mio Rougon o Macquart, uomo o donna; che è una conoscenza antica. Mi occupo anzi tutto di lui, medito sul suo temperamento, sulla famiglia da cui è nato, sulle prime impressioni che può aver ricevute, e sulla classe sociale in cui ho stabilito che debba vivere. Questa è la mia occupazione più importante: studiare la gente con cui questo personaggio avrà che fare, i luoghi in cui dovrà trovarsi, l’aria che dovrà respirare, la sua professione, le sue abitudini, fin le più insignificanti occupazioni a cui dedicherà i ritagli della sua giornata. Mettendomi a studiare queste cose, mi balena subito alla mente una serie di descrizioni che possono trovar luogo nel romanzo, e che saranno come lo pietre miliari della strada che debbo percorrere. Ora, per esempio, sto scrivendo Nana: una cocotte. Non so ancora affatto che cosa seguirà di lei. Ma so già tutte le descrizioni che ci saranno nel mio romanzo.”

Sono dunque le descrizioni degli ambienti in cui si muove il personaggio che danno vita alle storie, creano intrecci…
E poi il bisogno di sconvolgere, fare rumore per dimostrare di esistere.
“- Qui non si fa nulla, – disse, smettendo per la prima volta il pugnale, ma riafferrandolo subito, – nulla, se non si fa chiasso. Bisogna essere discussi, maltrattati, levati in alto dal bollore delle ire nemiche. Il parigino non compra quasi mai il libro spontaneamente, per un sentimento proprio di curiosità; non lo compra che quando glie ne hanno intronate le orecchie, quando è diventato come un avvenimento da cronaca, del quale bisogna saper dir qualche cosa in conversazione. Pur che se ne parli, comunque se ne parli, è una fortuna. La critica vivifica tutto; non c’è che il silenzio che uccida. Parigi è un oceano; ma un oceano in cui la calma perde, e la burrasca salva. Come si può scuotere altrimenti l’indifferenza di questa enorme città tutta intenta ai suoi affari e ai suoi piaceri, ad ammassar quattrini e a profonderli? Essa non sente che i ruggiti e le cannonate. E guai a chi non ha coraggio!”

Come muoiono le Puttane?

Il Bacio – Henri-Toulouse Lautrec
Come muoiono le puttane?

Potrei scrivere causticamente “male” e fermarmi qui.
Invece no; parafrasando il buon vecchio Tyrion Lannister che si chiedeva dove vanno le puttane io mi chiedo come muoiano… per lo meno quelle della letteratura e vediamo se riesco a dare un’idea con gli esempi di Zola, Dumas padre e figlio, Laclos, Sue e Austen.
E per puttane in realtà non intendo solo quelle che letteralmente esercitano il mestiere dietro compenso ma in generale quelle che tradiscono la moralità a favore di un guadagno che sia esso economico (Nana, Margherita Gautier, la Goualeuse), sociale (Mercédès Herrera) o narcisistico (Marchesa de Merteuil, la duchessa della Castellana di Vergy, Lady Susan)

Nanà – Emile Zola

Nana – Edouard Manet
Si parte da Nana di Zola, la puttana fresca se così si può dire, quella di più recente lettura e che ha scatenato la curiosità del titolo.
Nata e cresciuta nel fango trova la gloria grazie alla sua fisicità dirompente e alla totale dissolutezza. Quel fango, quella putredine come ama chiamarla Zola, Nana la spargerà in tutti i meandri dell’alta società parigina: banchieri, nobili, ereditieri, giornalisti, impresari. Tutto verrà lordato dalle sue perfette mani sottili e nella sua morte, come scrive Zola “Sembrava che il veleno preso nei rigagnoli, sulle carogne, quel fermento col quale aveva avvelenato un popolo, le fosse risalito fino al volto, e glielo avesse imputridito.”
“Una vivida luce rischiarò bruscamente il viso della morta. Lo spettacolo era orribile. Tutte fremettero e fuggirono. (…) Nanà restò sola, col viso all’aria, nel chiarore della candela. Era un carnaio, un ammasso di pus e di sangue, una palettata di carne marcia, buttata là, su un cuscino. Le pustole avevano invaso tutto il volto, i bubboni si toccavano l’uno con l’altro, e, avvizziti, disfatti, grigiastri come il fango, sembravano già una muffa della terra, su quella poltiglia informe, nella quale non si distinguevano più i lineamenti. Un occhio, il sinistro, era completamente sparito nel gonfiore della purulenza, l’altro, semiaperto, s’incavava come un buco nero e marcio. Il naso suppurava ancora. Una crosta rossastra partiva da una guancia, e invadeva la bocca, che tirava in un riso orrendo. E, su quella maschera spaventevole e grottesca del nulla, i capelli, i bei capelli, conservavano il loro fiammeggiare di sole, e si spargevano in un’onda d’oro. Venere si decomponeva. Sembrava che il veleno preso nei rigagnoli, sulle carogne, quel fermento col quale aveva avvelenato un popolo, le fosse risalito fino al volto, e glielo avesse imputridito.”
Ricorda niente?
Mi spiace caro Zola ma hai scopiazzato barbaramente Choderlos de Laclos aggiungendo solo pedanteria.

La Marchesa de Merteuil – Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos – Le relazioni pericolose

Glenn Close interpreta la Marchesa
Sfrenata libertina (quanto detesto questa parola), animata dal desiderio di vendetta ordirà le sue trame per gettare nel fango la casta Cécile de Volanges e convincerà il suo attuale amante a sedurla e svergognarla.
L’intento di Choderlos de Laclos è quello di scrivere un’opera morale, come lui stesso ammette nella prefazione “Mi sembra che sia perlomeno un servizio reso alla moralità lo svelare i mezzi usati dai dissoluti per corrompere coloro che hanno buoni costumi” e serberà per la sua protagonista la più terribile delle punizioni: il vaiolo
“CLXXV • M.ME DE VOLANGES A M.ME DE ROSEMONDE
La sorte di Mme de Merteuil sembra compiuta, mia cara e degna amica, ed è tale che i suoi più accaniti nemici sono divisi tra l’indignazione che merita e la pietà che ispira. Avevo ben ragione di dire che sarebbe stata una fortuna per lei morire di vaiolo. i: guarita, è vero, ma è rimasta spaventosamente sfigurata; inoltre ha perso un occhio. Come potete immaginare non l’ho vista, ma mi hanno detto che è repellente.
La Marchesa di S… che non perde mai un’occasione per dire qualche malignità, diceva, ieri, parlando di lei, che la malattia l’ha come rovesciata e che adesso ha l’anima sul volto. E purtroppo tutti han trovato che l’espressione era giusta.”
Diverso trattamento avranno altre prostitute celebri dell’ottocento francese, più comprensivo, compassionevole
Margherita Gautier – Alexandre Dumas figlio – La signora delle camelie
Margherita secondo Charles Chaplin
Le ultime ore della prostituta più famosa della letteratura francese e dell’Opera Italiana sono descritte da Julie Duprat con tenerezza e compassione in una lettera destinata all’amato di Margherita, Armand.
“20 febbraio, alle cinque della sera. “Tutto è finito. Marguerite è entrata in agonia questa notte verso le due. Nessun martire ha mai sofferto simili torture, a giudicare dalle grida che emetteva. Due o tre volte si è alzata sul letto, come se volesse riprendere la vita che saliva verso Dio. Due o tre volte ha anche pronunciato il vostro nome, poi tutto è stato silenzio, ed ella è ricaduta sfinita sul letto. Lacrime silenziose le sgorgavano dagli occhi, ed è morta. Allora mi sono avvicinata a lei, l’ho chiamata, e poiché non mi rispondeva, le ho chiuso gli occhi e l’ho baciata sulla fronte. ‘Povera cara Marguerite, avrei voluto essere una santa, affinché il mio bacio potesse raccomandarti a Dio’. Poi, l’ho vestita come mi aveva pregato, sono andata a cercare un prete a Saint-Roch, ho acceso dei ceri per lei, e ho pregato in chiesa per un’ora. Ho dato ai poveri un po’ del suo denaro. Non mi intendo molto di religione, ma penso che il buon Dio riconoscerà che le mie lacrime erano vere, la mia preghiera fervida, la mia elemosina sincera, e che avrà pietà di colei che, morta giovane e bella, non ebbe altri che me per chiuderle gli occhi e seppellirla”.
Margherita era una prostituta sì, viveva mantenuta dai soldi dei suoi amanti sì ma era generosa e di buon cuore e quando il padre di Armand si reca da lei per chiederle di lasciarlo per non compromettere le future nozze della sorella di Armand anteporrà il futuro radioso della giovane sconosciuta al proprio interesse e accetterà il martirio dell’abbandono. 
Giuseppe Verdi e il suo librettista Francesco Maria Piave sapranno rendere l’incontro tra margherita/Violetta e il padre di Armand con una rara dolcezza, qui resa viva dalla voce divina della Callas.
La Goualeuse – Eugène Sue – I misteri di Parigi
Fleur de Marie – Trimolet 
Fleur de Marie è una giovane donna, prostituta per necessità, salvata dal protagonista Rodolphe (non svelo troppo nel caso qualcuno non avesse ancora letto il libro). Di lei si innamorerà un giovane nobile e quando ormai tutto è programmato per il matrimonio fuggirà in convento e prenderà i voti per non infangare il nome del suo amato.
Fleur de Marie morirà due volte: una per il mondo e una nel Signore.
“Il 13 gennaio – Rodolphe a Clémence.
Il 13 gennaio… anniversario ormai doppiamente sinistro!!!
Amica… l’abbiamo persa per sempre!
E’ finite… è finita!
(…)
Infatti… mia figlia è morta per noi… morta, capite. Da oggi, Clémence… dovrete portare il lutto in cuor vostro per lei (…). Che la nostra figliola sia sepolta sotto il marmo di una tomba o sotto la volta d’un chiostro… per noi… che differenza fa?”
E poco dopo
“Mio buon padre… perdono… anche a Henri… alla mia buona madre… perdono”
“Furono le sue ultime parole. Dopo un’ora d’agonia, per così dire serena… rese l’anima a Dio”
Mercédès Herrera – Alexandre Dumas – Il Conte di Montecristo
Mercedes ed Edmond – Depardieu Muti
L’amata di Edmond Dantes non dovrebbe trovarsi in un elenco di prostitute eppure non posso fare a meno di considerarla una traditrice, una donna che per garantirsi sicurezza sociale si sposa senza amore. Cosa avrebbe dovuto fare? Struggersi per sempre nel ricordo del suo vecchio amore? Per sempre magari no ma per un po’ più di tempo sì.
Al termine del romanzo Mercédès morirà per il mondo ritirandosi nella casa di Marsiglia che un tempo era appartenuta al padre di Dantes, la sua identità resterà da quel momento un segreto tra Dio, Edmond e Mércèdes.
“Se vi dicessi che vivrò in questo paese come la Mercedes di una volta, lavorando, non lo credereste; io non sono più atta che a pregare, e non ho bisogno di lavorare: il piccolo tesoro sepolto da voi si ritrovò al posto indicato. Si domanderà chi sono io, si vorrà sapere che cosa faccio, non si saprà come vivo… Che importa?
Questo è un segreto fra Dio, voi e me.”
“Mercedes” disse il conte, “io non ve ne faccio rimprovero, ma avete esagerato il sacrificio, abbandonando tutta la sostanza del signor Morcerf, la cui metà vi apparteneva di diritto per la vostra parsimonia e previdenza.”
“Vedo ciò che volete proporre, ma non posso accettare; mio figlio me lo proibirebbe.”
“Mi guarderò bene dal fare per voi alcuna cosa che non avesse l’approvazione di Alberto. Io saprò le sue intenzioni, e mi vi sottometterò. Ma se egli accetta ciò che voglio fare, lo imiterete senza esitazioni?”
“Voi sapete, Edmondo, che non sono più una creatura pensante, io non ho alcuna determinazione. Dio mi ha talmente scossa che ho perduto la volontà. Sono fra le sue mani, come passero fra gli artigli dell’aquila. Egli non vuole che io muoia, poiché vivo. Se mi manderà soccorsi, è segno che lo vorrà, ed io li prenderò.”
“Badate, signora” disse Montecristo, “che Dio non va adorato così. Egli vuole essere compreso, vuole che si conosca la sua possenza, e per questo ci ha dato libero arbitrio.”
“Ah crudele!” gridò Mercedes. “Non mi parlate così, lasciatemi l’illusione di non avere libero arbitrio! Se no, che mi resterebbe per salvarmi dalla disperazione?”
Montecristo impallidì leggermente, e abbassò la testa oppressa dalla veemenza del dolore.
“Non volete rivedermi?” disse, stendendole la mano.
“Al contrario, vi rivedrò” replicò Mercedes, mostrandogli solennemente il cielo. “Questo è un provarvi che spero ancora.”
E dopo aver stretto con mano tremante quella del conte, Mercedes corse all’interno della casa , e sparì dalla sua vista.
Montecristo uscì con passo lento da quella casa, e prese la strada del porto. Ma Mercedes non lo vide allontanarsi, quantunque fosse alla finestra della piccola camera del padre di Dantès, i suoi occhi cercavano lontano il bastimento che trasportava suo figlio verso il mare. É però vero che la voce, suo malgrado, mormorava sommessamente: “Edmondo, Edmondo, Edmondo…”
Il conte era uscito con l’animo oppresso da quella casa, dove, secondo tutte le probabilità, lasciava Mercedes per non rivederla mai più.”
La castellana di Vergy
Ciclo di affreschi Palazzo Davanzati
La duchessa de La castellana di Vergy è una delle prime tiranne della letteratura romanza, si invaghisce del bel cavaliere Guglielmo, vassallo del duca e innamorato della castellana, a causa delle macchinazioni della duchessa moriranno tutti tranne il duca che partirà invece per una crociata e la fine della donna è così narrata nella traduzione italiana: 
“La ragazza si precipitò fuori appena vide i due corpi senza vita: quel che ha visto le fa orrore. Ha incontrato il duca e gli ha detto ciò che gha sentito e visto, non ha taciuto niente: come la storia è cominciata e anche del cagnolino addestrato di cui aveva parlato la duchessa. Ecco che il duca è fuori di sé! Entra subito in camera; estrae dal petto del cavaliere la spada con cui si è ucciso. Di corsa si avvia, senza indugio, dove sono le danze e, senza una parola, va dritto verso la duchessa; adempie la promessa perché le assesta un colpo sul capo colla spada, che teneva sguainata, senza parlare, tanto è adirato. La duchessa cade ai suoi piedi, di fronte a tutti quelli della contrada.”
Lady Susan – Jane Austen
Cosa c’entra Lady Susan della Austen in questa carrellata di donne morte?
C’entra per nulla e c’entra per tutto perché Lady Susan è un’approfittatrice, priva quasi di moralità, un’arrivista pronta a calpestare i desideri della sua stessa figlia pur di ottenere quello che vuole.
Ma
E’ una donna scritta da una donna e, udite udite, non muore affatto! Non si chiude in convento, non finisce a fare l’eremita a Marsiglia ma vive e si gode la vita insieme a un uomo strappato a una rivale di dieci anni più giovane!
Jane Austen è toooooooooop!

La Croce e la Sfinge – Una biografia d’altri tempi

Veduta interna del Portico di Ottavia
Definire questo libro una biografia d’artista sarebbe riduttivo, definirlo biografia romanzata non sarebbe corretto.
Ritengo si possa considerare una biografia d’altri tempi stampata nel XXI secolo
La storia, la vita… siamo così abituati a conoscerle come una serie noiosa di date, nomi, titoli di opere che spesso ci ritroviamo a desiderare quelle biografie fantasiose di personaggi storici che riempiono gli scaffali dei supermercati in estate, ricostruzioni falsate dal desiderio di stupire quando in realtà la storia vera racchiude già meraviglie.

La Croce e la Sfinge non è sicuramente noioso e racchiude spunti poetici interessanti, un nonsoché di “Volevo fare lo scrittore e mi mantengo con il giornalismo“.

Spunti come “Nessuno dei suoi antenati aveva mai visto né il Tevere né quelle Mura Aureliane che, entrando in città, dovrebbero sembrargli come lo steno di un gigante messo lì a riparargli le spalle dalla paura e dalla notte”… “Zuanne non aveva paura di niente, si sentiva forte, un Titano pronto a emergere tra le nubi della solita indifferenza degli dei e del mondo.”

 In questa prosa c’è desiderio di liricità: “La Roma del Borromino gli si rivelò come un melograno maturo, frutto di una topografia impazzita che solo allora una commissione di geometri cercava di fissare su carta.”, l’autore ondeggia tra la ricerca di accuratezza, la tendenza al lirismo e più di un tentennamento verso il misterioso e lo spionistico sconfinando purtroppo spesso nel ritratto macchiettistico “Dominecane”. Continua a chiamare l’artista “lo scellerato”, sottolineandone il carattere saturnino e una certa mania di persecuzione nonché maniacalità nel portare avanti le sue idee e le sue vendette, anche a costo di esporsi al ridicolo. Quel suo strenuo sostenere l’originalità dell’arte romana rispetto a quella greca infatti lo rende oggetto di scherno oggi come allora. Solo una settimana fa, infatti, la guida che ci accompagnava alla visita della mostra su Piranesi ai Musei Civici di Pesaro ridacchiava delle sue strambe idee, non nutrendo alcun particolare interesse per l’artista veneziano, prediligendo gli impressionisti e l’arte contemporanea, trovava evidentemente molto divertente prenderlo in giro, prendere in giro un uomo che venuto a Roma senza conoscenze e senza erudizione, solo con la sua abilità e la sua perseveranza fu a un passo dal decorare gli appartamenti pontifici e se non riuscì in quello quantomeno si fece grandemente apprezzare dai suoi contemporanei.

La vita di Piranesi è raccontata come un romanzo dunque, con piacevole prosa, ricostruendo laddove mancano le testimonianze, immaginando spesso ma con garbo e discreta cura filologica. Con leggerezza Panza proietta il lettore nella Roma papalina della seconda metà del Settecento, lascia scorgere i paesaggi e la vita che vi scorre, quel sentimento di

Incipit di un capitolo di Candide di Voltaire

morte e bellezza che la circonda e permea, immergendo la penna, solo parzialmente purtroppo nello stesso spirito con cui Vasari “dipinse” “Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori, e architettori” nel XVI secolo. Quei titoli ai capitoli mi riportano alla mente qualcosa di sicuramente già letto, già apprezzato, che ritrovo per caso in Voltaire ma sicuramente c’è altro che mi sfugge, sono a un passo dal ricordo eppure sfugge… Tornerà.

C’è tanta voglia di romanzo ma troppo rigore filologico e un pizzico di pesantezza per poterla soddisfare. Resta un’opera piacevole a metà, sicuramente una storia interessante narrata in modo originale che si lascia apprezzare per lo sforzo.
Soprattutto resta la fotografia di una Roma in decadenza, gli ultimi bagliori di un sole morente, un mondo sta finendo, uno nuovo sta sorgendo più a Nord, più a Ovest. Roma è già periferia, tenuta attaccata al centro dal ricordo del suo antico splendore.
Chiude il libro la spiegazione dei simboli della chiesa di Santa Maria del Priorato, vera ossessione dell’artista che ha voluto farne il simbolo di quella sua Roma immaginaria nata dall’Oriente.


Sette di incoraggiamento insomma.

E qui si mette in pausa il capitolo di studio dedicato a Piranesi… che poi è pure nato il 4 ottobre come me e ne avverto il legame, qualcosa che ci fa unire l’eternamente perfetto e simmetrico con l’oscuro grottesco. Le anime divergenti di luce e ombra, il continuo equilibrio cercato tra l’ariosità classica e neoclassica e la claustrofobia del grottesco, futuro gotico.
La folle ricerca di perfezione, bilanciamento tra gli opposti no con la medianità e mediocrità del naturale bello ma con il contrasto del sublime perturbante.
Prossimo capitolo l’ovvio legame con la letteratura gotica di fine Settecento.

Giambattista Piranesi – Il sogno della classicità

Pasqua è ormai arrivata, tra poco si conclude l’esposizione temporanea dedicata a Giambattista Piranesi ai Musei Civici di Pesaro.
Tra mille cose da fare, pensare, progettare mi sfugge sempre qualcosa e mi ritrovo con la mostra che sta per concludersi e io che ci devo ancora andare così il 28 marzo mando una mail al museo per chiedere se sabato 31 marzo sono aperti e se c’è la possibilità di prenotare una visita guidata.
Detto fatto, prenoto per due e mi porto dietro LaMmamma, per una volta il coniuge è dispensato dal sorbirsi ruderi e classicume, ore a camminare che ci si spezza la schiena e il mio sguardo estasiato di fronte a qualunque accozzaglia di vecchiume polveroso.
C’è da dire inoltre che la mostra è a Pesaro e il Teo è convinto che ci voglia il passaporto per andarci. 

Il passaporto e un blister di Maalox.

Il Teo è un fanese doc.
Arrivate a Pesaro penso che forse di blister di Maalox ce ne vorrebbero due per il coniuge e ringrazio l’intuizione avuta di portarci LaMmamma.
La piazza è un brulicare di persone, tacchi, borse, giacche, capelli parrucchierati e gentebella, veniamo accolti dalle scenografie del ROF (Rossini Opera Festival) poste sotto i portici di Via S. Francesco e in Piazza del Popolo. Irresistibili le scenografie che ritraggono pareti di libri del “Moïse et Pharaon”, allestimento del 1997 del ROF. 
Scatta il selfie con LaMmamma.

Arrivati a Palazzo Mosca – Musei Civici un’altra bella sorpresa: il Bookshop!
Ogni museo dovrebbe avere un bookshop: due cartoline, tre calamite, un catalogo completo e un catalogo economico.
L’esperienza museale è effimera, momentanea: un minuto sei lì, incantato dalle opere, in un frammento di tempo e spazio nell’altrove, un minuto dopo è tutto finito, passato.
C’è bisogno del take-away! 
C’è bisogno di portarsi a casa un pezzettino di quell’esperienza per poterlo rivivere, rigustare
Sì, sono una fan del bookshop!
L’ingresso viene 10€, la visita guidata 4
Bottino da Bookshop!
Ma siamo in chiusura della mostra perciò la includono nel prezzo del biglietto. Lo dico sempre che nella vita ci vuole cu fortuna e io modestamente devo mettermi a dieta.

La guida Alessandra ci introduce la storia di Palazzo Mosca, un tempo residenza della famiglia Mosca di Bergamo, e della Marchesa Vittoria, amante dell’arte, collezionista, intenzionata a costituire un museo di arti per dare la possibilità ai giovani artisti, impossibilitati a visitare le maggiori città d’arte, di venire a contatto con opere importanti e rappresentative di varie epoche artistiche.

Apre la mostra un busto Napoleone Bonaparte ritratto secondo i canoni del neoclassicismo di propaganda, la famiglia Mosca era riuscita a sgusciare con disinvoltura tra la nobiltà papalina e la Repubblica napoleonica mantenendo privilegi e agiatezze.
Nel quadro delle idee rivoluzionarie della seconda metà del Settecento si inserisce la mostra del Piranesi, veneziano, appassionato di classicismo e di Roma, si trasferisce nella città eterna contro il volere del padre e due anni dopo, fallito, è costretto a tornare nella casa paterna per andare a bottega con lo zio che gli insegna l’arte dell’incisione.
Delle tre tecniche di incisione Piranesi si specializza in quella all’acquaforte che prevede un bagno in acido per incidere la lastra di rame.
Torna a Roma e si piazza di fronte all’ambasciata francese, le sue opere incontrano il gusto d’oltralpe tanto che l’ambasciatore si porta in patria duecento sue opere e contribuisce a far conoscere l’artista anche al pubblico inglese ed europeo.
Il successo è garantito.

La mostra è costituita da settanta tavole incisorie divise in tre gruppi: Le Carceri, le Vedute di Roma e le Rovine.

Vedute di Roma
Con le Vedute Piranesi rivela il suo intento didattico tanto che le sue opere entrarono a far parte di enciclopedie e guide turistiche, di fatto si può considerare il primo illustratore grafico del Settecento, le sue opere ritraenti la classicità di Roma si inserirono pienamente in quel filone turistico che fu il Grand Tour: il lungo viaggio nell’Europa continentale effettuato dai rampolli dell’aristocrazia europea a partire dal XVII secolo caratterizzato anche dall’acquisto di vedute del paesaggio italiano, i prodromi insomma del turismo di massa e visto che le opere di Piranesi erano replicabili, l’artista si può quasi considerare il precursore dell’industria di souvenirs.

Rovine
E se da una parte abbiamo le vedute di Roma nella sua maestosità e perfezione, sospese in una dimensione senza tempo e senza riferimenti storici se non gli abiti delle figurine che popolano le Vedute, nel ciclo delle Rovine Piranesi si fa interprete di quel sentimento di effimero e mortalità che viene esaltato sin dal Barocco con l’espressione “Et in Arcadia Ego”, meditazione sulla fine delle cose terrene. Meditazione resa ancora più viva e presente nel Settecento dalla scoperta del sito di Ercolano nella prima metà del secolo e dal terremoto di Lisbona nel 1755 che catturarono le attenzioni dei maggiori artisti, filosofi e storici dell’epoca sul concetto di caducità, morte e rovina.

Carceri
Il nucleo di incisioni che caratterizza maggiormente l’opera del Piranesi è sicuramente quello delle Carceri, tanto che lo stesso artista ne fece due edizioni a distanza di circa quindici anni; due edizioni diverse tra loro che sottolineano la maturità e abilità acquisita con il passare del tempo sia nell’elaborazione del tema e dei dettagli sia nella tecnica dell’acquaforte per la quale Piranesi si distingue come indiscusso maestro.

Le Carceri sono impressionanti.
Se ci si astrae dal contesto del museo, per quanto l’allestimento tendente alla verticalità non aiuti tantissimo, si avverte tutta l’oppressione, la claustrofobia di ambienti di archi, volute, ruderi, scale, passerelle, omini guardoni che praticano e osservano supplizi, titani torturati da formiche.
L’oppressione dell’infinito.
Non siamo di fronte ad anguste celle, buie, umide, soffocanti, qui è l’infinito che imprigiona, il ripetersi di elementi architettonici infiniti come gli archi, come i gradini di interminabili scale che portano al nulla e oltre non ci sono pareti, non ci sono muri, oltre le catene sembra esserci il cielo, la luce solare tagliante e fredda del mezzogiorno.
Dirà De Quincey delle Carceri: “Seguite le scale più in là, ed ecco le vedrete terminare bruscamente, senza balaustrata alcuna, sì da impedire, a chi ne sia giunto al sommo, un passo più oltre se non nel sottostante abisso.”
La prigione dell’abisso, nessun riparo, i prigionieri sono esposti agli sguardi dei carnefici e dei curiosi. Titani tiepoleschi dalle membra affusolate sottoposti a torture da formiche, con stoica rassegnazione sopportano, consci, forse, della loro ragione, come se loro fosse il diritto e sopruso la pena.
Ohhhhhh, c’è sublime poesia in tutto questo!
E poi insomma a me Piranesi è sempre piaciuto, le sue Carceri mi stregarono nell’ottobre del 1998 quando la professoressa di Inglese I lo citò durante il corso monografico sul gotico inglese, ci mise davanti agli occhi una riproduzione delle Carceri e da allora si può dire che divenne un pensiero fisso.
Poi nel 2000 mi sposai e trovando le pareti di casa mia troppo spoglie mi feci regalare da mia mamma delle stampe che aveva acquistato nonno Vittorio, da allora quelle stampe mi hanno seguita in tutti i traslochi, sono vedute di Roma, riproduzioni di incisioni di, toh!, Piranesi.

A volte la vita fa strani giri, il bello arriva e resta in testa, oppure non è bello ma ci piace,. Inconsapevolmente ci circondiamo di quel bello, di quel piacere, si formano cluster, aggregazioni casuali di similia.

Un giorno racconterò di Piranesi e del gotico inglese, quel mondo di sublime attrazione, ascesa e perdizione, volùte come chiocciole discendenti nei meandri più oscuri del secolo illuminato.
Liberté, égalité, testa mozzé.