Madame Bovary c’est moi! – L’arte per l’arte di Gustave Flaubert

Madame Bovary c'est moi

Una delle citazioni più celebri di Flaubert è “Madame Bovary c’est moi!”
Peccato che nessuno abbia mai detto o scritto di avergliela sentita pronunciare.

Da dove viene allora questa frase e chi l’ha tramandata per primo?
E’ stato René Descharmes in una tesi di dottorato del 1909 presso l’Università di Lille intitolata “Flaubert, sa vie, son caractère et ses idées avant 1857”.
Deschamps cita questa frase in una nota e scrive che gli è stata riportata da una persona la cui identità non può rivelare in quanto ancora in vita. Questa anonima fonte aveva rivelato a Deschamps che Flaubert l’avrebbe detta in risposta a M.elle Bosquet che gli domandava chi fosse la fonte del suo Madame Bovary.
Quando? Flaubert e Amélie Bosquet si sono conosciuti nel 1859 e si sono separati litigiosamente dieci anni dopo. Verosimilmente, dunque, Descharmes riporta un ricordo vecchio di almeno quaranta anni.
Amélie Bosquet
Amélie Bosquet
E’ bene ricordare che questa frase è totalmente estrapolata dal suo contesto in quanto non conosciamo il tono della conversazione, cosa sia avvenuto prima né cosa sia avvenuto dopo. Abbiamo però un’idea di chi fosse quell’Amélie Bosquet: una scrittrice che si fece conoscere per la sua opera sulle leggende della Normandia e per essere stata una femminista della prima ora e membro del comitato di direzione dell’Associazione per i diritti delle donne.
Fu proprio a causa di come Flaubert descrisse le rivendicazioni femministe in L’educazione sentimentale che i rapporti tra i due si incrinarono.
Se la frase sia stata pronunciata prima o dopo il 1869, anno della pubblicazione de L’educazione sentimentale e della rottura dei apporti tra i due scrittori, non è possibile saperlo.

Un altra cosa da sottolineare è che la frase “Madame Bovary c’est moi!” in realtà è incompleta. La frase riportata in realtà è
“Madame Bovary c’est moi! D’après moi”
Per comprendere dunque il significato di questa citazione bisogna capire cosa significhi quel “d’après moi” che in italiano potrebbe essere tradotto “a mio avviso”, secondo me”.

Voglio quindi provare a capire cosa significhi partendo da alcuni estratti dalle lettere dello scrittore ai suoi corrispondenti, prima su tutti Louise Colet, poetessa francese e amante di Flaubert tra il 1851 e il 1855, proprio gli anni della stesura di Madame Bovary.

Se si analizzano le lettere di Flaubert alla ricerca di possibili legami tra l’autore e il personaggio, troviamo in molti passaggi un totale distacco di Flaubert dal personaggio di Madame Bovary:
“Rien dans ce livre n’est tiré de moi; jamais ma personnalité ne m’aura été plus inutile. (…) tout est de tête” (lettera a Louise Colet, 6 aprile 1853)
“Niente in questo libro è preso da me: la mia personalità non mi è mai stata più inutile. (…) tutto è di testa” 
Louise Colet
Louise Colet

Flaubert dunque non prende ispirazione da sé stesso come persona, non dalle sue esperienze e nemmeno dal suo mondo nella creazione di Madame Bovary, Flaubert non è Madame Bovary. 

– Mi torna in mente in questo caso (ma in realtà mi torna in mente sempre come un monito), quel che Virginia Woolf in Una Stanza tutta per sé scrisse a proposito di Charlotte Bronte e del suo Jane Eyre: “La donna che aveva scritto quelle pagine aveva più genio in lei che non Jane Austen; ma se si rileggono e se ne coglie quello scatto, quella indignazione, ci si rende conto che lei non riuscirà mai ad esprimere compiutamente e integralmente il proprio genio: i suoi libri risulteranno deformati e contorti. (…) Scriverà di sé stessa, mentre dovrebbe scrivere dei suoi personaggi.” Per la Woolf il fatto che Charlotte Bornte in Jane Eyre metta troppo di sé viene visto come un impedimento alla produzione veramente artistica dunque allo stesso modo Flaubert non prende nulla da sé per il suo scopo: non sarebbe artistico, sarebbe catarsi. –

Madame Bovary potrebbe essere Flaubert nel suo inseguire l’arte perfetta così come Emma insegue l’amore perfetto.

Per Flaubert l’arte è di testa, liberata dall’immedesimazione e privata dalle passioni dell’autore che scrive dopo la catarsi e non per la catarsi. L’art pour l’art: arte per l’arte, fine a sé stessa, pura e disinteressata, separata da ogni finalità morale, didattica o utilitaristica.
Per questo Madame Bovary personaggio potrebbe non essere Flaubert ma Madame Bovary libro sì in quanto privo di insegnamenti morali, di ammonimenti sociali o di fini utilitaristici.
Emma e Léon – Alfred de Richemont 1905

“L’arte per l’arte” sarà il motto degli artisti di Bohème in risposta ai grandi maestri romantici che li avevano preceduti, Hugo e Balzac, e che avevano usato l’arte per occuparsi dei problemi della società (o, forse, avevano utilizzato i problemi della società per occuparsi di arte). Da Flaubert in poi l’arte “non si deve più curare dei fatti pratici, degli insegnamenti morali o politici ma deve mirare unicamente al soddisfacimento di esigenze stilistiche” (Auerbach – Mimesis).

Tutto, ogni parola, ogni virgola, ogni giro di frase e infine la struttura dell’opera, deve soddisfare esclusivamente il suo ideale di perfezione poetica. E’ questo uno dei motivi che hanno fatto di Flaubert un autore così poco prolifico se comparato a Balzac: la perfezione richiede tempo e dedizione assoluta. Flaubert scrive dalle quaranta alle sessanta pagine al mese, per una sola pagina di racconto può impiegare fino a cinque giorni (lettera a Louise Colet 15 gennaio 1853), nulla è più distante dall’idea di un autore da best-seller; che abbia come soggetto un milieu borghese è conseguenza di ciò che Flaubert conosceva meglio (così come Balzac parlava agevolmente della nobiltà di cui faceva parte), che abbia per lettori gli appartenenti alla classe borghese è una conseguenza non voluta.

“Ce livre, tout en calcul et en ruses de style, n’est pas de mon sang, je ne le porte point en mes entrailles, je sens que c’est de ma part une chose voulue, factice” (lettre à Louise Colet, 21 mai 1853, Corr., t. II, p. 329)

Questo libro, tutto calcolo e trucchi di stile, non è  del mio sangue, non viene dalle mie viscere, sento che per me è una cosa voluta, fittizia

Come fa dunque Madame Bovary a essere Flaubert? (ammesso che l’autore abbia davvero pronunciato questa frase)
In una lettera a Edma Roger des Genettes Flubert rivela:
Emma e Lheureux

“On me croit épris du réel, tandis que je l’exècre. C’est en haine du réalisme que j’ai entrepris ce roman. Mais je n’en déteste pas moins la fausse idéalité, dont nous sommes bernés par le temps qui court. “, 30 octobre 1856 

Mi si crede innamorato della realtà, mentre la detesto. E’ infatti in odio al realismo che ho incominciato questo romanzo. Ma non ne detesto meno il falso idealismo da cui siamo ingannati dai tempi che corrono. 

” Madame Bovary n’a rien de vrai. C’est une histoire totalement inventée ; je n’y ai rien ni de mes sentiments, ni de mon existence. L’illusion (s’il y en a une) vient au contraire de l’impersonnalité de l’oeuvre. C’est un de mes principes, qu’il ne faut pas s’écrire. L’artiste doit être dans son oeuvre comme Dieu dans la création, invisible et tout puissant ; qu’on le sente partout, mais qu’on ne le voie pas. ” A Mlle Leroyer de Chantepie, 18 mars 1857 

Madame Bovary non ha nulla di vero. E’ una storia completamente inventata; non ci ho messo nulla dei miei sentimenti, né del mio essere. L’illusione (se c’è) viene al contrario dall’impersonalità dell’opera. E’ uno dei miei principi, che non si debba mai scriversi. L’artista deve essere nella sua opera come Dio nella creazione, invisibile e onnipotente; che si senta dappertutto ma che non lo si veda. 

Ecco, secondo me, perché Madame Bovary potrebbe essere Flaubert: per come descrive gli ambienti con finissime pennellate, per come gioca con il vento sul velo del vestito nuziale e del cappello di Emma, per come fa cadere la luce del sole ora sulla pelle scoperta di Emma ora sul pavimento di foglie nel bosco. E’ Flaubert che crea questo mondo con immagini vivissime, Flaubert è Dio qui dentro, senza alcuna pretesa morale.


Fonti parziali di questo post si può ritrovare in un Centre Flaubert Rouen di Yvan Leclerc per il Centre Flaubert di Rouen. Estratti della corrispondenza di Flaubert sulla composizione del Bovary potete trovarli a Centre Flaubert.Le riflessioni sono purtroppo solo mie.

L’avvelenatrice – Alexandre Dumas

L'avvelenatrice Dumas
Un Dumas cronista, inaspettatamente crudo ma anche generoso di spunti di riflessione. 
E’ un librino piccino picciò, trattato con amorevole cura dalla Abeditore, non solo per la grafica di copertina ma anche per la scelta della carta, scorrevole, sensuale e per le illustrazioni talvolta ironiche, talvolta curiose, sempre ricche di particolari. Interessante poi la scelta dell’illustrazione della contessa di Brinvilliers: non quella di cui parla Dumas nel capitolo undicesimo, eseguita da Lebrun e oggi conservata al Louvres ma quella straziante e orripilante (nel senso che fa letteralmente rizzare i peli sulle braccia) del momento della tortura.
PS doveroso: coloro che accostano l’idea della tortura a quella i medioevo rimarrebbero stupiti dall’apprendere che questo simpatico metodo per estorcere confessioni (più spesso false che vere) ebbe il suo più largo utilizzo proprio nel Rinascimento e nel Seicento.

Charles Le Brun

Per riassumere la sinossi dirò che la contessa, insoddisfatta della sua parte di eredità, decide di far fuori metà della sua famiglia con il veleno, viene beccata, viene arrestata, viene torturata e condannata a morte. La storia è vera, Dumas alterna alla sua narrazione documenti dell’epoca, agghiacciante è leggerne l’assoluta freddezza con cui viene descritto il supplizio lasciando trapelare tutta la malattia di chi lo governava. A volte si pensa che la crudeltà, l’abominio sia proprio del XX secolo, leggendo questo breve scritto viene un ragionato sospetto che sia proprio nella natura dell’uomo.


Curioso ho trovato che concluso il supplizio con l’esecuzione e il rogo del suo cadavere essa sia stata quasi immediatamente santificata dal popolo che aveva assistito alla sua processione verso il supplizio e al riconoscimento della sua colpevolezza… 

Come sono strani gli uomini: un momento prima la ricoprivano di verdura e insulti, un momento dopo cercavano reliquie da adorare tra le braci ancora calde.

Non so se sia per preferenze stilistiche dell’autore o perché manchi tra i documenti ma non traspare alcun senso di rimorso per aver ucciso i suoi cari in orribili tormenti, piuttosto emerge il terrore della dannazione eterna e ansia di espiare il più possibile in questa vita per evitare l’inferno e ridurre al minimo il tempo di permanenza in purgatorio.

Ci sono poi alcuni temi appena sfiorati che rendono filosoficamente interessante questo breve racconto. Del tipo “Poiché il fuoco del purgatorio e dell’inferno sono della stessa natura e ciò che distingue la pena è la durata, come può un’anima riconoscere in quale luogo si trovi? Come fa a sapere che si trova in purgatorio e non all’inferno?” il confessore di Madeleine risponde che al momento della morte si è portati a giudizio celeste dove la pena viene dichiarata.
crimes célèbres dumas brinvilliers
Les Crimes célèbres – edizione E. Blot (Paris) – 1871

Oppure il tema della confessione dei propri peccati che deve essere totale e coinvolgere anche i complici dei delitti e tutti quelli che potrebbero esserne al corrente poiché se, lei morta, venissero commessi altri peccati a causa sua per qualcosa che lei sapeva o faceva, allora, non potendo espiare e confessare in morte, la dannazione la inseguirebbe nell’aldilà e le si spalancherebbero le porte dell’inferno. Forse sono paturnie mentali mie ma mi domando come debba essere inteso questo passaggio. Il concetto è chiaro: i peccati commessi da altri per causa nostra finirebbero per dannare anche noi, ma se siamo già morti e, per dire, già in purgatorio come funziona? Ci vengono a prendere e ci portano all’inferno? Oppure rimarremmo in una sorta di limbo (non il limbo dantesco ma un altro tipo ancora) prima del purgatorio in attesa che tutti quelli che hanno vissuto insieme a noi muoiano? Oppure attendiamo tutti insieme in questo limbo fino al giudizio universale che avverrà alla fine del mondo? Dante trova già popolati i tre cieli perciò tenderei a escludere questa terza possibilità. Tuttavia Dante non era infallibile perciò…


Sembra proprio che più il racconto sia breve e più io provi la necessità di approfondire.

Les Crimes célèbres  SOCIETE’ BELGE DE LIBRAIRE,
BRUXELLES, 1841

Insomma! Brevissimo e succosissimo anzi, brevissimo neanche tanto visto che il suo centinaio di pagine se lo porta a casa.


E se ancora non vi bastano i particolari raccapriccianti della tortura, la morte in odor di santità e le pippe filosofiche a proposito della vita eterna resta un ultimo succulento accenno a certi personaggi storici che, si dice (e quindi probabilmente ci troviamo nell’ambito della fuffa storica) siano stati avvelenati: Luigi, delfino di Francia e fratello di quel che sarebbe diventato Re Francesco primo nel suo nome (cit.), ucciso da un fazzoletto avvelenato e Giovanna d’Albret, consuocera di Caterina de’ Medici regina madre di Francia che morì di tubercolosi ma ai detrattori dell’italiana è piaciuto diffondere la menzogna che fosse stata Caterina ad avvelenarla con un paio di guanti.

That’s all folks!
Il resto leggetevelo da soli, ho solo cercato di fornire qualche motivo in più per portarvi a casa questo gioiellino.

PS: chi ha desiderio di possedere una copia dell’opera del 1841 (tomi I-IV) la può trovare su AbeBooks

Falstaff. l’ultima parola di Verdi

Falstaff - Teatro della Fortuna - Fano

Per la prima vola sono andata a teatro senza studiare prima l’opera in scena.
Fino a ieri ogni volta che mi accingevo ad assistere a un’opera lirica mi preparavo con ascolti e letture del libretto mentre questa volta, complice mancanza di tempo, ho solo ripescato nella mia biblioteca la commedia Shakespeariana “Le allegre comari di Windsor” per conoscere la trama (e dopo averla letta credo sia il peggior lavoro di Shakespeare: una commedia su ordinazione, ricca di ricercatezze linguistiche ma terribilmente pesante).
Falstaff - Teatro della Fortuna - FanoLa storia in breve: Falstaff è un dongiovanni dal passato ricco di conquiste ma ormai è vecchio, grasso, povero e patetico. Per racimolare due soldi e pagare i suoi conti medita di ottenere i favori di due gentildonne maritate a uomini facoltosi pensando così di poter disporre della loro borsa a piacimento. Viene tradito: il piano rivelato alle signore e ai mariti, le donne cercheranno di vendicarsi del ciccione, gli uomini vorranno mettere alla prova le consorti. In secondo piano vi è la storia d’amore di Nannetta e Fenton due giovani il cui amore è ostacolato dal padre di lei.

Ho cercato di fare mente locale sull’opera verdiana e finendo col rendermi conto che non ricordavo nessuna aria tratta dal Falstaff, sono andata su Wikipedia per cercare un’accenno ad arie celebri e niente, scorrendo l’elenco non ne ho trovata nessuna di familiare.

Ebbene, è stato un idillio!
La storia si srotolava in scena in un crescendo di comicità ed equivoci accompagnati da una musica sempre più incalzante. La partitura del Maestro corre, corre infuriata, siamo lontanissimi qui dalla distensione dell'”Amami Alfredo” appoggiata sugli archi: nel Falstaff la partecipazione dell’orchestra è totale e si può prendere fiato solo a tratti: durante i monologhi patetici del protagonista per esempio e nei dialoghi idilliaci della coppia Nannetta-Fanton dove la poesia viene però costantemente interrotta dall’intrusione di altri personaggi cosicché l’ascoltatore non può godere pienamente e fino in fondo.
Eppure proprio questa giovane e pura coppia  rappresenta l’ideale di gioventù e sincerità cui sembra anelare il compositore, a loro riserva musiche di sublime nostalgia

“Bocca baciata non perde ventura / Anzi rinnova come fa la luna”

che in questa messa in scena Maria Laura Iacobellis rende lunghissimo e dolcissimo strappando applausi e un’ovazione durante gli applausi finali.

Falstaff - Teatro della Fortuna - Fano
Verdi è anziano, ha settantatre anni quando va in scena la prima al Teatro ala Scala, si riconosce in quel mondo di inganni e finzione rappresentato dalle comari, dai loro mariti e da Falstaff nel cui nome risiede il concetto di finzione e inganno (molti nomi, nella commedia di Shakespeare richiamano caratteristiche umane: Mme Quickly, Simple, Pistol, Shallow), sembra guardarsi indietro e rievocare giovinezza e candore. E’ un dolce ricordo tuttavia, non c’è rimpianto, solo tenerezza.
E anche verso il personaggio di Falstaff non c’è biasimo ma commiserazione.

L’orchestrazione dicevo, ha un’andatura indiavolata, trascina la storia che diventa mero pretesto per comporre l’opera d’arte definitiva. Le atmosfere richiamano valchirie e divina dannazione ma il soggetto è farsesco e il risultato è un divino grottesco, un ironico stridore che richiama poemi eroicomici dei secoli passati come La secchia rapita del Tassoni o Il riccio rapito del Pope (tutti rapiti a quanto pare).
E’ arte per l’arte, svincolata dal messaggio e persino dal pubblico, fine a sé stessa e al suo autore.

Falstaff - Teatro della Fortuna - Fano
La regia di questa messa in scena è del giovane Roberto Catalano che ambienta la storia nei salotti e nei circoli tennis anni Cinquanta: Falstaff è un vecchio Dongiovanni decadente persuaso di essere ancora desiderabile, le comari somigliano alle protagoniste delle commedie anni Cinquanta che avevano per protagoniste Marilyn Monroe e Jane Russel e i mariti… beh, i mariti contan poco qui, Ford, il potenziale cornuto, fa la sua parte ma è Falstaff che giganteggia su lui: esilarante è il loro duetto che vede Falstaff metter le mani sulla testa del rivale in incognito e massaggiargliela quasi a voler favorire la nascita delle ramificazioni e la scena seguente che vede Ford meditare sulla purezza della moglie possiede il lirismo tragico dell’Otello paranoico reso grottesco dal doppio inganno di Falstaff e delle comari.
Ho pensato e ripensato al finale di questa scena, al leitmotif della gelosia di Ford, il suo “E poi diranno che un marito geloso è un insensato” (minuto 52:45 del video inserito giù giù giù) ripreso per due volte, nel monologo e in chiusura, il motivo musicale mi girava e rigirava in testa poi questa mattina mi sono riascoltata l’opera e ho riprovato la stessa sensazione di déjà vu finché non me la sono canticchiata e canticchiando si è trasformata nel walzer di Musetta di Puccini. Alla prima rappresentazione al Teatro alla Scala di Milano nel 1893 Puccini c’era e ritengo assai probabile che quel motivetto appena accennato, una decina di note appena, gli sia entrato in testa per trasformarlo in quel capolavoro di leggerezza e passione che è l’aria “Quando men vo” della Bohème.

Sicuramente il fatto di non essermi preparata all’ascolto-visione ha avuto una certa importanza nel farmi scoprire l’opera a poco a poco e lasciarmi senza fiato. Il vero problema in questi casi è che non si è pronti sull’applauso: a teatro ci sono tempi e modi per applaudire e chi frequenta i foyer lo sa e per ogni messa in scena s quando deve applaudire. La mia impreparazione si è palesata in tutta la sua ingenuità sul finale del secondo atto quando Falstaff, per sfuggire al marito geloso e ai suoi amici che cercano la prova del tradimento, si nasconde in una cesta di panni sporchi e puzzolenti e viene poi rovesciato nel Tamigi. M’è partito l’applauso troppo in fretta forse o forse il pubblico era un po’ freddino, non so (cioè… il pubblico era freddino, su questo niente forse) comunque sia su quel “Patatrac” finale mi si è rovesciato il cervello in una sonora sghignazzata di gran gusto e ho iniziato ad applaudire sola e imbarazzatissima seguita di lì a poco dai vicini di balconata. Fortunatamente l’atto era terminato e il resto del teatro ha evitato la clamorosa figura di m.
Un avviso al pubblico teatrale: si può applaudire eh! Ci si può scaldare anche per l’opera! 
Questo è il mio vero problema con l’opera: la vivo come fosse un concerto rock, vorrei cantare e ballare con gli attori, prendo tutto un po’ troppo di pancia… pazienza. Pazienza soprattutto per i miei accompagnatori che subiscono l’imbarazzo della mia vicinanza.
Decisamente il mio posto è il rumoroso loggione!

Ritornando al Falstaff il terzo atto si svolge nel parco di Windsor dove il grasso rubacuori riceve una punizione esemplare dalle comari e dai loro mariti che, travestiti da fate e folletti, lo pizzicano, lo pungolano, lo schiaffeggiano e lo coprono di improperi e insulti. La scena è bellissima e ricorda le atmosfere di Sogno di una notte di mezza estate: al posto del bosco c’è una gigantesca coperta appoggiata su due cuscini, il coro del teatro della Fortuna si presenta munito di guanciali preannunciando ciò che non dovrebbe accadere su di un palcoscenico eppure accade: la fuga di Falstaff passa quasi in secondo piano quando sul palco si scatena il più irriverente dei pigiama party sulle note di

Tutto nel mondo è burla / L’uom è nato burlone / La fede in cor gli ciurla, / Gli ciurla la ragione. / Tutti gabbati! Irride / L’un l’altro ogni mortal. / Ma ride ben chi ride / La risata final.

“Signora con piedi in vista”
E’ una genialata! Non intendo la battaglia a cuscinate ma proprio il finale: quel “Tutto nel mondo è burla” che parafrasa il celebre “Tutto il mondo è un palcoscenico” della shakespeariana “Come vi piace”. E’ il congedo del Maestro, il superiore distacco dalle critiche, il lazzo definitivo: Verdi è tornato dopo anni di silenzio in cui ha ascoltato critiche alla sua musica e alla sua musica lascia il verdetto finale, la chiosa di una carriera inarrivabile. 

Un’ultima parola: la sua.

Negli anni precedenti all’attenzione del pubblico musicale e letterario si era mostrata una corrente letteraria fortemente critica verso tutto quello che sapeva di romanticismo e si proponevano, scrisse Boito librettista di Falstaff, di far scappare l’arte italiana “dalla cerchia del vecchio e del cretino”. Il melodramma verdiano venne preso di mira: quei giovani scapigliati si erano invaghiti di Wagner e della cultura mitteleuropea, Wagner rappresentava il futuro, Verdi il passato.
Verdi detestava questi giovani rancorosi che volevano rivoluzionare il suo mondo, due su tutti: il librettista Boito e il compositore Faccio, tuttavia il buon senso e il comune obiettivo di generare arte li unì: Boito diventò librettista degli ultimi capolavori verdiani, Faccio il suo direttore d’orchestra e Verdi rispose all’accusa di vecchiaia lasciando ai melomani la più perfetta delle sue opere: il Falstaff.

The Ghost of Tom Joad

Non ho nulla da dire oggi, voglio solo abbandonarmi alla musica, a quella musica che per accordi e testo ti strugge e ti devasta e non ti lascia quieto finché non le dai spazio.

Le ho trovato uno spazio a quella The ghost of Tom Joad che mi gira in testa da sempre e che solo venerdì scorso, grazie alla trasmissione radiofonica di Emanuela Falcetti, ho ascoltato nella sua versione ideale.
Signore e signori Bruce Springsteen, la E Street band, Tom Morello e John Steinbeck
Gustatevela dall’inizio alla fine perché vi scardinerà la spina dorsale.

Vi lascio anche il testo sotto, per ricordare.



Man walks along the railroad track
He’s goin’ some place, there’s no turnin’ back 
The Highway Patrol chopper comin’ up over the ridge
Man sleeps by a campfire under the bridge
The shelter line stretchin’ around the corner
Welcome to the New World Order
Families sleepin’ in their cars out in the Southwest
No job, no home, no peace, no rest, no rest

And the highway is alive tonight
Nobody’s foolin’ nobody is to where it goes
I’m sitting down here in the campfire light
Searchin’ for the ghost of Tom Joad

He pulls his prayer book out of a sleepin’ bag
The preacher lights up a butt and takes a drag
He’s waitin’ for the time when the last shall be first and the first shall be last
In a cardboard box ‘neath the underpass
With a one way ticket to the promised land
With a hole in your belly and a gun in your hand
Lookin’ for a pillow of solid rock
Bathin’ in the cities’ aqueducts

And the highway is alive tonight
Nobody’s foolin’ nobody is to where it goes 
I’m sittin’ down here in the campfire light
With the ghost of old Tom Joad

Solo

Now Tom Said; “Ma, whenever ya see a cop beatin’ a guy
Wherever a hungry new born baby cries
Wherever there’s a fight against the blood and hatred in the air
Look for me ma 
I’ll be there
Wherever somebody’s srtugglin’ for a place to stand
For a decent job or a helpin’ hand
Wherever somebody is strugglin’ to be free
Look in their eyes ma, 
You’ll see me

And the highway is alive tonight
Nobody’s foolin’ nobody is to where it goes
I’m sittin’ down here in the campfire light
With the ghost of Tom Joad

Wrap-Up Gennaio 2019

letture gennaio 209
Wrap-up Gennaio 2019

Finalmente qualche minuto per dedicarmi al #wrapup di gennaio!
Cominciamo col dire che il primo dei buoni propositi per il 2019 è andato felicemente a farsi benedire: volevo leggere meno, ho letto di più. Però ho anche pensato di più, meditato di più e probabilmente il merito è stato anche del Megagdl su Nabokov che mi ha spronata a un confronto con altri lettori sullo stesso libro, non ci avevo mai provato, non so se e quando accadrà di nuovo di trovare un simile stimolo alla lettura condivisa ma per questo 2019 ormai l’impegno è preso e verrà mantenuto.
📖📖📖
Andiamo però in ordine e procediamo con la sintesi del mese:
📖 Calvino – Se una notte d’inverno un viaggiatore: FA-VO-LO-SO! Di sicuro il miglior libro di gennaio e azzardo la previsione che possa essere il miglior libro del 2019.Un’opera sulla lettura, sulla scrittura, sull’editoria, sulla narrazione, insomma un capolavoro di metaletteratura divertente e divertita.
📖 Stevenson – Lo strano caso del Dr Jekyll e del Sig. Hyde (rilettura): prima lettura del Megagdl. La discussione corale mi ha spinta a cercare di vedere oltre la storia e dedicarmi a tutte le sfumature narrative in previsione anche del confronto con la lezione di Nabokov. Una vera riscoperta
📖 Poe – I delitti della rue Morgue (rilettura): se siete appassionati lettori di gialli questo libro non può assolutamente mancare nella vostra biblioteca personale, è breve, brevissimo ma è qui che ha origine la narrazione d’investigazione e Dupin è il padre di tutti i Maigret, gli Sherlock, i Montalbano che popolano le librerie. Da leggere assolutamente.
📖 Gaskell – Mary Barton: uno sguardo compassionevole ma accurato sull’Inghilterra industriale del XIX secolo. Temi come il lavoro minorile, la riduzione dell’orario di lavoro, i conflitti di classe tra padroni e operai, la sordità della politica ai lamenti del popolo caratterizzano il primo romanzo di questa autrice. Commovente.
📖 Dumas – L’avvelenatrice: un racconto disturbante di cronaca Seicentesca, molto crudo a tratti tuttavia cela tra le pagine interessanti spunti di riflessione. Ci ritornerò
📖 James – Giro di vite (rilettura): letto ennemila anni fa ammetto che allora non ci avevo capito molto, quasi nulla e forse era proprio questo lo scopo di James ma non ero pronta, adesso sì e ne apprezzo tutta la magnificenza stilistica e tutta la grandezza del finale aperto.