Caliban – La guerra

Caliban - La guerra Caliban – La guerra by James S.A. Corey
My rating: 3 of 5 stars

Quando il gioco si fa duro… arrivano le donne!
Con il secondo volume della saga di The Expanse entra in scena la politica e tutto è più succoso.
Avasarala, questa nonnina sboccacciata che mangia pistacchi avvolta nel suo sari dorato mentre manovra con maestria le marionette della politica terrestre, mette pepe alla narrazione e garantisce passi di assoluta godibilità che fanno dimenticare al lettore che, come nel primo libro, siamo di nuovo alla ricerca di un personaggio femminile da salvare. La differenza sta nel fatto che mentre in Leviathan la ricerca è soprattutto affare di famiglia con ripercussioni interplanetarie, in Caliban è affare di tutto il sistema solare. Insomma l’intrigo è più o meno lo stesso ma esteso a tutto il sistema solare. Il capitano Holden, una sorta di Jon Snow spaziale, è ancora più tormentato di prima: posseduto dalla parte cinica dell’amato/odiato amico/nemico Miller che abbiamo abbandonato mentre si schiantava su Venere alla fine del primo libro, talmente tormentato che riesce a farsi mollare da Naomi e chissà se torneranno insieme.
La seconda novità di questo volume è Bobbie, la marine marziana Roberta Draper, un donnone tutto muscoli e curve che lascia a bocca aperta e bavosa il ponte della Roci scatenando ormoni ormai sopiti e tuttavia talmente concentrata sulla sua missione da rendersene a malapena conto.

Poco resta da dire sulla narrazione, non è Dickens e non è nemmeno Martin anche se lo scimmiotta parecchio, la traduzione lascia spesso a desiderare sulla scelta degli ausiliari e a un certo punto si impappina pure nei periodi ma non è letteratura alta quella che si cerca in The Expanse, è evasione, storia, magia e bisogna accontentarsi.

Nella lettura della saga cerco di andare di pari passo con la serie TV, leggendo dopo aver visto la relativa stagione perché se spesso si dice “Bello il film però il libro…” in questo caso è d’obbligo il “Bello il libro però la serie…” e se guardando la serie viene da chiedersi se il libro offra qualcosa di più la risposta è no.

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Oriana Fallaci – Il sesso inutile


I libri della Fallaci hanno due grossi difetti.

Il primo è che si polverizzano, si divorano, la lettura scorre troppo veloce su pagine dense di tutto per cui il piacere della lettura è un piacere sempre troppo breve.

Il secondo è che mancano le foto.
Questo Il sesso inutile e tanti altri sono libri reportage, ovunque andasse Oriana c’era sempre un fotografo al suo fianco a rendere con immagini ciò che lei rendeva a parole perciò i suoi libri appaiono sempre un po’ zoppi, mancanti.
Avrei voluto vedere la sposa di Karachi, avrei voluto vedere le matriarche della Malesia, le Tanka del Fiume delle Perle e Han Suyin, avrei tanto voluto vedere Han Suyin come la vide Oriana.

Il sesso inutile è un giro del mondo in ottanta donne sulle orme di Phileas Fog alla ricerca della felicità per scoprire che là dove le donne erano libere e uguali è arrivato il credo religioso a sottometterle e limitarle, dove erano sottomesse è arrivata la politica a emanciparle. E tutte, sottomesse ed emancipate, sono ugualmente infelici, forse le più infelici di tutte sono le donne americane. Perché le donne americane in realtà sono uomini.

Il sesso inutile è osservato con sguardo interessato e parziale all’alba degli anni Sessanta con la rabbia, lo sdegno e l’arroganza che caratterizzano questa autrice sin dagli esordi, piena di difetti eppure così partecipe, così presente, così efficace.

Un viaggio intorno al mondo alla ricerca della felicità femminile iniziato con un’amica in lacrime e terminato con un’americana delusa.
Perché? Forse perché la felicità è libertà e le donne le proprie gabbie se le costruiscono da sole e, di nuovo forse, le ultime donne libere sono le matriarche che vivono senza uomini.
Guardie controllano i documenti al Luhu Bridge
al confine tra la colonia britannica di Hong Kong 
e Shum Shum in China
E ancora…
Ancora…

Ancora, 
forse 
non possono essere felici perché le donne attraversano ponti, sono ponti, ponti come quello tra Hong Kong e la Cina Rossa che gli uomini controllano e attraversano malvolentieri, e un fiume di madri, mogli e sorelle scorre per portare saluti e auguri a Capodanno, ponti come quello di Mostar, ponti tra passato e presente, tra Oriente e Occidente, sono i vascelli delle Tanka che nascono, vivono e muoiono sul Fiume delle Perle senza toccare mai la sponda. Se gli uomini sono terra e legati alla terra, le donne sono acqua sempre in movimento e portano con sé un po’ di tutto quel che attraversano, sacerdotesse dell’unione e della memoria a ritmo di Hula.
Forse per questo le donne più felici del mondo sono le Matriarche, proprietarie della terra, legate alla terra che lasciano solo per recarsi dal dentista una volta l’anno.

Forse la felicità è stasi. 
La donna, si sa, è mobile.

Elizabet Gaskell Nord e Sud: un Orgoglio e Pregiudizio in salsa socialista da leggere



Orgoglio e Pregiudizio in salsa industriale.
Non lo ha ancora detto nessuno vero?
In effetti molto sembra già letto e assimilato: lei bella, buona e virtuosa, lui forte, risoluto e scontroso.
Pregiudizi che nascono a causa della mancata comunicazione e orgoglio che attanaglia i protagonisti che vorrebbero tanto mettere al corrente lui/lei della verità, di quanto siano buoni e leali ma, ahimè, non ce la fanno proprio.
Dal punto di vista del pathos… non ci siamo: le donne continuano a svenire qua e là come nelle pièces di Sheridan di fine Settecento e ci sono decisamente troppe morti, neanche lo zio Martin ucciderebbe così tanta gente;  la Gaskell ogni volta cade nel patetico scrivendo quella parola in più, quella frase in più che stride come cardine mal oliato e porta l’angolo della bocca del lettore ad arricciarsi all’insù quando invece vorrebbe suscitare commozione.
Altro eccesso fastidioso è l’ossessione dell’autrice nei confronti della sua protagonista: Margareth viene descritta da tutti i personaggi a turno e tutti sono ammaliati, deliziati, commossi, inteneriti, affascinati, prostrati dinanzi a lei… Pesantuccio.

Tuttavia c’è tanto di buono in questa melassa e probabilmente il mio incipit negativo è dovuto a un leggero senso di delusione generato da aspettative troppo alte: non è Dickens e non è la Austen, facciamocene una ragione!

Nord e Sud è il racconto di uno scontro tra due società agli opposti: il lento, malinconico, saggio Sud agricolo in contrasto con il frenetico, forte, prosaico Nord industriale (impossibile non pensare ai tantissimi punti di contatto con la storia italiana degli ultimi centocinquanta anni).
E’ il racconto di un secondo scontro: quello tra padroni e lavoratori.
E un terzo scontro: tra i lavoratori all’interno del sindacato.
E un quarto scontro all’interno del cristianesimo tra anglicani, calvinisti, puritani e cattolici (o papisti).
Una matrioska di conflitti latenti, polveriera accesa dall’incomprensione e dalla mancanza di dialogo.
Il merito della Gaskell è soprattutto quello di affrontare questi conflitti attraverso il dialogo, le parti dialogate sono a mio parere le migliori di tutta l’opera, la mediazione di Margareth e di suo padre, il reverendo Hale, tra le diverse parti dello scontro porta allo scioglimento dei nodi.
Di fronte alla spiegazione delle dinamiche di contrapposizione tra classe operaia e proprietario della fabbrica il reverendo Hale non può non domandare “E’ proprio necessario chiamarla lotta tra le due classi?” L’ex reverendo del Sud non ama la parola “lotta” e si impegnerà, insieme alla figlia, a condurre al dialogo i diversi fronti.
E’ un messaggio universale, applicabile a tutte le situazioni in cui due realtà diverse vengono in contatto: l’ostilità dovuta alla mancanza di comprensione, la necessità di dialogo per scoprire che l’altro è solo una versione diversa di noi e che paure e desideri sono gli stessi.

Orgoglio e Pregiudizio in salsa socialista? Può essere.

Quello che la narrazione difetta in arguzia e ironia è bilanciato dall’interesse sociale, dall’abilità nel dipingere con parole semplici e leggere il panorama industriale: le fabbriche si fanno chiocce, le case degli operai pulcini da proteggere, le nubi nere non portano pioggia ma fumo stagnante: è la prima impressione di una giovane del Sud che di fronte al Nord industriale ha utilizza il linguaggio e le immagini rurali.

Veduta di Manchester nel XIX secolo

E’ un libro da leggere, la Gaskell è un’autrice da leggere e mille e più ringraziamenti vanno alla Casa Editrice Jo March di Perugia per la lodevole opera di recupero di opere come questa e altri piccoli tesori della letteratura anglo-americana in una veste editoriale curata da degna introduzione e da una traduzione impeccabile.

Oh! Quanto è importante l’edizione! 
L’opera è corredata da tante discrete note a pie’ di pagina che consentono al lettore di comprendere le tantissime citazioni che animano (e a volte appesantiscono, sob) la lettura. Tantissime sono infatti le citazioni bibliche e letterarie e non mancano anche riferimenti a leggi inglesi del periodo vittoriano. Le note aiutano il lettore ad accogliere  le citazioni e renderle parte integrante del libro anche se, devo dirlo, a volte risultano eccessive.

Oh! Quanto è importante la traduzione!
Laura Pecoraro ha fatto un ottimo lavoro rispettando il testo il più possibile e rendendo i dialoghi della classe operaia con un italiano leggermente scorretto che da un lato facilita l’immersione nella storia e dall’altro non provoca troppo fastidio nel lettore.