Wide Sargasso Sea – di colonie, di riletture e di identità


Importante: prima di leggere questo post assicuratevi di sapere chi fosse Jean Rhys, wikipedia ita e wikipedia ing (PS: la pagina in inglese è, neanche a dirlo, più approfondita).



Un giorno Jean Rhys incontrò Jane Eyre.


L’attenzione della Rhys, creola trapiantata in Europa, si focalizza totalmente sul personaggio di Bertha Mason, la pazza prima moglie creola di Rochester che darà fuoco a Thornfield: così sbagliata, così diversa; in Rhys l’identificazione è immediata: si riconosce in Bertha e, forse, nel suo essere altro.

Tuttavia Rhys sente anche che Bertha è stata trattata ingiustamente: la sua storia rivelata solo attraverso le parole di Rochester. Ma è questa la verità?
“Questa è la sua versione”, scrive Rhys in Wide Sargasso, “c’è sempre un altro lato”, “loro inventano storie su di te e menzogne su di me”, “è un bravo uomo ma sente talmente tante storie che non sa più a cosa credere”
Rochester/Bronte ha raccontato la sua storia e il lettore non ha mai messo in dubbio la sua versione fino a quando Jean Rhys non ebbe l’ardire di metterla in discussione e scrivere la storia di Bertha.
Per secoli il colonizzatore, maschio, bianco, ha raccontato la sua versione: ha dato il nome a tutto ciò di cui prendeva possesso come Adamo nel Paradiso terrestre, ha definito con le sue parole, ha raccontato l’altro sulla base di ciò che a lui era familiare, di ciò che aveva vissuto e della storia che lo aveva preceduto. Il suo sguardo si è posato solo su quel che per lui era interessante illuminando o lasciando nell’ombra secondo i suoi desideri e le sue necessità.
Così Bertha Mason è stata rinchiusa in una stanza al terzo piano della tenuta Thornfield senza darle la possibilità di parlare e raccontare al mondo esterno la sua storia, la sua identità. La sua stessa esistenza viene taciuta. Rochester l’ha sposata per interesse e ha guadagnato da questo matrimonio ma non l’ha mai amata, non si è mai davvero preso cura di lei: secondogenito, tutta la ricchezza di famiglia era destinata a suo fratello maggiore così Rochester ha trovato chi gli ha combinato un matrimonio conveniente ai Caraibi, con una giovane e bellissima creola di famiglia benestante. Si è impossessato del suo patrimonio e non l’ha mai amata. Charlotte Bronte fa dire al suo personaggio
I thought I loved her. (…) I never loved, I never esteemed, I did not even know her.“Non l’ho mai amata, non l’ho mai stimata, non l’ho nemmeno mai conosciuta.”
Cosa è il colonialismo se non sfruttare una terra senza curarsene? Prendere tutto quel che ha valore e non dare nulla in cambio? Vivere in un luogo tra persone diverse e non desiderare nemmeno di conoscerle?



Non è mia intenzione asserire qui che Wide sargasso Sea sia una metafora dell’Imperialismo britannico, mi rendo conto che così sembrerebbe ma così non è: Wide Sargasso Sea è un romanzo frutto dell’immaginazione di Jean Rhys ma è anche il riflesso della sua esperienza di creola trapiantata in Europa ed è impossibile per il lettore consapevole separare Bertha da Jean.

Questo è l’ultimo romanzo di Rhys ma è anche il suo primo romanzo. Negli anni Trenta il suo secondo marito, Leslie Tilden-Smith, editore inglese, le diede una copia di Jane Eyre e lei fu immediatamente rapita dal desiderio di scrivere la storia di Bertha Mason, ne scrisse circa una metà, avrebbe dovuto intitolarsi The Revenant, poi, a seguito di una lite con Leslie, lo bruciò (“I manoscritti non bruciano” -uciano -uciano -uciano…).
Negli anni Quaranta, dopo una breve e opaca esperienza di scrittrice Rhys sparì dalle cronache e venne data per morta.
Ma non era morta.
Nelle sue lettere scrive:
Bertha Mason F. H. Townsend 1847

“E’ quella particolare, folle Creola che voglio narrare, non qualunque folle Creola”

rimugina su tutte le scene sbagliate e soprattutto sulla crudeltà di Rochester verso sua moglie.
Nel silenzio continua a riscrivere e rifinire il libro della vita: Wide Sargasso Sea, parla del romanzo come di un “demon of a book”, scrive su fogli sparsi, li incrocia, li modifica in continuazione, è ossessionata dalla scrittura e dalle voci narranti attraverso le quali la storia si dipana. Non riesce a mollarlo quel manoscritto, a lasciarlo andare: è la sua creatura. Nel 1966 suo marito muore e Jean scrive all’editrice Diana Athill di aver sognato un bimbo in una culla e di aver capito che era tempo di portare a termine il libro e far sentire la voce di Bertha.



Bertha Mason parlò nel 1966 e scoprimmo che in realtà quello non era nemmeno il suo nome: il libro inizia ed è lei stessa a narrare la sua storia, senza intermediari, senza distorsioni se non le sue, senza lacune se non ciò che lei stessa vuole celare. Il suo nome è Antoinette Cosway, molto più musicale di Bertha Mason non vi pare? Bertha è il nome che lui le ha voluto dare per rendere totale il dominio su di lei, rinominandola esattamente come i coloni rinominavano i luoghi in cui esportavano la civiltà, le loro usanze e la loro religione.

E’ dalla scoperta dell’altro nome che il lettore comprende cosa stia davvero leggendo: un romanzo sull’identità, sull’essenza, sulle radici
Il romanzo è diviso in tre parti che ricalcano quelle della tragedia classica: inizia con la voce narrante di Antoinette dalla quale veniamo a conoscenza di questo mondo di frontiera, i Caraibi, tra civiltà occidentale e istinti locali. Antoinette vive con la madre e il fratello in indigenza finché sua madre non si risposa con il signor Mason, la loro situazione sembra migliorare ma sono costantemente oggetto di disprezzo e violenza da parte degli abitanti dell’isola che arriveranno ad appiccare il fuoco alla loro casa. Il fratello di Antoinette morirà nell’incendio, la madre impazzirà dal dolore e loro saranno costretti a trovare una nuova sistemazione.
Dunque Antoinette – Fuoco



Nella parte centrale del romanzo è Rochester che parla, prende la parola e racconta i primi tempi del matrimonio, la loro vita nella città di Massacre (Massacro… nessuno ricorda più di che massacro si tratti). Si intromette un terzo narratore: Daniel, afferma in alcune lettere indirizzate a Rocheter di essere il fratello di Antoinette, che Rochester (in realtà questo nome non viene mai fatto ma è evidente che si tratti di lui) è stato tenuto all’oscuro del fatto che nella famiglia di Antoinette la pazzia è ereditaria e che lei in realtà ha avuto altri uomini prima di lui.



Verità? Menzogna? Circolano tante voci sul conto di Antoinette e Rochester non sa più a cosa credere, intanto però si allontana da quella moglie sconosciuta: tra la verità e la menzogna lui sceglie di non scegliere, di non sapere

E’ sempre troppo tardi per la verità
una volta che il seme del dubbio è stato piantato questo germoglia alimentato dai silenzi di Antoinette e fiorisce in altri dubbi e in vendette rancorose.
Nessuno parla più di quei giorni adesso. Sono stati dimenticati, tranne le menzogne. Le menzogne non si dimenticano mai, crescono e crescono.
Nella terza e ultima parte Antoinette/Bertha riprende la parola: vive rinchiusa in una stanza al terzo piano di Thornfield, è una proprietà dimenticata, accatastata nei recessi della memoria di Rochester come uno di quei souvenirs da bancarella acquistati in viaggio con una persona che non gradiamo più e che nascondiamo alla vista senza riuscire a sbarazzarcene: Antoinette non è più sua, non lo è mai stata forse ma non è possibile rimetterla in libertà.
In questo nuovo racconto tutto è confuso, ricordi e presente, realtà e sogno, solo l’angoscia è viva e reale, la solitudine, l’abbandono.
La ribellione.



C’è tanto, tantissimo postmodernismo qui ma sembra del tutto involontario: riprendere un classico del passato e riscriverne parte della storia “dall’altro lato”, il cambio continuo di narratore e di narrazione, il dubbio continuo su cosa sia vero e cosa no, cosa sia affidabile e cosa no, i silenzi, i continui riferimenti a fatti del passato ormai dimenticati che però tornano come fantasmi dai recessi della memoria. Il postmoderno è di pancia e verace qui, non di testa e studiato come nelle opere dei grandissimi Eco, Calvino, Ackroyd. E’ un sentimento più che una corrente letteraria: è il mondo degli unfit, degli spostati, dei dimenticati e sfruttati che prende la parola.



Ho amato questo libro?

Da impazzire! Il personaggio di Bertha in Charlotte Bronte mi era sempre sembrato grottesco e fuori luogo, Jean Rhys le ha finalmente dato un’identità e una ragione di essere e la scrittura, ridondante, attorcigliata, ritmica, onirica a tratti, è quasi un battere di tamburi nella notte tropicale
Dum dum dum dum




Detto tra noi, non ho mai potuto sopportare Jane Eyre #TeamAntoinette

Consigli per la storia 1: Le biografie

Biografie: Anna Bolena, Lucrezia Borgia, isabella d'Este, Enrico VIII, Napoleone


Mi sono stati chiesti suggerimenti per affrontare i libri di storia.

Ho voluto pensaci un po’ per non dare semplicemente una sterile lista di libri che per me significano molto ma che buttati nella mischia si perderebbero.


Dei libri di storia non bisogna aver paura perché, in fondo, la conosciamo già e soprattutto perché sono le opere più entusiasmanti. Inoltre sono valiti aiutanti per affrontare le opere letterarie. Perché se è vero che ogni opera di letteratura può essere affrontata come a sé stante, solo come storia, è anche vero che la fruizione sarà molto più goduriosa se la si saprà inserire all’interno del contesto storico. Inserita nel suo tempo, approfondendo gli avvenimenti storici e le teorie filosofiche del periodo la letteratura diventa davvero una grande piscina in cui tuffarci e nuotare a piacere.

Però l’approfondimento storico non è, ovviamente, solo una chiave per comprendere la letteratura: è una chiave per comprendere soprattutto la contemporaneità: se non conosciamo il nostro passato non potremo comprendere il nostro presente, non potremo prevedere e progettare il futuro e questo non lo dico io, lo diceva già Tucidide, storico greco, ventiquattro secoli fa.

Sì ma da dove si comincia?

Non posso indicare una via universale ma posso dirvi come ho cominciato io ed elaborare differenti percorsi di lettura a seconda delle preferenze personali.

Tre post (abbiate pazienza ma uno solo sarebbe troppo lungo e dispersivo), tre indirizzi diversi che possono convergere oppure no, sta a voi. POST MOD: cinque minuti dopo aver scritto queste righe i post sono diventati 4.

Questo primo post è dedicato alle biografie: sono abbastanza convinta che per chi parte dalla letteratura, dalle storie dunque, sia il percorso più immediato per arrivare ad amare questo genere di saggi. Una biografia è, in fondo, il racconto della vita di una persona realmente esistita inserita nel suo contesto storico.

Credetemi! Ci sono storie talmente appassionanti da far concorrenza ai romanzi. E’ inoltre proprio alle vite di uomini e donne straordinari che si richiamano le grandi opere letterarie: basti pensare all’Iliade, all’Odissea, all’Eneide… cosa sono se non storia in versi? (ok, magari non sono proprio aderentissimi alla realtà). 

Lasciamo il mondo latino e greco e guardiamo al medioevo: troviamo le storie dei paladini delle crociate Orlano e Rinaldo, personaggi realmente esistiti e mitizzati. Vennero poi le ballate su re Riccardo, vennero Walter Scott e Dumas che resero famoso e immortale Robin Hood, Dumas ci prese gusto a questo genere di narrazione pseudostorica e continuò narrando le vite di Marguerite di Valois, La regina Margot e la saga dei Borgia, scrisse un’intera raccolta di racconti ispirati a delitti celebri “Crimes célèbres”.

La Storia, e le storie, insomma, sono sempre state alla base della letteratura, perché non leggerla direttamente senza il filtro del pensiero del romanziere?

Se si esplora il catalogo delle biografie disponibili ci i può davvero smarrire tra i titoli, propongo qui degli spunti da cui partire, in seguito sarà come per le ciliegie: i personaggi storici sono talmente intrecciati tra loro che basterà iniziare e poi uno tirerà ‘altro.


Inizio con la mia preferita: Lucrezia Borgia (Sforza, d’Aragona, d’Este), tre sono le biografie che conosco: Bradford, Bellonci e Chastenet. Per preferenza personale opto per suggerire la Bradford, anche la Chastenet è molto valida mentre la Bellonci è più romanzata. Le prime due offrono anche un interessante apparato di note di chiusura, la Bradford integra l’opera con gli alberi genealogici dei discendenti di Alessandro IV, della dinastia d’Este e del ramo napoletano degli d’Aragona e la Chastenet con utili tavole cronologiche. Tutte e tre le opere dispongono di un utile indice dei nomi e di un’accurata bibliografia per approfondire l’argomento, quello della Bradford è davvero poderoso.

Altri personaggi italiani molto interessanti sono sicuramente Lorenzo il Magnifico, Isabella d’Este marchesa di Mantova, Matilde di Canossa (però il periodo storico è un po’ caotico) e poi le grandi regine dei salotti milanesi del Risorgimeno: Cristina di Belgioioso e Clara Maffei.


Spostandoci in avanti nel tempo di qualche decina d’anni possiamo trasferirci in Inghilterra alla corte di Enrico VIII e delle sue più o meno famose mogli, tra tutte le loro biografie sicuramente la più interessante è quella di Anna Boleyn o Anna Bolena. In seguito si può continuare piacevolmente con Elisabetta I, Maria la sanguinaria e Maria Stuarda. 
Quel che accade prima dell’ascesa al trono dei Enrico VIII, ovvero la biografia di suo padre Enrico VII e la Guerra delle Rose che lo ha preceduto e innalzato al trono è oggettivamente molto complicato mentre la dinastia Stuart che segue è un tantino noiosa, almeno finché non mettono a morte Charles I.


Una buona biografia della regina Vittoria invece è utile per gli amanti del romanzo ottocentesco inglese che comprende grandi autori come le Bronte, Dickens, Stevenson, Gaskell, Thakeray, Elliot fino a Wilde, se non altro per non ritrovarsi a dire che la Austen è vittoriana: Jane infatti morì nel 1817, Vittoria salì al trono venti anni dopo. 

Jane è quella con i vestiti stile impero, Vittoria quella della crinolina.


Se torniamo all’epoca di Jane Austen e ci spostiamo un pochino più a Sud possiamo appassionarci con Napoleone, le sue mogli e la sorella Paolina. La sua seconda moglie: Maria Luisa d’Asburgo-Lorena, nipote di Maria Antonietta regina di Francia, ricevette in vitalizio il Ducato di Parma nel 1815 con il Congresso di Vienna e fu, ed è tutt’ora, amatissima dai parmigiani che la definirono “la duchessa buona”.


Rasputin, zarina Alessandra
Più vicini nel tempo, in Russia, altrettanto appassionanti sono le storie degli Zar e delle Zarine la cui tragica fine commosse e spaventò l’Europa. Tanta parte nella caduta dell’impero russo fu attribuita al misterioso Rasputin, personaggio storico che non sfigurerebbe certo nei romanzi più torbidi.


Domande? curiosità? Spero di aver fornito spunti di lettura interessanti, sta a voi esplorarli.



Vi lascio con le tavole cronologiche della Chastenet e gli alberi genealogici della Bradford per fornirvi un ulteriore informazione: cercate di prediligere sempre testi con supporti visivi accurati, alberi genealogici e tavole riassuntive: sarà più facile e scorrevole la lettura.

alberi genealogici della Bradford

tavole cronologiche della Chastenet


La donna-specchio in Gita al Faro di Virginia Woolf




“Gita al faro” di Virginia Woolf, o “Al faro” come compare nelle più recenti traduzioni, è un romanzo totalmente modernista, un non-romanzo quasi.

Prima di affrontarne la lettura sarebbe bene approfondire l’esperienza modernista, le teorie che ne sono alla base, il crogiolo di filosofia e psicanalisi che ne ha permesso e condizionato la nascita.

Influisce la nuova scienza: la psicanalisi di Freud rivela l’inconscio, Henri Bergson opera una distinzione tra tempo esteriore lineare e misurabile e tempo interiore dettato dalla coscienza, Einstein pubblica la teoria della relatività, nel 1927, anno di prima pubblicazione di Gita al faro, introdusse Heisenberg il principio di indeterminazione che influenzò anche tanta parte delle scienze umane letterarie.
L’indeterminazione rimette al centro l’uomo dopo un secolo orientato verso il positivismo e il flusso di coscienza di autori come Woolf, Proust e Joyce ne è la massima espressione.

Di queste teorie bisognerebbe tener conto leggendo Al Faro e soprattutto del saggio della stessa autrice “Una stanza tutta per sé”.


Ora non è mia intenzione redigere un’analisi o una recensione di questo romanzo modernista: altri molto più titolati e preparati di me lo hanno già fatto. 

Il mio intento è fornirvi un’esperienza di lettura di Gita al faro dopo la lettura di Una stanza che abbrevierò GF e US per maggior scorrevolezza.
Lo spunto di lettura è, come sempre, totalmente personale, un tentativo di mettere nero su bianco le mie personali impressioni di lettura.


Protagonista di GF è la condizione della donna, della moglie, della madre. Ogni pagina trasuda la presenza della signora Ramsey che tesse, ripara, aggiusta, illumina, crea la vita e la casa. Al centro della famiglia c’è lei e il suo potere di trasformare in bellezza l’ordinario, di consolare, gratificare, inspirare. Tutti si appoggiano a lei, la stessa casa trae solidità dalla sue presenza: 

  • “Andavano da lei, spontaneamente, perché lei era una donna, tutto il giorno, con questa o quella richiesta; uno voleva una cosa, un altro un’altra; i ragazzi crescevano; a volte le sembrava di non essere altro che un contenitore di emozioni umane.” e ancora “Esaltando così la sua abilità di circondare e proteggere, non le restava neppure un guscio di sé per potersi conoscere; tutto veniva generosamente donato e consumato”
Nulla resta alla signora Ramsey per sé stessa: tutto viene donato costantemente durante il giorno per questo 
  • “era un sollievo quando andavano a letto. Perché ora non era più costretta a pensare a nessuno. Poteva essere sé stessa e starsene sola. E di questo sentiva spesso l’esigenza – di pensare; no neppure di pensare. Di restare in silenzio: di restare sola. (…) Era libertà quella, era pace, era, più gradito di ogni altra cosa, un richiamarsi a sé stessi, riposare su una piattaforma di stabilità.”
A queste frasi non posso non associare la frase madre di US: la necessità della donna, al pari dell’uomo sia ben detto, di ritirarsi in silenzio e solitudine.
  • “In primo luogo avere una stanza tutta per sé” 
e poi

Drawing room a casa di Jane Austen
  • “quando si misero a scrivere esse furono spinte, tutte, a scrivere romanzi. La cosa aveva forse a che fare con l’esser figlie della classe media, mi chiedevo; e magari con il fatto che una famiglia di classe media, all’inizio dell’Ottocento, possedeva una sola stanza di soggiorno per tutti i suoi componenti? Se una donna voleva scrivere era costretta a farlo nel soggiorno comune. E inoltre (…) perché venivano sempre interrotte. Eppure in quello spazio era più semplice scrivere prosa e narrativa che comporre poesia o un’opera teatrale.”
E non solo la signora Ramsey è costantemente depredata della sua solitudine e della sua individualità: lei deve anche rassicurare continuamente un marito fragile, tutto immerso nello studio e insicuro, un uomo che non si sente considerato per quello che crede di essere e la prima persona a ritenere necessaria questa continua rassicurazione è proprio la signora Ramsey parlando di Carmichael, poeta disilluso:
  • “Avrebbe potuto essere un gran filosofo, spiegò la signora Ramsey mentre scendevano la strada verso il villaggio di pescatori, ma aveva fatto un matrimonio sfortunato. “
Charles Tansley, studente in visita, non capisce o meglio, capisce quel che vuole lui e 
  • “Lo lusingava; (…) Affermando implicitamente, poi, come aveva fatto, la grandezza dell’intelletto dell’uomo, anche nella decadenza, e la subordinazione di tutte le mogli all’attività del marito, lo faceva sentire più soddisfatto di sé di quanto fosse mai stato.” 
La signora Ramsey consola così tutti gli uomini che desiderano essere incoraggiati, rinfrancati, apprezzati: attraverso le sue parole e il suo atteggiamento sembra avallare la necessaria subordinazione della donna. E il signor Ramsey, anche lui, ha bisogno di sentire quella donna inferiore per potersi sentire superiore:

  • “E si chiese cosa stesse leggendo, e esagerava la sua ignoranza, la sua semplicità, poiché gli piaceva pensare che non era intelligente, che non aveva alcuna cultura letteraria. Si chiedeva se capisse quello che leggeva. Probabilmente no, pensava. Era di una bellezza stupefacente.”
Eppure è lei, è la signora Ramsey che crea la superiorità del marito e di tutti i suoi uomini. E anche la superiorità delle sue figlie: 
  • “le sue figlie – Prue, Nancy, Rose – potevano abbandonarsi alle idee eterodosse che si erano costituite su una vita diversa da quella di lei; forse a Parigi; una vita più libera; in cui non dedicarsi a questo o quell’uomo”
E’ la signora Ramsey che crea, dà vita

  • “Ma lui voleva di più. Voleva simpatia, voleva prima di tutto che gli venisse data certezza del suo genio, e voleva quindi venire accolto nel cerchio della vita, riscaldato e rassicurato, voleva gli venissero restituiti i sensi, che la sua sterilità venisse resa fertile, e tutte le stanze della casa piene di vita – il salotto; dietro il salotto la cucina; sopra la cucina le camere da letto; e oltre ancora le stanze dei bambini; dovevano essere arredate, riempite di vita”
  • Voleva sentirsi assicurare che anche lui viveva nel cuore della vita; che era necessario; non soltanto là, ma in tutto il mondo. Muovendo rapidamente i ferri lampeggianti, sicura, eretta, lei creava salotto e cucina, li faceva risplendere
  • Lei gli assicurava, oltre ogni dubbio, con la sua risata, la sua sicurezza, la sua efficienza (…) che era vero; che la casa era piena; il giardino in fiore.
E’ la signora Ramsey che crea la grandezza del suo uomo.
Così ne US
  • “privi di fiducia in noi stessi siamo come neonati nella culla. E allora come possiamo fare a generare, nel più breve tempo possibile, questa qualità imponderabile e al tempo stesso così inestimabile? Pensando che gli altri sono inferiori a noi. Sentendo di possedere qualche forma innata di superiorità. (…) Per secoli le donne hanno avuto la funzione di specchi dal potere magico e delizioso di riflettere la figura dell’uomo ingrandita fino a due volte le sue dimensioni normali. Senza quel potere la terra sarebbe ancora tutta giungla e paludi. Le glorie di tutte le nostre guerre sarebbero sconosciute. (…) Ciò serve a spiegare in parte la necessità che tanto spesso gli uomini hanno delle donne. E serve anche a spiegare perché gli uomini diventano così inquieti quando vengono criticati da una donna; e come sia impossibile per una donna dire loro questo libro è brutto, questo dipinto è debole, o qualunque altra cosa, senza procurargli molto più dolore e suscitare molta più rabbia di quanta non ne susciterebbe un uomo che facesse la stessa critica. Perché se lei comincia a dire la verità, la figura nello specchio si rimpicciolisce. Come farebbe lui a continuare a esprimere giudizi, a civilizzare indigeni, a promulgare leggi, a scrivere libri, a vestirsi elegante e pronunciare discorsi nei banchetti se non fosse più in grado di vedere sé stesso, a colazione e a cena, ingrandito almeno due volte la sua stessa taglia?
SBANG!


C’è un momento in cui la signora Ramsey emerge nella sua individualità e si scopre potenzialmente capace di specchiarsi anche lei, di fare qualcosa di più che non sia rifletter gli alti
  • Era molto più vero l’interesse che aveva per gli ospedali e le fognature e le latterie. Quelli erano argomenti per i quali si accalorava, e le sarebbe piaciuto, se ne avesse avuto la possibilità, prendere la gente per la collottola e costringerla a vedere. Nessun ospedale in tutta l’isola. Un’autentica vergogna. Il latte che veniva consegnato a casa a Londra marrone per lo sporco. Avrebbe dovuto essere illegale. Una latteria modello e un ospedale nell’isola – queste due cose sì, avrebbe voluto farle , e farle lei stessa. Ma come? Con tutti quei figli? Quando fossero stati più grandi, allora, forse ne avrebbe avuto il tempo; quando fossero andati tutti a scuola.
E qui di nuovo ritorno a pensare a US

  • Se solo la signora Seton e sua madre e la madre della madre avessero appreso la grande arte del far soldi e avessero lasciato il loro denaro, come avevano fatto i loro padri, e prima di loro i nonni, per istituire fondazioni e rettorati e premi e borse di studio, il tutto appositamente stanziato perché quelli del loro stesso sesso potessero servirsene (…).Solo che, se la Seton e quelle come lei si fossero dedicate agli affari sin dai quindici anni non ci sarebbe stata Mary. (…) Perché finanziare un college avrebbe comportato di fatto la soppressione della famiglia. Accumulare un patrimonio e mettere al mondo tredici figli – nessun essere umano avrebbe potuto farcela.
Questo ultimo punto lascia aperta una parentesi che chiuderò in un altro post non so quando. Deve ancora maturarmi in testa. So solo che parlerà anche di Cristina da Pizzano.


Ultimo punto e poi basta… ci sarebbe da scrivere un intero trattato ma non ne ho né i mezzi né il tempo visto che di solito scrivo anche io, come Jane, Virginia e tante altre donne della storia, tra una chiamata e l’altra (ho appena fatto una pausa per metter su l’acqua del minestrone).
Per tutto il romanzo ritornano alla mente della pittrice Lily Briscoe le parole dello studente Charles Tansey: 
  • “Le donne non sanno dipingere, non sanno scrivere”
E’ come un mantra castrante che corre dall’inizio alla fine dell’opera e condiziona l’attività artistica della pittrice che non riuscirà a terminare il suo quadro se non a distanza di tantissimo tempo. 
La mente torna immediatamente a US, a quel 
  • “Il mio posto è la ghiaia”
La donna non è autorizzata a calpestare l’erba dell’immaginaria università di Oxbridge: il prato è riservato solo ai membri del college e agli studiosi
  • “I gatti non vanno in paradiso. Le donne non sono in grado di scrivere i drammi di Shakespeare”

Frasi che gli esponenti del sesso maschile pronunciavano come assiomi inconfutabili al pari di dogmi religiosi.

E’ così!
Affinché non solo se ne convincessero loro stessi ma soprattutto le donne, affinché non venisse loro in mente di scrivere, di produrre altro che figli e specchi.

E ora posso tornare al mio minestrone.

Buona festa di San Patrizio

Purgatorio di San Patrizio

Oggi in Irlanda è festa nazionale, per noi è un’occasione in più per bere Guinness a ritmo di U2 e Cramberries. 
E postare foto di libri verdi, ovviamente.
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San Patrizio è soprattutto noto per una leggenda cristiana conosciuta come Pozzo o Purgatorio di San Patrizio, appunto, basata su un sostrato di leggende celtiche.
La leggenda cristiana narra di Cristo che mostra mostra al santo una grotta in cui gli avventori avrebbero potuto vedere le pene del Purgatorio e in cambio ricevere la remissione dei propri peccati. 
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Dalla leggenda si fa presto a creare letteratura: il monaco H. di Saltrey narrò in latino  di un cavaliere al servizio di re Stefano d’Inghilterra che tra il 1135 e il 1154 avrebbe compiuto un viaggio in Purgatorio attraverso questo leggendario pozzo.
Il testo è stato tradotto in volgare anglo-normanno da Maria di Francia, la prima donna di lettere di lingua francese di cui si abbia notizia, visse in Inghilterra nel XII secolo, probabilmente alla corte di Enrico II ed Eleonora d’Aquitania. Oltre al Purgatorio di San Patrizio tradusse anche le favole di Esopo e i celebri Lais, brevi componimenti in versi di origine celtica sulla materia di Bretagna che in seguito avrebbero diffuso il mito di re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda in tutta Europa.
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Di Maria di Francia, curiosamente, si sa poco o nulla: solo quel che lei stessa scrisse nell’epilogo delle Favole: 
Marie ai num, si sui de France
Maria ho nome, sono di Francia
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Dal punto di vista della tradizione cristiana questo testo è importantissimo perché contribuì a diffondere l’idea di un terzo luogo dell’Aldilà quando ancora era diffusa la convinzione che oltre la morte vi fossero solo vita o morte eterna, nessuna possibilità di scontare i peccati.
(Dante era ancora lontanuccio e si limitò a scrivere della tripartizione dell’Aldilà quando era ormai cosa acquisita).
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NOTA: per i Celti era molto caro il tema dell’Aldilà: regno dell’eterno in cui la vita continua in modo meraviglioso tra bevute, mangiate e sesso e i racconti delle visioni di questo Luogo oltre la morte erano abbastanza comuni.

Uno di questi scritti ci è stato lasciato da Lóegaire, auriga di Cuchulain (eroe mitologico celtico) in cui cerca di descrivere la visione che gli si presenta quando entra nei sacri regni:
All porta verso l’Occidente
Sul lato verso il tramonto del sole,
Vi è un gruppo di cvalli grigi con criniere screziate
E un altro gruppo di cavalli bai

Alla porta verso l’Oriente
Vi sono tre alberi di vetro purpureo.
Sulle loro cime uno stormo di uccelli canta una dolce, lunga canzone
Per i bambini che vivono nella regale fortezza.

All’ingresso del recinto vi è un albero
Dai cui rami viene una musica bella e armoniosa.
È un albero d’argento, che il sole illumina.
E brilla come oro.
💚🇮🇪💚🇮🇪💚🇮🇪
NOTA2: scrive Caitlin Matthews nel suo I Celti, Xenia 1993, che 

Nella topografi celtica, certi siti sono stati sempre creuti i luoghi d’ingresso nell’Aldilà. Molto spesso il poggioè l’entrata o il confine naturale dove i due mondi s’incontrano.

(…)

Si osservano qualche volta modi diversi per raggiungere i mondi interni, per esempio in “La logorante malatti di Cuchulainn”, dove Leogaire, l’auriga di Cuchulainn, va a esplorare il sidhe. “Essi videro una barca di bronzo che attraversava il lago e veniva verso di loro. Salirono sulla barca e si diressero verso l’isola; là trovarono un’entrata, e un uomo apparve”. Tra i mondi esistono anche ponti particolari. Bran il Beato trasforma sé stesso in uno di questi ponti tra le terre della Britannia e l’Aldilà, rappresentao come l’Irlanda. Per raggiungere l’Isola delle Donne, Maelduin attraversa un ponte di cristallo.

Il Fanciullino – Giovanni Pascoli

Il Fanciullino - Giovanni Pascoli
Il Fanciullino – Giovanni Pascoli

Chi è poeta? Cosa significa poetare e a chi è rivolto il messaggio del poeta?


In un periodo di letture mooooooooolto pesanti (Mme Bovary, Lolita, Wide Sasrgasso Sea) mi sono voluta concedere un’oasi di serenità e pace.
È stato meraviglioso!
Confesso che era dai tempi della maturità che desideravo leggere e possedere questo scritto e quando lo ho trovato in libreria edito da Abeditore sono stata felicissimissima.
La veste grafica della collana Piccoli Mondi è ormai conosciuta. Apprezzo tantissimo il bianco e nero scelto per la copertina quando, in modo più kitsch, si sarebbero potuti scegliere i colori pastello: bianco e nero è perfetto, non perché vecchio o antico ma perché è un testo che non ha età e che per la sua semplicità nelle immagini evocate si rivolge a tutti.

In questo testo Pascoli ripercorre i temi di Omero, Virgilio, Orazio e Dante per riscoprire l’anima della poesia, il suo battito primordiale originale prima che venisse riproposto e sfigurato nei secoli successivi.
Nel tributare onore al passato spiega anche cosa sia la poesia per lui, chi sia il poeta e quale sia il fine ultimo della poesia.

Chi è dunque questo fanciullino?
E’ un essere gentile che vive dentro di noi, scopre il mondo per la prima volta, se ne meraviglia e canta; e noi udiamo forte la sua voce e la ascoltiamo condividendone stupore e bellezza. Noi cresciamo e lui rimane giovane e la sua voce squillante ascoltiamo sempre meno ma
“l’uomo riposato e saggio ama parlare con lui e udirne il chiacchiericcio”.
Giovanni Pascoli
Giovanni Pascoli

E come parla questo fanciullino?

Con enfasi ed entusiasmo come chi vede il mondo per la prima volta, con ripetizioni per sottolineare i pensieri, con digressioni e con paragoni tratti dalla vita e dalle esperienze comuni affinché più facilmente si intenda.
Parla una lingua semplice come quella dei primi uomini
“che non sapevano niente”. “Il mondo nasce per ognun che nasce al mondo. (…) Tu sei antichissimo, o fanciullino! (…) E primitivo il ritmo col quale tu, in un certo modo, lo culli o lo danzi”
A chi parla il fanciullino?
Non al poeta ma attraverso il poeta al fanciullino che è in noi, in tutti noi, perché Pascoli è convinto che in tutti gli esseri umani risieda questa meraviglia.
“Parla alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle (…) popola l’ombra di fantasmi e di dèi”. 
 Trovo bellissima questa immagine: che sia il fanciullino che è in noi a popolare il cielo di dèi.

Quale è lo scopo del fanciullino?
Non convincere, non persuadere ma far scoprire o ritrovare ciò che in realtà già sapevamo da sempre ma non ci eravamo mai soffermati a considerare.
Il fanciullino non inventa: scopre!

“Il poeta è colui che esprime la parola che tutti avevano sulle labbra e che nessuno avrebbe detta.”

Non l’utile, non la gloria di apporre il proprio nome:
“Non miete chi non s’inchina, si deforma, si fa gobba. (…) E tu devi essere diritta, serena, semplice, anima mia!”
“Tu scopri, s’è detto, non inventi; e ciò che scopri, c’era prima di te e ci sarà senza di te. Vorresti scriverci il tuo nome su? (…) Dunque che importa a te del nome?”
Il nome? Il nome? L’anima io semino,
ciò ch’è di bianco dentro il nocciolo,
che in terra si perde,
ma nasce il bell’albero verde

Ciò che in terra si perde, 
ma nasce il bell’albero verde

Nascere transitivo. Bellissimo.

Dicendo cosa è poesia, Pascoli dice anche e soprattutto cosa non lo è: la retorica, gli inni alla patria e le esortazioni alle armi perché il fanciullino è universale e non si rivolgerebbe mai contro un suo fratello. Perché il fanciullino ama e desidera condividere, non sopraffare. Poesia non è il bello stile che si apprende a scuola, tutto infiorettato, teso a vedere l’effetto che fa sul pubblico e a modulare i propri scritti in base a ciò che più piace.
Poesia non è imitazione, non sono gli stucchi dorati apposti sulle classiche statue di marmo per camuffarle e renderle più splendenti:
“Lo studio deve essere rivolto a togliere più che ad aggiungere” 


Piccola nota personale: è un diario, non posso non accennarvi.

Il mio incontro con il fanciullino risale a ventuno anni fa, non perché lo sentissi in me: ho sempre ascoltato più i fanciullini altrui del mio; ma perché lo studiai, come molti, a scuola. Però lo studiai come teoria accedendo solo ai capitoli I e III del testo orignale, come credo facciano in molti.
Rileggendo oggi quello che Cesare Segre scriveva per definire il manifesto della poesia pascoliana, solo adesso trovo, ahimé, un errore: un importante errore che può falsare la stessa immagine del fanciullino. 
Scrive Segre:
Il poeta cioè coincide con il “fanciullino”
“Coincidere”, Treccani: corrispondersi esattamente.
Il fanciullino e il poeta non si corrispondono ma sono l’uno all’interno dell’altro.
Non so, non cambia tantissimo ma se Pascoli scrisse “È dentro noi un fanciullino” voleva significare esattamente quello e mi stupisce che, avendo a disposizione le parole dirette e senza il filtro della traduzione, abbia scelto un’altra parola.