Elizabeth Gaskell – Mary Barton

Se si vuole comprendere perché sia così importante la letteratura femminile, la letteratura scritta dalle donne, se si vuole comprendere quale sia il valore aggiunto di una voce di donna tra mille voci di uomini, ebbene si deve leggere Mary Barton di Elizabeth Gaskell.

E’ il primo romanzo della Gaskell, nato per l’esigenza di trovare un’attività che la tenesse occupata e le impedisse di disperarsi per la morte del figlio, dimostra tutta l’ingenuità e l’immaturità di una scrittrice alle prime armi ma è anche l’opera dove è più evidente il punto di vista di una donna piccolo borghese del periodo vittoriano. 

Il lettore è sicuramente più abituato allo stile di Dickens, al suo sottile moralismo, alle ambientazioni fumose di Londra, alla suspence che lasciava col fiato sospeso tra un capitolo all’altro; Dickens e la Gaskell sono contemporanei, collaborarono alle stesse pubblicazioni di cui Dickens era editore, fu lui a intuirne il potenziale e a volerla nella sua rivista, a educarla alla letteratura a puntate, a quella tecnica della suspence che alla Gaskell proprio non piaceva. Nonostante fosse diversa nello stile e nell’accento femminile dei racconti Dickens apprezzò la Gaskell e la patrocinò spesso, intuendone il grande talento. Peccato che i critici letterari e i professori che decidono chi debba e chi non debba stare nelle antologie e nei libri di letteratura non abbiano seguito l’esempio di Dickens.

Elizabeth mette molto di sé il questo romanzo: la perdita prematura della madre, il ricordo di un fratello partito per mare (suo fratello morì in nave) ma sono soprattutto le atmosfere cariche di luce che la caratterizzano: nella fumosa e scura Manchester industriale lei trova angoli luminosi e colorati, gli interni sono accoglienti e curati benché poveri, poverissimi a volte.

L’idea di cura e di pulizia ritorna in tutti i suoi scritti a indicare la dignità che è propria anche delle famiglie ridotte in miseria: le case sono pulite, la generosità è offerta in tazze da tè.
E’ la divina provvidenza che muove il mondo, è il messaggio cristiano di giustizia e perdono che sottende tutta l’opera  e soprattutto la pietà e l’empatia.

Mary Barton è una giovane sarta rimasta orfana di madre che vive con il padre operaio a Manchester. Tutto il romanzo si svolge all’interno dell’ambiente operaio del tessile: l’autrice, moglie di un pastore unitariano, frequentava gli operai della sua città, offriva lezioni a loro e ai loro figli, ne ascoltava quotidianamente i lamenti e i racconti delle loro condizioni e i suoi scritti sono lo specchio della società dell’epoca.

Mary è giovane e frivola, sogna di scalare i gradini della società con un buon matrimonio garantito dalla sua fiorente bellezza: il giovane Henry Carson, figlio di un proprietario d’industria, la corteggia e lei sogna di cambiare vita, non sono poi pensieri così insoliti: è già capitato ad altre di contrarre un matrimonio molto vantaggioso.
Tuttavia le condizioni dell’industria non sono fiorenti, alcune fabbriche chiudono, quelle che rimangono aperte riducono drasticamente il personale. Il padre di Mary è un sindacalista che si illude, con un viaggio a Londra, di poter aprire gli occhi degli uomini che legiferano in parlamento e quando ritorna, inascoltato, è un uomo mutato profondamente, perde il lavoro e si ritrova a vivere sulle spalle della figlia spendendo il poco che lei guadagna in oppio.
Tutto degenera, il giovane Henry Carson viene ucciso e dell’omicidio viene accusato un amico di Mary, Jem Wilson, tempo innamorato di lei. Si pensa a un delitto passionale.

Così è la prima metà del libro, nella seconda parte tutto il racconto si concentrerà sul processo al giovane Jem e su quel che Mary farà, viaggiando tra Manchester e Liverpool, per trovare l’alibi che scagionerà l’amico.


In questa prima opera c’è tanto di personale, il tema che più coinvolge la Gaskell è sicuramente quello della perdita della madre, dell’importanza che la madre riveste per una giovane donna; anche l’autrice perse la madre in giovane età. Nella famiglia Barton tutto crolla quando la signora Barton muore di parto lasciando la figlia sedicenne e il marito; per questa perdita Mary viene dipinta sempre con una grande pietà ed empatia: i suoi desideri di giovane donna, la cura della sua bellezza vengono descritti con l’affetto di una madre che guarda con tenerezza la sua creatura, che se da un lato vorrebbe riprenderla per quelle frivolezze, dall’altro lascia che si goda la spensieratezza della gioventù per tutto il tempo possibile perché sa che un giorno la realtà busserà alla porta e Mary dovrà lasciarla entrare.

‘The cotton famine – group of mill operatives at Manchester’

Tutto il libro è punteggiato da questo amore materno che accompagna Mary e gli altri personaggi, molto bello e realistico, nel modo di scrivere della Gaskell, è come lei tratta le sue creature: non come soggette interamente al suo volere di scrittrice di piegarli e plasmarli sulla storia che viene narrata ma come persone vere che nascono da lei, a cui lei dà vita e poi crescono e maturano senza che lei possa intervenire, solo osservare con immensa compassione. Sono gli specchi delle persone vere che vivono a Manchester e di cui lei romanza le vite.


Tenerissima è l’autrice quando racconta di Margaret, amica di Mary, che viene trovata a Londra dai nonni, orfana e di pochi giorni. I nonni devono riportare la piccola con loro a Manchester ma la bimba non fa che piangere. Trovano una cameriera che si prende cura per qualche ora della piccola e uno dei due signori le chiede

“Ragazza, non avete una cuffia da notte da prestarmi? (…) io volevo una delle vostre. La bambina vi ha preso in simpatia. Forse, al buio e se mi metto la vostra cuffietta, mi scambierà per voi”

Nel tono di miseria dignitosa che avvolge tutta la prima parte dell’opera si incontra anche qualche tocco di ironia: una deliziosa descrizione di Londra prende vita sempre dal racconto di quel nonno di cui accennavo prima.

Dicono che è sei volte Manchester. Un sesto dev’essere tutta palazzi, tre sesti così e così, ma per il resto sono buchi indegni e talmente sudici che a Manchester mica ne vedo, e questo sì che sono contento di dirlo. (…) E, Job, hai presente quei carri funebri con le piume bianche? Ecco, a Londra gli impresarii di pompe funebri devono fare un sacco di affari. Perché quasi tutte le signore avevano noleggiano una di quelle piume che gli dondolava sulla testa. Vanno così al ricevimento della regina, che era proprio quel giorno, m’hanno detto, perciò tutte quelle carrozze andavano verso casa sua. E dentro un sacco di dame. In certe altre gentiluomini vestiti come al circo equestre, e chi non ci stava dentro, stava fuori, attaccato dietro: con un mazzolino di fiori da odorare e il bastone per mandare via quelli che gli sporcano le calze di seta. Ma, dico io, perché non la rendono a nolo, una carrozza, invece di stare là dietro. Ma forse era per non lasciare sola la moglie. I cocchieri erano tutti tipi tracagnotti, con la parrucca in testa, come certi curai di campagna, di quelli all’antica.

(quanto sono delicate le descrizioni della Gaskell! Sembra ricondurre tutto, anche la povertà più disperata, a un tono quasi elegiaco, c’è poesia, qui forse un po’ acerba, ma c’è poesia!).

Figlia e moglie di un pastore la Gaskell basa le sue speranze, nei libri ma anche nella vita stessa, sulla necessità di dialogo. Vivendo sospesa tra due modi: quello degli operai e quello dei borghesi, rileva una grande frattura comunicativa che cresce  mano a mano che cresce la distanza tra classi. E’ a questa mancanza di dialogo che l’autrice imputa la colpa della lotta di classe e delle sommosse che scoppiano nell’Inghilterra vittoriana.

Spuntava ora un’idea che, nata con i cartisti venne cara a molti. Non riuscivano a credere che il governo fosse al corrente della loro miseria:preferivano invece pensare che ci fossero uomini i quali si assumevano il compito di legislatori di una nazione, ignari tuttavia del suo stato. (…) Le moltitudini affamate avevano inoltre sentito dire che in parlamento si era negata perfino l’esistenza della loro miseria; e sebbene sentissero la cosa come assurda e inspiegabile, pure l’idea che quella loro miseria doveva ancora venir spiegata in tutti i suoi abissi, e che allora qualche rimedio si sarebbe trovato, addolcì la sofferenza del loro cuore, mitigò la furia nascente.

Era inconcepibile che il parlamento e la regina, conoscendo le condizioni in cui versavano i cittadini inglesi, continuassero a non fare nulla, così come era inconcepibile che i proprietari delle industrie conoscessero la miseria dei loro operai e non intervenissero per migliorarle.
La Gaskell ne pare convinta, il lettore rimane con questo dubbio.
E’ per portare a conoscenza il parlamento delle condizioni degli operai che il padre di Mary, John Barton, parte per Londra e ne ritorna sconvolto, sconvolto perché non hanno voluto ascoltarlo, avvelenato dall’aria di sufficienza che ha letto negli occhi di quelli che avrebbero dovuto essere i suoi interlocutori e che invece non gli hanno dato ascolto.
L’incomunicabilità tra le classi è il motivo delle lotte sociali: il popolo ha voce debole e il legislatore non ha orecchie.

Non vi sono parroci in questo romanzo, non vi è la Chiesa. Singolare vista la biografia della Gaskell. Non vi è nessuno qui che porti ristoro alle anime perse e misere, devono confortarsi tra loro, trovare sollievo l’uno nell’altro: è il misero che soccorre il misero, le parole di Cristo arrivano dalla lettura individuale della Scrittura, la salvezza è volontaria, chi non si adopera rimane dannato.

E’ la parola di Dio che salva singolarmente chi ha desiderio di ascoltarla.

Così Mary viene descritta più volte intenta a leggerne le parti e così il Signor Carson, padre del giovanotto Henry ucciso, trova ristoro e risposte nelle Sacre Scritture e dalle Sacre Scritture nasce l’esigenza di comprendere, di conoscere.

“Perdona loro perché non sanno quello che fanno”, perché se lo sapessero non lo farebbero: la conoscenza è la risposta, sapere, e per conoscere bisogna dialogare, confrontarsi, trovare soluzioni comuni.

Non voglio andare oltre a proposito della figura di Carson, non voglio rovinarvi il finale in caso non lo abbiate ancora letto. Però in lui e nei suoi gesti risiede la conclusione del romanzo e la possibile soluzione dei conflitti di classe.

John Barton invece, il padre di Mary, non sarà nelle Scritture che troverà pace ma nell’oppio.

Gin e oppio restano la consolazione dei dannati, biasimevoli per qualsiasi lettore ma ascoltate come ne parla la Gaskell

Prima che ne condanniate troppo aspramente l’uso, o piuttosto l’abuso, provate a vivere una vita senza speranza, con il tormento quotidiano della fame. Provate non solo a essere disperati ma a vedervi intorno ovunque un’eguale disperazione, dovuta alle identiche circostanze; tutti vi dicono (non a parole, ma con gli sguardi e gli atti) che soffrono, e cedono sotto il peso delle privazioni. Non sareste felici di dimenticare la vita e le sofferenze? E l’oppio, per qualche tempo, conduce all’oblio. E’ vero: chi acquista a quel prezzo l’oblio lo paga assai caro. Ma perché gente che nessuno ha istruito dovrebbe saper calcolare il prezzo di questa sua follia? Povere creature! il prezzo è altissimo.

Elizabeth parla con tanta compassione dei peccatori perché li ha conosciuti, li vede quotidianamente in parrocchia o anche fuori dalla parrocchia, parla con loro, sia per carità sia perché da loro trae informazioni per i suoi romanzi. Non sa probabilmente che lo stesso governo inglese trae ricchezza dal commercio dell’oppio, che lo importa dall’India britannica e lo rivende in tutte le sue colonie e in tutti gli stati posti sotto il controllo della Compagnia britannica delle Indie orientali, non sa che per l’oppio il Regno Unito di Inghilterra e Irlanda ha ingaggiato due guerre contro l’impero cinese perché questo aveva a più riprese emanato divieti contro la droga.

E come l’oppio anche il gin ha le sue ombre nel governo britannico. In Mary Barton il gin è l’altra piaga consolatoria per i derelitti, ne fa uso la zia di Mary, datasi alla prostituzione per sfamare la figlia. La produzione di questo alcolico in Inghilterra divenne così importante nel XIX secolo che addirittura si arrivò ad utilizzare tale bevanda come parte del salario da destinare agli operai con conseguenze disastrose dal punto di vista sociale.

No, Elizabeth probabilmente non sapeva, Elizabeth sperava ancora che governo e istituzioni fossero all’oscuro del male che imperversava in Inghilterra.

Dal Liceo ad Auscwitz – Lettere di Louise Jacobson


Louise Jacobson fu arrestata perché non portava la stella gialla il primo settembre del 1942 e condotta nel carcere di Fresnes. Aveva diciotto anni e frequentava il liceo Cours de Vincennes di Parigi.

Insieme a lei fu arrestata la madre


La prima lettera è del primo settembre 1942.

L’ultima è datata 8 febbraio 1943, pochi giorni prima di salire sul convoglio che la porterà al campo di concentramento di Aushwitz dal quale uscirà cenere dieci giorni dopo. 
Il resto è storia.


Ventisette lettere, la maggior parte scritte dalla prigione di Fresnes, luogo di detenzione soprattutto per prigionieri politici, le altre dal campo di internamento di Drancy diretto dalle unità collaborazioniste francesi.

Si tratta di una testimonianza rarissima, l’epistolario di una prigioniera ebrea a Drancy, pubblicata in Francia per volontà della famiglia nel 1989, in Italia nel 1996 e distribuita in abbinamento al quotidiano L’Unità.
Non risultano riedizioni e si può recuperare la copia cartacea ormai solo nei mercatini dell’usato.


Le lettere sono rivolte soprattuto a sua sorella Nadia, hanno un tono sereno e rassicurante, traspare la speranza della liberazione prossima e del ritorno alla vita normale. Vengono riportati semplici episodi quotidiani: le lezioni improvvisate da un professore anch’egli detenuto, i pasti, la felicità nel ricevere un pacco da casa, la convivenza con detenute di ogni tipo di estrazione sociale. Tutto viene ricondotto a momento passeggero, un incidente che presto troverà soluzione. E’ lei che rassicura il padre e la sorella con infantile vivacità, è lei a mantenere sempre alta la convinzione di ritornare prossimamente a casa.

Che fortuna miei adorati, danzerei di gioia! […] Ho ricevuto il vostro pacco e non faccio che mangiucchiare tutti i dolciumi. Nadia adorata, la torta era formidabile, ti annuncio che se il ripieno era una bontà, la pasta mi è sembrata ancora migliore. […] Seguo con molta assiduità le lezioni […] Siamo una banda di compagni molto affiatati. Danile, Philippe, Roland, Emmanuel e poi Monique, Claire, Ruth e io. Noi quattro ragazze formiamo il “quadrilatero” o “il triumvirato” o “i tre moschettieri”: siamo le più studiose, le più carine, le più intelligenti. […] La vita che conduco mi tempra il carattere e mi obbliga ad arrangiarmi da sola. Nonostante qualche “inconveniente” non sarà tutto perduto e io qualcosa l’avrò imparata. Vengo a contatto con molta gente sempre diversa e mi capita di sentire storie così dense di emozioni che potrei intrattenervi mille e una notte a raccontarvi tutto

Inconveniente lo chiama, Louise parla del futuro, del diploma e della paura di non riuscire ad affrontare la prova

Mi accorgo di perdere tempo e ho l’impressione che il giorno del diploma sarò un po’ giù di corda. Mi sentivo così preparata e sicura di passare! In ogni modo la mia vita è interessante e ci sono momenti che me la rido sotto i baffi. Ieri per esempio c’è stata una perquisizione nel dormitorio. Una cosa unica, amiche! Ve lo racconterò quando sarò libera.

Non ci è dato sapere cosa pensasse davvero del suo ultimo viaggio, se avesse paura, se sapesse a cosa andava incontro: il tono della sua ultima lettera è ancora di speranza e di protezone nei confronti della madre che non deve essere informata di nulla.

Si stringe il cuore.

Ho una notizia triste, caro papà. Dopo la zia, tocca a me partire. ma non fa niente. o sono su di morale, come tutti qui del resto. Non devi amareggiarti, papà. Quel che conta è che parto in ottime condizioni. Questa settimana ho mangiato molto. (…) Quanto alla mamma forse è meglio che non venga a sapere nulla. E’ assolutamente inutile che si amareggi, tanto più che potrei far ritorno prima che lei esca di prigione. Partiremo domani mattina. Mi trovo in ottima compagnia di buoni amici dal momento che ad essere trasferiti saremo in tanti. Ho affidato il mio orologio  le altre mie cose a gente onesta che divide la camera con me. Papà ti mando centomila baci, e ti abbraccio con tutte le mie forze. Coraggio e a presto.

Jekyll-Hyde e la superbia della scienza

Lo strano caso del Dr. Jekyll e del Sig. Hyde si può vedere anche come un racconto sulla superbia e gli eccessi della scienza.


Nel racconto vi sono continui riferimenti alla medicina, alla scienza e alle pseudoscienze e all’avidità, alla brama di fama e potere che ne deriva dalla loro conoscenza.

Ricapitoliamo.
Il dr. Jekyll riesce, a seguito di numerosi esperimenti scientifici, a creare un suo doppio che contenga solo la parte malvagia di sé, gli impulsi primordiali e violenti che nella buona società di cui è stimato rappresentante non trovano posto.
Il suo doppio, il Sig. Hyde, la sua parte più nascosta, è tanto detestabile, ripugnante e spaventoso negli intenti quanto lo è nell’aspetto, la sua stessa natura malvagia si riflette nell’impressione di disgusto e raccapriccio che suscita in chi lo vede.
Questa descrizione di Hyde non può non far pensare alle teorie di Cesare Lombroso che sono alla base dell’antropologia criminale secondo la quale il comportamento criminale è insito nelle caratteristiche anatomiche del criminale stesso e che l’inclinazione al crimine sia una condizione patologica ereditaria che deve essere curata attraverso la terapia. Sia ben chiaro che queste teorie di Lombroso sono del tutto superate oggi ma hanno molto condizionato non solo le varie polizie di molti paesi ma anche e soprattutto la letteratura. Lo stesso Zola, padre del naturalismo, portavoce di una letteratura che fosse stupore e reportage, vi si è affidato molto parlando di ereditarietà quando descriveva le caratteristiche morali e fisiche dei suoi personaggi nel ciclo dei Rougon-Macquart.

Le teorie che legavano la forma cranica ad atteggiamenti criminali circolavano in Inghilterra prima che il Lombroso vi si interessasse, ovvero negli anni Settanta del XIX secolo, e le nuove scienze, o pseudo-scienze, erano ottimi spunti per la letteratura, basti pensare al Frankenstein di Mary Shelley.


Altra pseudo-scienza citata da Stevenson è la grafologia.
Mr Utterson, notaio amico di Jekyll nonché custode del suo testamento olografo legge un biglietto di addio scritto da Hyde in una strana calligrafia verticale e sospetta qualcosa di insolito. Mostra il biglietto al suo capocommesso, il Sig. Guest, che è anche appassionato e buon esperto di grafologia. Anche il capocommesso trova che la scrittura del biglietto di Hyde sia strana: “Non è pazzo. Ma ha una scrittura davvero strana”, poi, per una serie di coincidenze si trova a raffrontare la scrittura di Hyde con quella di Jekyll trovandone una curiosa rassomiglianza.

Jean-Hippolyte Michon

Anche la grafologia era una pseudo-scienza molto in voga nella seconda metà dell’Ottocento, nasce da un branca della fisiognomica, la stessa dalla quale prese origine l’antropologia criminale e lo stesso Lombroso ne scrisse un trattato nel 1895, una decina di anni dopo la pubblicazione del Jekyll.


Se nel XVII secolo il gotico si riferiva soprattutto alla sfera della magia e della religione nel XIX lo spunto viene dalla scienza e dal positivismo e anche le atmosfere mutano: laddove in passato le storie erano ambientate in foreste, monasteri e castelli rischiarati dalla luce riflessa della luna, ora il luogo del gotico è la città illuminata artificialmente. 
Di seguito un passo che trovo illuminante (a proposito di luce) per sottolineare il nuovo ambiente gotico vittoriano:

vederla scivolare più furtiva nell’interno di case addormentate, o avanzare rapida, sempre più rapida, vertiginosa, per labirinti sempre più vasti di strade rischiarate da fanali, travolgendo a ogni incrocio una bambina e lasciandola urlante nel selciato.

Fin qui le premesse della scienza contemporanea. 

Come la presenta Stevenson nel racconto?
Jekyll si serve della scienza per modificare la Natura, come il Lucifero di Milton, come Prometeo, come il dottor Frankenstein o Faust si ribella a dio, si ribella alla natura che considera fallace e ritiene di poter fare meglio.
E’ la superbia che lo trascina nel peccato, Utterson pensa a un “brutto guaio (…), lo spettro di qualche vecchia colpa, il cancro d’un disonore nascosto e il castigo che arriva” perché “la legge di Dio non conosce prescrizione.
Jekyll, l’uomo che credeva di aver poter ingannare la natura e piegarla al suo volere è dannato.
E’ il più classico dei peccati, il più antico: l’ὕβϱις, la superbia. La stessa superbia di Icaro che scatenerà la νέμεσις, la vendetta divina.
Dice Utterson al maggiordono di Jekyll quando crede che il suo amico sia stato ucciso

che il nostro nome sia vendetta

Utterson pensa, abbattendo la porta dietro la quale si trova Hyde, di vendicare il suo amico ma non c’è nulla da vendicare: la natura si è già presa soddisfazione del torto ricevuto.

Jekyll è dannato, non può essere salvato. E cosa fa allora?
Cosa fa Eva dopo aver mangiato la mela?
Cosa fa Lucifero dopo la ribellione?
Cercano complici, qualcuno che possa condividere la colpa.
Jekyll si reca dal suo collega Lanyon per farsi aiutare senza, da principio, coinvolgerlo nei suoi segreti.
Poi lo guarda, Lanyon lo scruta con aria interrogativa. Lanyon è un dottore, uno scienziato, è curioso, la scienza è curiosa e Jekyll lo trascina con sé, sapendo che l’amico non potrà resistere

E ora veniamo al resto. Volete essere prudente e seguire il mio consiglio? Lasciate allora che io prenda questo bicchiere e me ne vada senz’altro da casa vostra. O la vostra curiosità è così forte, da dover essere appagata a ogni costo? Pensateci, prima di rispondere, perché sarà fatto come deciderete. Nel primo caso resterete come siete ora, non più ricco né più esperto di prima. (…) Nell’altro caso, nuovi orizzonti del sapere e nuove prospettive di fama, di potenza, si apriranno di colpo qui davanti a voi, perché assisterete a un prodigio che scuoterebbe l’incredulità dello stesso Satana

Sapere, fama, potenza, Lanyon cede. 

E’ finita per Jekyll. 
E’ finita per Lanyon.

I due uomini di scienza vengono sconfitti dalla propria superbia. Si sono spinti troppo oltre le umane possibilità, hanno voluto raggiungere il sole sulle ali della scienza e, esattamente come Icaro, sono precipitati.

Jekyll, Hyde e i delitti della Rue Morgue

Ultimo post, breve questa volta, sullo strano caso del dr Jekyll e Mr Hyde di Stevenson.
Sono stupefatta da quanti semi abbia lasciato in me un libretto semplice semplice come quello di Stevenson eppure a ogni pagina ho trovato rimandi, riferimenti, nuove idee.
Molte resteranno solo idee incompiute, l’ultima che mi sento di dover mettere per iscritto è il legame, leggero eppur presente, tra I delitti della Rue Morgue di Edgar Allan Poe e il Jekyll di Stevenson.

Stevenson conosceva l’opera di Poe. 

Lo sappiamo per certo da una recensione che l’autore scozzese fece delle opere del collega americano nel 1874 che potete leggere completa a questo link, ben prima della pubblicazione del racconto Jekyll-Hyde.
Di Poe Stevenson scrive:

Ha l’istinto del vero narratore. Conosce le piccole minuzie che creano le storie o le rovinano. Sa come migliorare il significato di ogni situazione e dare colore e vita a particolari apparentemente irrilevanti.

e conosceva la trilogia di Dupin che cita nello stesso articolo tuttavia il suo giudizio in generale non è positivo e gli preferisce, come autore americano, Hawthorne, sicuramente più vicino al mood inglese.
Ora non so se sia stato in modo consapevole o no ma ci sono due momenti nella narrazione del Jekyll che rimandano prepotentemente alla rue Morgue: la camera chiusa in cui si sarebbe svolto il delitto e la passeggiata lungo i lati della casa di Jekyll.
Può darsi che non si tratti di riferimenti consapevoli da parte di Stevenson, può darsi che, avendoli letti, questi due motivi narrativi abbiano continuato inconsciamente a girargli in testa fino al momento in cui se ne è liberato mettendoli nero su bianco, comunque sia stato ve li riporto e potrete trarne le conclusioni che vorrete sapendo però che, almeno per quanto riguarda il motivo della stanza chiusa, è un espediente molto utilizzato dai giallisti in genere che forse lo hanno preso in prestito da Poe, forse da Stevenson.

La stanza chiusa – Stevenson

Poole ha chiamato Utterson implorandolo di aiutarlo perché crede che il suo padrone Jekyll sia stato ucciso e che l’assassino si celi, all’interno di una stanza chiusa, in casa sua. Utterson risponde all’appello e insieme abbattono la porta, quando entrano trovano il cadavere di Hyde e nessuna via d’uscita

Si avvicinarono per esaminarla (la porta sulla strada che avrebbe permesso la via di fuga), la trovarono chiusa a chiave. La chiave non c’era, ma poi la videro in terra lì accanto, già macchiata di ruggine. (…) “E’ rotta, come se fosse stata pestata e anche la frattura è arrugginita”

Dunque la porta della stanza è sempre chiusa e nessuno vi entra da tempo e la porta dell’uscita secondaria è anch’essa chiusa da molto tempo visto che la chiave è rotta e arrugginita sulla frattura.

La stanza chiusa – Poe

Dupin e il suo amico ispezionano la stanza in cui sono stati commessi i delitti

Nessun dubbio che quando i soccorritori stavano salendo le scale gli assassini si trovassero ancora nella camera in cui è stata rinvenuta Mademoiselle L’Espanaye dunque la via di fuga va cercata qui. (…). La polizia ha esaminato pavimenti, soffitti, muri: non c’è passaggio segreto che avrebbe potuto sfuggire. (…) I camini si restringono tanto che neppure un grosso gatto riuscirebbe a introdurvisi. Quindi, niente passaggi segreti, impossibile la fuga dalle porte e dai camini. Non restano che le finestre. Chiunque avesse tentato di fuggire da quelle che danno sulla via sarebbe stato immediatamente notato dalla folla.
Pianta della casa di Jekyll disegnata da Nabokov

Altro motivo che accomuna i due scritti è quello del giro attorno alla casa. Una passeggiata analitica per Dupin, epifanica per Utterson ed Enfield

Il giro attorno alla casa – Stevenson

Alla fine della strada, girato l’angolo, c’era una piazza di eleganti e antiche case. ora per la maggior parte decadute, dove in appartamenti o stanze d’affitto viveva gente d’ogni condizione e mestiere. (…) Una di queste case tuttavia, la seconda dall’angolo, era ancora indivisa e mostrava tutti i segni del conforto e del lusso, benché a quell’ora fosse interamente buia, salvo la mezzaluna a vetri sopra la porta d’ingresso. Fu a questa porta che Utterson si fermò e bussò. (…) – Il dottor Jekyll è in casa? – 

 Ma che asino m’avrete giudicato, a proposito! – replicò Enfield – Non sapere che quella è la porta sul retro della casa di Jekyll!

Vista in pianta della casa della rue Morgue disegnata da me

Il giro attorno alla casa – Poe

La casa era come molte altre, a Parigi – un portone con a fianco una guardiola a vetri col pannello scorrevole, evidentemente riservato alla portinaia. Invece di entrare subito continuammo a camminare, svoltando in una stradina e poi svoltammo di nuovo fino a trovarci sul retro del palazzo. Dupin intanto esaminava i dintorni, oltre che la casa, con una concentrazione che non riuscivo a motivare.


Ho inserito la pianta della casa di Jekyll disegnata dal professor Nabokov per il suo corso di lettereatura europea. Un articolo su queste lezioni, in lingua spagnola è disponiblie su Verseando.com.

Il tema del doppio

Uno dei primi, inoltre, a proporre il tema del doppio fu proprio Poe: lo propone in modi diversi in più racconti ma quello che più lo riassume è William Wilson del 1839 che Stevenson conosceva (cfr. Robert Louis Stevenson: The Critical Heritage, Paul Maixner
Routledge, 31 ott 2013, riferimento qui).
In William Wilson il protagonista, malvagio autore di azioni nefande, è perseguitato da un uomo che porta il suo stesso nome, lo stesso aspetto e la stessa data di nascita e gli impedisce di compiere azioni malvagie. Più di uno studioso ha voluto vedere in WW l’alter-ego di Poe, considerato da sempre una persona ambigua.

Il tema del doppio, appena accennato, si presenta anche ne I delitti della rue Morgue quando l’amico di Dupin lo descrive:

Quand’era di questo umore mi ritrovavo a riflettere sull’antica dottrina dell’anima bipartita, e mi divertivo a fantasticare di un doppio Dupin, ovvero quello creativo e quello dotato di facoltà analitiche

L’idea di doppio in Dupin, quindi, è interamente positiva, in Jeckyll invece si tratta di una proiezione negativa, come in WW

I due lati del mio catarrere erano ugualemnte affermati: quando m’abbandonavo senza ritegno ai miei piaceri vergognosi, ero altrettanto me stesso di quando, alla luce del giorno, mi affaticavo per il progresso della scienza e il bene del prossimo. (…) venni dunque gradualmente avvicinandomi a quella verità, la cui parziale scoperta m’ha poi condotto a un così tremendo naufragio: l’uomo non è veracemente uno, ma veracemente due.

Per me è stato un divertimento trovare le somiglianze. Magari sono un po’ stiracchiate ma così le ho percepite. 
C’è anche uno specchio nella stanza chiusa di Jekyll Hyde… potrebbe richiamare alla ente un certo Dorian Grey… magari ci ritorneremo 😜😜😜

Jekyll-Hyde e l’efficacia narrativa di Stevenson


Lo strano caso del Dr, Jekyll e del Sig. Hyde può essere letto come un perfetto esempio delle teorie narrative di Robert Louis Stevenson, soprattutto per quello che riguarda la funzione della descrizione. 

Scriveva Stevenson in Essay on the art of writing: “L’ordito o la struttura: un ordito contemporaneamente sensuale e logico, una tessitura raffinata e pregnante: questo è lo stile, questo è il fondamento dell’arte della letteratura”.
E la tessitura è estremamente raffinata, oh sì! Ve ne accorgerete!
Attenzione! Dopo aver ripercorso con me i passi descrittivi di questo racconto la vostra idea di questo apparente romanzetto da due penny potrebbe essere riconsiderata. Diciamo che la mia è stata totalmente stravolta.

La narrazione procede per gradi in un climax ascendente che coinvolge il lettore sin dalla prima riga. Con brevi, efficaci frasi l’autore dipinge l’atmosfera e lo fa seguendo il sentimento dell’andamento del racconto. Non descrive: tratteggia, impressiona e lascia che sia il lettore a immaginarsi la scena.

Il primo esempio di questa tecnica narrativa lo ritroviamo proprio all’inizio del racconto in cui il protagonista, il legale Utterson, viene descritto più per i suoi attributi morali che per quelli fisici:

Utterson, il legale, era un  uomo dal volto ruvido, mai illuminato da un sorriso. Di poca e fredda, impacciata conversazione, restio ai sentimenti, era lungo, magro, grigio, accigliato, e tuttavia amabile, in qualche modo. (…) Era austero con sé stesso: beveva gin, quand’era solo, per mortificare una propensione ai vini d’annata, e benché il teatro gli piacesse, non ci metteva più piede da vent’anni. Ma era di provata tolleranza con gli altri. (…) Inclinava a soccorrere piuttosto che a riprovare. “Lascio che il mio fratello se ne vada al diavolo come meglio crede” (diceva). Con questa disposizione d’animo gli accadeva non di rado di restare l’ultimo conoscente stimabile, l’ultima influenza salutare, nella vita di uomini incamminati per la scesa.

Cosa scopriamo così del protagonista?

CARATTERISTICHE FISICHE: volto ruvido, mai illuminato da un sorriso, lungo, magro, grigio
ATTIVITà: legale, beve gin, gli piace il teatro ma non ci va
CARATTERISTICHE MORALI: di poca e fredda, impacciata conversazione, restio ai sentimenti, accigliato, amabile, austero, di provata tolleranza con gli altri, mortifica le sue propensioni per i piaceri (vini d’annata), inclina a soccorrere piuttosto che a riprovare, lascia che il suo fratello se ne vada al diavolo come meglio crede, resta l’ultimo conoscente stimabile di uomini sulla via della perdizione.

La sproporzione tra gli attributi caratteriali e quelli legati al fisico è enorme e anche quella rispetto all’attività di Utterson ma una caratteristica è fondamentale, tanto importante da essere posta come primissimo attributo: è un legale.
La caratteristica morale che invece risalta da questa descrizione, più volte sottolineata, è invece la tolleranza.

Stevenson ci dice così, già nell’introduzione, a quale tipo di narrazione ci troveremo di fronte: una narrazione quanto più possibile oggettiva e non moralista. E non è secondario questo! Soprattutto se pensiamo a tutta la narrativa oggettiva sì ma estremamente moralista dell’Ottocento inglese: una letteratura imperniata sul pragmatismo e sulla morale della classe dominante: la borghesia.
C’è chi ha voluto vedere in questa opera un attacco al sentimento borghese, utilizzarla a scopi politici, per lo più socialisti, come critica verso l’ipocrisia e la mostruosità di una classe sociale in un contesto politico in cui la lotta di classe era dominante. Personalmente è un tipo di ragionamento che non mi piace: l’opera d’arte è tale proprio perché, sebbene nata da un contesto dal quale non può prescindere, da esso si distacca per le sue qualità artistiche, letterarie in questo caso.
In effetti l’intero castello politicizzante costruito intorno al Jekyll-Hyde si sgretola proprio se si considera chi è il vero protagonista del racconto: Mr Utterson, il più borghese dei borghesi eppure irrimediabilmente amabile.

E’ Mr Utterson infatti il vero protagonista del racconto: non Jekyll, non Hyde. E’ questo delizioso marmottone timido, amabile, tollerante che ci accompagnerà per Londra conducendoci a indagare sui misteriosi eventi che sconvolgono Londra a partire dal testamento dell’amico dottore. Un investigatore improbabile se confrontato con il Sig Dupin di Poe o Sherlock Holmes di Doyle: non è particolarmente acuto né si può dire che corrisponda al tipo di personaggio in cui il lettore si voglia rispecchiare tuttavia io l’ho trovato irresistibile.

Dicevo che Utterson non è il tipo di personaggio in cui il lettore ami immedesimarsi eppure è proprio questo che Stevenson ci obbliga a fare: ascoltiamo, vediamo, percepiamo e parliamo proprio attraverso il legale marmottone.
E neanche ce ne accorgiamo!

Vediamo, per esempio, come appare la città nella prima passeggiata di Utterson:

Capitò che i loro passi li conducessero, durante uno di questi vagabondaggi, a una certa strada di un popoloso quartiere di Londra. Era una strada stretta e, di domenica, ciò che si dice tranquilla, ma animata di commerci e di traffico per il resto della settimana. I suoi abitanti guadagnavano bene, a quanto sembrava, e rivaleggiado nella speranza di fare ancora meglio, dedicavano le eccedenze a un’agghindata, civettuola mostra di prosperità: le botteghe su entrambi i lati avevano un’aria di invito, come una doppia fila di sorridenti commesse. (…) la strada brillava, in contrasto con le sue squallide adiacenze, come un fuoco nella foresta; e con le sue imposte verniciate di fresco, i suoi ottoni ben lucidati, la sua aria gaia e pulita, attirava e seduceva subito l’occhio del passante.

Si percepisce un’aria di prosperità, di luce, di grassa serenità tuttavia non opulenta, non sfacciata: è civettuola e sorridente. E’ una descrizione sensuale che rasenta il sessuale. Lo scopo è infondere una sensazione di gaiezza e tranquillità. Utterson è tranquillo: passeggia con il suo amico Enfield, è domenica e nulla lo distrae dalla sua serenità.

A due porte da un angolo, venendo da ovest, la linea delle case era interrotta dall’entrata di un vasto cortile; e giusto a fianco di questa entrata, un certo tozzo, sinistro edificio sporgeva sulla strada il suo frontone triangolare. Benché alto due piano, questo edificio non aveva finestre: solo la porta al pian terreno, un po’ sotto il livello della strada, e una cieca facciata dall’intonaco scolorito. Tutto l’insieme, del resto, portava i segni di un prolungato e sordido abbandono. La porta, senza batacchio né campanello, era screpolata e stinta; vagabondi trovavano riparo nel suo vano e sfregiavano fiammiferi sui pannelli, bambini tenevano bottega sui gradini, lo scolaro provava il suo temperino sulle modanature; e nessuno era più comparso, da forse una generazione, a scacciare quegli indesiderabili visitatori o riparare i loro guasti.

Qui inizia la narrazione: davanti a questo palazzo che evoca una discesa agli inferi per la porta sotto il livello della strada, senza batacchio né campanello, per la quale nessuno entra (ma nessuno mai nemmeno esce), per l’assenza di finestre (e quindi di luce). Davanti a questo palazzo abbandonato l’amico Enfield ricorda un evento molto strano che ha per protagonista un losco figuro che Enfield non riesce a descrivere se non per un’impressione di deformità e detestabilità.

L’episodio consiste in una bambina travolta da un uomo all’angolo di una strada, lui la calpesta e prosegue dritto senza curarsi di lei. Il padre e una folla di sconosciuti minaccia l’uomo e questo entra nel palazzo senza finestre per la porta senza batacchio, uscendone subito dopo con un assegno firmato da un’altra persona, una persona molto nota e distinta. Si presuppone un ricatto
Enfield, descritto da Stevenson come “ben noto uomo di mondo” narra l’episodio raccapricciante di cui è stato involontario testimone e confessa di non aver voluto indagare molto: “me ne sono fatto una regola: più mi pare strano e meno chiedo”. Quello che ha visto è un problema? Apparentemente sì. E’ un problema suo? No. Anche per questo motivo non chiede, non si informa, lascia che la vicenda rimanga episodio isolato.

L’episodio però è importante per Utterson che, tornato a casa non riesce a darsi pace: il nome del beneficiario dell’assegno corrisponde al nome del beneficiario del testamento del suo amico Jekyll che il legale custodisce: il nome è Hyde. Questo testamento era già una stravaganza agli occhi di Utterson, il documento lo indignava quando non sapeva nulla del Sig. Hyde ma ora che questo beneficiario è stato visto e raccontato diventa presentimento di un demonio.
Ciò che è stravagante è degno di biasimo (pensa il borghesissimo Utterson) ma la storia che ha udito dall’amico Enfield fa scivolare la stravaganza in sospetto e in terrore.

La storia di Enfield gli ripassava davanti agli occhi come una serie di immagini proiettate da una lanterna magica (…) Quella figura continuò a ossessionare il legale per il resto della notte. Se a tratti si assopiva, era solo per vederla scivolare più furtiva nell’interno di case addormentate, o avanzare rapida, sempre più rapida, vertiginosa, per labirinti sempre più vasti di strade rischiarate da fanali, travolgendo a ogni incrocio una bambina e lasciandola urlante nel selciato.

Infine Utterson vede Hyde e ne prova inspiegabile avversione e ripugnanza “Deve esserci qualcos’altro, (…) solo che non riesco a dargli un nome”.


Trascorre un anno, tutto sembra tornare alla normalità

A quell’ora, benché una fitta nebbia dovesse poi avvolgere la città, il cielo era ancora sgombro, e la strada su cui dava la finestra della ragazza era vivamente rischiarata dal plenilunio.

Tutto sembra tornare alla normalità ma la descrizione, con quella nebbia che di lì a poco dovrà avvolgere la città e il cielo che è ancora sgombro (e poi non lo sarà più) immerge subito il lettore nell’attesa, nella suspance. 

Avviene infatti subito dopo un delitto mostruoso, sul corpo dell’ucciso viene ritrovata una lettera che reca il nome di Utterson e il legale viene di nuovo coinvolto nella storia.

E cambia di nuovo l’atmosfera


La prima nebbia della stagione pesava sulla città come un grande mantello color cioccolata. Ma il vento urtava e demoliva di continuo quei fumosi contrafforti. (…) Visto in quei mutevoli scorci, con le sue strade fangose e i suoi passanti malmessi, con i suoi lampioni non spenti dalla sera prima o frettolosamente riaccesi per combattere quella nuova invasione di buio, il cupo quartiere di Soho appariva a Utterson come ritagliato da una città d’incubo. I suoi stessi pensieri, del resto, erano delle tinte più fosche. (…) 

 All’indirizzo indicato la nebbia s’alzò un poco scoprendo un misero vicolo con una mescita di liquori, un equivoco ristorante francese, una rivendita di verdure e giornaletti da un soldo, bambini cenciosi accovacciati sulle soglie, e molte donne di diverse nazionalità che se ne andavano, chiave di casa in mano, a bere il loro gin mattutino.

(NOTA: nella descrizione precedente c’è un riferimento ironico ai giornaletti da un soldo, è un riferimento alla sua stessa produzione visto che il racconto uscì proprio come Penny Dreadful ovvero pubblicazioni a puntate a basso costo, un penny appunto)
I pensiero di Utterson vedono tutto il marcio celato sotto la nebbia: la nebbia nasconde, il vento urta e demolisce, gli agenti atmosferici concorrono all’idea di distruzione della serenità del legale.

La nebbia pesa sulla città come i pensieri sul cuore di Utterson.

Ci troviamo nello stesso quartiere dell’inizio della storia, quello con vetrine ammiccanti e commesse sorridenti ma ora le strade sono fangose e malmesse, le attività sono equivoche, peccaminose, viziose. C’è una sensazione di sporco, povero e degradante. Siamo di fronte alla casa di Hyde. Utterson entra nella casa e trova

Un paio di stanze arredate con lusso e buon gusto. In una credenza vini di pregio, le stoviglie erano d’argento, il tovagliato molto fine; a una parete era appeso un buon quadro e i tappeti, foltissimi, erano di colori piacevolmente assortiti. Entrambe le stanze erano sottosopra, però, e mostravano di essere state frugate a fondo.

Una normalissima e tranquillissima casa borghese. Niente di più distante dall’idea che potremmo farci della casa di un uomo così crudele e detestabile. Tutta la mobilia e gli accessori denotano grazia e piacere, solo il disordine ci fa sentire che qualcosa non è esattamente nella normalità ma questo “frugate a fondo” farebbe pensare più all’azione di un ladro che di un assassino.


Qualche giorno dopo Utterson e il suo amico Enfield passeggiano di nuovo, sempre negli stessi luoghi

Il cortile era freddo e umido, già invaso da un precoce crepuscolo, sebbene il cielo, in alto, fosse ancora illuminato dal tramonto.

Questa semplicissima descrizione dell’atmosfera racchiude il nocciolo stesso di tutto il racconto: la trasformazione. C’è un precoce crepuscolo nel cortile su cui si affacciano i due amici, tuttavia il cielo in alto è ancora illuminato dal tramonto.

Crepuscolo – cielo – alto – luce – tramonto. 
I due amici vedono Jekyll alla finestra, è giù di morale ma la vista dei due gli procura piacere tanto da desiderare di scendere e fare due chiacchiere in cortile. D’un tratto però

il sorriso sparì di colpo e il suo volto si contrasse in una smorfia di così disperato, abietto, terrore, che i due in cortile si sentirono gelare. (…) Dio ci perdoni! Dio ci perdoni! Disse Utterson

I due amici non parlano più e riprendono a camminare in un gelido silenzio. Hanno visto troppo in quel precoce crepuscolo laddove la stessa parola crepuscolo assume valenza esistenziale di mutazione, trasformazione, passaggio dalla luce alle tenebre.


Trascorre altro tempo e il maggiordomo di Jekyll, Poole, si reca dal legale implorandolo di soccorrere il suo padrone: teme che qualcosa di terribile sia accaduto, teme sia stato ucciso. Utterson e Poole si dirigono insieme a casa di Jekyll

Era una fredda e ventosa sera di marzo, con una falce di luna che se ne stava sul dorso, come rovesciata dal vento, tra una fuga di alte nuvole stracciate e diafane. Le raffiche che sferzavano la faccia, rendendo difficile parlare, parevano aver spazzato quasi tutta la gente dalle strade. Utterson non ricordava di aver mai visto così deserta quella parte di Londra. Ma proprio adesso avrebbe desiderato il contrario. (…) La piazza, quando vi giunsero, era piena di vento e di polvere, con gli esili alberi del giardino centrale che gemevano e si piegavano contro la cancellata.

E’ sempre la stessa strada, la stessa che all’inizio del racconto era prospera e civettuosa, la stessa che dopo l’omicidio era fangosa e malmessa ora è gelida, spettrale, deserta

Nuvole più dense coprivano la luna, la notte s’era fatta buia, e il vento che nella profondità del cortile arrivava solo a soffi, faceva oscillare qua e là la fiamma della candela.

E’ l’ultima descrizione del racconto. La notte è profonda, il buio ha avvolto la città. Non c’è più luce. Non c’è più vita. Non c’è più speranza.


Qui termina la narrazione e la voce narrante tace.

Tacciono le descrizioni e da qui in poi sarà compito dei memoriali e delle lettere spiegare cosa è avvenuto, quello che Utterson non può conoscere non ci viene raccontato dal narratore (eterodiegetico a focalizzazione interna come direbbero quelli istruiti): ci viene riportato da documenti: lettere e memoriali delle due figure scientifiche della storia: Lanyon (di cui parlo nel post relativo alla superbia della scienza, all’ὕβϱις, qui) e Jekyll.

L’ultima lettera di Jekyll rimanda al memoriale del dottor Lanyon che contiene una lettera di Jekyll e sarà succeduta dalla confessione di Jekyll stesso. Con una retrospezione architettata tramite documenti viene svelato il mistero, a noi lettori e anche a Utterson che legge per noi.

Chapeau.