Tenera è la notte – storia di una dipendenza

Soldi.
È tutta una questione di soldi.
Con i soldi si raggiunge la felicità, che sia una donna o il successo.

Lo diceva anche Virginia Woolf: “una rendita e una stanza tutta per sé” perché anche lei era consapevole che senza una rendita non era possibile nemmeno l’arte.

I Diver di soldi ne hanno tanti e li spendono in frivolezze perché non devono guadagnarseli. Sono bellissimi, ricchissimi e al centro del bel mondo della Riviera francese degli Anni Venti. È così che li vediamo attraverso di occhi di Rosemary, una giovanissima attrice in vacanza insieme alla madre sulla Costa Azzurra.
Rosemary rimane folgorata dalla visione di questi dèi scesi dall’Olimpo, si innamora dei Diver, di entrambi, Dick e Nicole, si innamora del loro rapporto costruito sulla bellezza e sullo scintillio, dell’armonia che traspare nelle loro parole.
È il 1924, tutto il mondo sembra scintillare ma qui, in Costa Azzurra, il riverbero acceca.

E siamo accecati anche noi.

Fitzgerald ce lo spiattella lì il bel mondo dorato dei Diver, la loro spiaggia, le feste, la musica, il lusso…

E poi fa marcia indietro: dopo averci fatto guardare il sole distoglie il nostro sguardo e ci presenta i veri Diver, ci racconta la loro storia.
Torna indietro nel tempo al 1919: Dick si è appena laureato e trova lavoro in Svizzera in una clinica psichiatrica per ricchi dove Nicole Warren è ricoverata, lui è pieno di progetti per il futuro, lei carica del suo passato.
Ed è carica di soldi.

Questa Nicole schizofrenica non può essere gestita dalla famiglia e prima o poi dovrà uscire dalla clinica visto che sembra sulla via della guarigione.
I soldi aiuteranno a risolvere il problema, lo risolvono sempre: compreranno un dottorino alla ragazza, baderà a lei e farà in modo di mascherare la sua malattia dietro abiti di seta, tenerla in equilibrio… potrebbero perfino finanziare l’apertura di una clinica specializzata per il dottorino così che lui possa lavorare e lei, nei momenti più bui, ricevere le cure necessarie.

Chissà… forse senza il denaro sarebbe stato più facile.
Forse si sarebbero innamorati lo stesso.

Invece sin da subito si ritrovano chiusi in una gabbia dorata, prigionieri l’uno del bisogno dell’altro: Nicole ha bisogno del suo dottore che la sostenga come una stampella e le renda soffice il mondo, lui ha bisogno dei suoi soldi per lavorare ma ha anche bisogno della malattia di lei per sentirsi utile.

È una storia di dipendenza che poggia sulla necessità, sul bisogno, e come l’alcol intossica e inaridisce.
La passione c’è stata, l’amore era reale ma non era libero e con gli anni le sbarre della gabbia sono diventate sempre più visibili e spesse. L’impossibilità di una fuga rende il desiderio di fuggire sempre più desiderabile.

È impossibile non leggere in questo testo anche la vita dell’autore e il suo rapporto con la moglie Zelda, figlia di un noto giudice dell’Alabama: il loro rapporto si rispecchia in Tenera è la notte e ne Il grande Gatsby, storie di ricchezza inseguita, di ideali sbagliati, di dipendenza e di promesse. Se Gatsby è la storia di un sogno inseguito Tenera è la notte è il libro di una storia in frantumi, troppo vicina e presente all’autore per permetterne il distacco. Per questo la narrazione qui appare a volte discontinua, ci sono dei vuoti, c’è del non narrato sotteso al testo e presente e vivo solo nella mente dell’autore. L’impressione, durante la lettura, è di vivere dei flashback, parti di sogno messe insieme a volte slegate tra loro. L’unità è presente solo nella mente di Fitzgerald, al lettore resta il compito di ricostruire le parti mancanti.
Il risultato è fumoso ma è anche estremamente realistico se si immagina la mente di un uomo che tende a selezionare i ricordi e limarli per i suoi scopi.

“Incominciò a sminuire quell’amore finché parve essere stato intriso di abitudine sentimentale fin dal principio. Con l’opportunistica memoria delle donne non ricordò quasi quel che aveva provato quando lei e Dick si erano posseduti in luoghi segreti nei vari angoli del mondo, durante i mesi precedenti il matrimonio.”

È di Nicole che Fitzgerald parla ma in realtà si riferisce a Dick e a sé stesso.

“Volendo soprattutto essere coraggioso e gentile, aveva voluto ancora di più essere amato.”

Per ironia della sorte Francis Scott Fitzgerald, il cantore dei cuori infranti, morì per un attacco di cuore.
Vladimir Nabokov, che amava mettere in evidenza i fili che legano tra loro segretamente le varie scene, avrebbe adorato questo finale.

Edith Stein, un’eroina moderna

Quando l’agente letteraria di Lella Costa le disse che la Solferino le proponeva di scrivere un saggio su Edith Stein, l’attrice già pensava a Parigi, a Fitzgerald ed Hemingway.
Molte delle migliori storie d’amore nascono proprio così: per caso, per un malinteso.
Così Lella Costa, che credeva le fosse stato proposto un saggio sui ruggenti Anni Venti si ritrovò ad accettarne uno su una filosofa nata ebrea santificata dalla Chiesa Cattolica.
Non Gertrude Stein, dunque, ma Edith.

E, lo confesso, anche io quando ho assistito alla presentazione che Lella Costa ha fatto del suo libro a Fano in occasione del Passaggi Festival, mai e poi mai mi sarei aspettata di ascoltare la vita di una santa e desiderare, subito dopo, di acquistare quel libro e, oltre a quello, anche un testo della stessa Stein.

Chi era questa Edith Stein?
Un’ebrea di Breslavia, allora Prussia, oggi Polonia, ultima di sette figli, cresciuta da una madre vedova che, poco dopo la nascita di Edith, dovette prendere le redini dell’attività di legnami del marito.

Il grosso problema di Edith è che era troppo intelligente.
Troppo intelligente per essere una donna, ovviamente, così, dopo essersi iscritta all’università di Breslavia (Psicologia e Germanistica), decide di trasferisti a Gottinga perché lì insegna Edmund Husserl, il padre della fenomenologia. Lei è brava, lui lo capisce in poco tempo e la accetta per la tesi e come assistente.

“Nei miei sogni vedevo sempre un futuro scintillante di fronte a me. Sognavo fortuna e gloria, perché ero convinta di essere desinata a qualcosa di grande, e non appartenevo affatto a quella vita ristretta di relazioni borghesi in cui ero nata.”

Edith si laurea nel 1916, supera l’esame di stato per diventare insegnante di scuola superiore ma quello che vuole, la carriera accademica, le viene precluso perché donna.

Edith non è mai stata ebrea praticante, si è sempre reputata atea ma a poco a poco si avvicina al cattolicesimo in cerca di quelle risposte assolute che solo una religione fatta di dogmi può dare. La folgorazione le viene mentre visita il duomo di Francoforte:

“Entrammo per qualche minuto nel duomo e mentre eravamo lì in un rispettoso silenzio, entrò una donna con il suo cesto della spesa e si inginocchiò in un banco per una breve preghiera. Per me era una cosa del tutto nuova. Nelle sinagoghe e nelle chiese protestanti che avevo visitato ci si recava solo per la funzione religiosa. Qui invece qualcuno era entrato nella chiesa vuota nel mezzo delle sue occupazioni quotidiane, come per andare un colloquio confidenziale.”

Quella confidenza, quell’accessibilità, quella sensazione di accoglienza e di poter essere sempre ben accetti la fanno meditare a lungo.
Osserva amici cristiani travolti dai lutti affrontare con forza e compostezza il dolore e la perdita.
In una sera d’estate legge la “Vita” di S. Teresa d’Avila, la teorica dell’estasi, quella ritratta dal Bernini con tanta passione nel volto da apparire quasi erotica, traduce San Tommaso d’Aquino, trova la via, si converte al cattolicesimo, insegna in una scuola femminile, scrive saggi, tiene conferenze sul ruolo della donna come moglie e madre, proprio lei che moglie e madre non diventerà mai né mai vorrà diventarlo e nel 1933 prende i voti e diventa Suor Teresa Benedetta dalla Croce.

In convento trova la pace, il suo posto nel mondo, quell’assenza di turbamento che il mondo esterno le aveva negato. Non è il turbamento dell’estasi di Santa Teresa ma la pace del pensiero.
Tra le sue consorelle nel monastero di Colonia si lascerà un giorno sfuggire

“Non ho mai riso tanto nella mia vita come adesso”

In convento trova il tempo: tempo da dedicare agli studi, scrivere saggi per conciliare le teorie di Sant’Agostino con quelle di Husserl.
C’è un piccolo problema: non vuole fare le faccende, nemmeno un piatto, ma che importa! Come la protagonista ne “Il pranzo di Babette” il suo cuore urla

“Consentitemi di fare il meglio che posso!”

E il meglio che Edith Stein può fare è pensare.
E scrivere.

Il resto è storia: nel 1933 Hitler sale al potere e mercanteggia con la Santa Sede un appoggio, in cambio offre di non toccare i cristiani di origine ebrea.
La Santa sede rifiuta ogni tipo di sostegno, anche passivo.
Nel 1934 Edith scrive al Papa invocando una presa di posizione netta e decisa contro il nazismo e contro le persecuzioni che subiscono gli ebrei. Riceve in risposta una benedizione.
Hitler, in risposta al rifiuto della Santa Sede di non intromettersi negli affari degli ebrei di Germania, emana l’ordine di deportare anche gli ebrei convertiti.
Nella notte tra il 9 e 10 novembre 1938, quella che verrà ricordata come “la notte dei cristalli”, vengono bruciate o completamente distrutte le sinagoghe e case di preghiera ebraiche, distrutti i cimiteri, i luoghi di aggregazione della comunità ebraica, migliaia di negozi e di case private.
Per non mettere in pericolo le sue consorelle Edith chiede di lasciare Colonia e di essere trasferita nel monastero di Echt, in Olanda.
Il 2 agosto 1942 la gestapo si presenta al convento di Echt, Edith viene deportata ad Auschwitz dove morirà sette giorni dopo, il 9 agosto, giorno dedicato oggi alla sua memoria.

Leggetelo questo libro, scritto dalla più improbabile delle narratrici per un’agiografia ma tanto bello e appassionato, con rimandi alla Dickinson, a Vasco, Eliot, de Gregori… Leggerete la storia di un’eroina moderna, una Jo March del XX secolo.
Lella Costa ha una delicatezza rispettosa e una complicità irriverente in questo saggio che porta la vita della santa nell’attualità, facendo riflettere il lettore (e soprattutto la lettrice) su tanti temi ancora silenziosi che questa storia offre., temi che riguardano le donne e quel che possono fare.

Vi lascio con un piccolo gioiello: “Il carmelo di Echt”, canzone di Franco Battiato su testo di Juri Camisasca. La voce, quella appassionata e divina, è di Giuni Russo

Di seguito la vita di Edith Stein raccontata con le sue parole tratte dagli scritti e con testimonianze di che l’ha conosciuta.

La vita di Edith Stein

Casa desolata – Charles Dickens

“Nebbia ovunque.
Nebbia su per il fiume, che fluisce tra isolette e prati verdi; nebbia giù per il fiume che scorre insudiciato tra le file di navi e le sozzure che giungono alla riva di una grande (e sporca) città. Nebbia sulle paludi dell’Essex, nebbia sulle alture del Kent. Nebbia che s’insinua nelle cambuse dei brigantini di carbone; nebbia sparsa sui cantieri e librata nel sartiame dei grandi bastimenti; nebbia sospesa sulle falchette dei barconi e dei piccoli battelli. Nebbia negli occhi e nella gola dei decrepiti pensionati di Greenwich che respirano a stento accanto ai focolari delle loro camerate; nebbia nel bocchino e nel fornello della pipa pomeridiana dell’iroso capitano di lungo corso rintanato nella sua cabina; nebbia che morde crudelmente le dita dei piedi e delle mani del piccolo mozzo intirizzito in coperta.
(…)
Luce a gas che balugina nella nebbia in diversi punti delle vie, quasi come il sole appare al coltivatore e all’aratore nei campi inzuppati.
(…)
E presso il Temple Bar, a Lincoln’s Inn Hall, nel cuore della nebbia, tiene udienza il Lord Cancelliere.
Mai la nebbia sarà tanto fitta, né il fango e la mota così alti da poter eguagliare lo stato di brancolamento e di confusione in cui si trova oggi al cospetto del cielo e della terra la Corte di Giustizia del Lord Cancelliere, scelleratissima e decrepita peccatrice.”

Casa Desolata – Charles Dickens

Casa Desolata è un libro geniale perché riassume nella sua forma la sostanza della causa Jarndyce contro Jarndyce, tema portante del romanzo, che si dibatte da anni senza esito in un gran dispendio di tempo e risorse: è troppo lungo e troppo noioso, un libro mostro di circa novecento pagine con decine di personaggi e decine di intrecci, una costruzione labirintica dalla quale si desidera solo uscire.
La sensazione che mi è rimasta appiccicata addosso una volta conclusa la lettura è di essere stata giocata dall’autore che mi ha portata a leggere l’opera dall’inizio alla fine nell’attesa di chissà quale conclusione, mannaggia a me e alla mia voglia di finire i libri che inizio.
Alla fine, come la causa, la lettura si è rivelata troppo lunga, troppo noiosa e un inutile dispendio di risorse che avrei potuto e forse dovuto dedicare ad altro. Ne sono evasa come evadono dalla causa JvsJ i protagonisti del libro e, come loro, non ne voglio più sapere.
La critica vuole che questo romanzo sia un’invettiva contro il sistema giudiziario inglese della prima metà dell’Ottocento, sommerso dalla lentezza e dalla burocrazia, il ritratto dell’ambiente giudiziario di Londra, immerso nella nebbia e nel fango sono facili metafore per scaricare la frustrazione dell’autore ma fortunatamente non si risolve solo in questo: c’è una detective story alquanto attorcigliata, c’è un alone di mistero che avvolge la protagonista Esther e soprattutto ci sono minuziose descrizioni della società inglese di metà Ottocento.

Dickens, in Casa Desolata, attraversa ogni via, entra in ogni casa e ogni palazzo, si sposta tra la città e la campagna a volo d’uccello, frequenta la stanca nobiltà e i più tetri bassifondi immergendo il lettore nel suo “cosmo”, come afferma Harold Bloom, nella “Londra fantasmagorica e l’Inghilterra visionaria”.
Non è la vera Inghilterra quella che descrive Dickens qui, è frutto dell’immaginazione dell’autore: tutto è portato all’estremo ed esagerato con pennellate gotiche di romance, i personaggi sono stereotipati e vizi e virtù vengono ridicolizzati.
Perciò al lettore che voglia avventurarsi nella lettura consiglio caldamente di non trattare questo libro come un’immagine fedele della società vittoriana quanto piuttosto come uno specchio deformante che fa apparire più fangoso e nebbioso ciò che è negativo e più limpido e primaverile quel che è positivo.

Anche la ripartizione della narrazione sottolinea questa dicotomia bene/male: ai capitoli raccontati dall’anonimo narratore onnisciente si alternano quelli raccontati dalla protagonista Esther e qui, secondo me, risiede il nocciolo dell’opera, quello che me l’ha resa indigeribile.
Da un lato l’alternanza conferisce movimento a un romanzo che altrimenti sarebbe un vero mattone, dall’altra le parti narrate da Esther sono di un patetico e di una pedanteria ai limiti della sopportazione.
Nel 1852, quando Casa Desolata iniziò a essere pubblicato a puntate, Charlotte Bronte aveva già pubblicato Jane Eyre e Shirley, sua sorella Anne aveva dato alle stampe Agnes Grey ed Elizabeth Gaskell era già uscita con Mary Barton. La scrittura femminile si stava imponendo come nuova formula che coinvolgeva sempre più donne nella lettura perché parlava loro nei modi e nella lingua a loro più congeniali e non mi stupirebbe se Dickens, accortosi di questo fenomeno, avesse voluto appropriarsene per coinvolgere il pubblico femminile.
Qualunque sia la motivazione che ha spinto Dickens ad affidarsi ai due narratori, questa risulta efficace per evidenziare la maturazione di Esther da giovane vittima degli eventi a donna matura che si è appropriata anche di parte dell’ironia dell’autore onnisciente, dall’altro lato permette al lettore di venire a conoscenza di tutto quello che accade e che Esther non può sapere.
Tuttavia non l’ho trovata una scelta convincente, Harold Bloom dice di essersi “commosso fino alle lacrime” a ogni rilettura dell’opera nei momenti di commozione di Esther, chiede al lettore di identificarsi con lei e di vedere il suo dramma come un dramma universale. Ammetto di non esserci riuscita e di aver provato anzi un’estrema antipatia nei confronti della protagonista e di quasi tutti i personaggi: è tutto molto esagerato, gonfio, patetico, la bontà, il vittimismo, la cattiveria, ricorda sotto alcuni aspetti i drammi settecenteschi inglesi carichi di pathos e l’ironia di Dickens, per me, aggiunge pesantezza.

Riassumere la trama sarebbe troppo lungo e sostanzialmente inutile, chi ci ha provato probabilmente non ha ancora terminato di scriverla e, se lo ha fatto, il risultato è talmente confusionario e scalcagnato da risultare una gran perdita di tempo per l’autore e per il lettore (basta andarsi a leggere la trama su Wikipedia per comprender quanto poco sia comprensibile ridotto a riassunto)… Mi ricorda qualcosa… forse che riassumere il libro sarebbe come cercare di capire la causa Jarndyce contro Jarndyce?
È questa la genialità di Dickens: creare un’opera talmente carica, imponente e aggrovigliata da ricordare la stessa causa che è il filo conduttore del romanzo. Il romanzo stesso è una proiezione esterna della causa con i suoi intrecci, i suoi misteri e le sue vittime.
Questa è la bellezza che ho trovato in Casa Desolata ed è, purtroppo, l’unica.

In realtà la trama è molto facile da seguire perché Dickens, consapevole dell’esagerato numero di personaggi e intrecci, ogni tanto rinfresca la memoria del lettore e in fondo, se si perde qualche pezzo, non è così terribile e si può tranquillamente continuare e cercare di riattaccare i pezzi dopo.
La lettura inoltre risulta molto scorrevole grazie ai tanti cliffhanger posti a fine capitolo, peccato che alcuni siano proprio spudorati e arrivino a svelare il contenuto del capitolo successivo togliendo tutta la suspence.

Insomma, se non si è capito non ho provato piacere dalla lettura di Casa Desolata anzi, confesso che è stata una vera e propria agonia: non vado d’accordo con Dickens (come non vado d’accordo con Zola), mi è piaciuto tantissimo in Grandi Speranze, mi sono abbastanza indifferenti i Racconti di Natale e lo ho trovato interessante in Tempi Difficili ma per me l’avventura con questo autore finisce qui.

Furore – I frutti della collera

Furore di Steinbeck è un libro che fa male.
E nel farci male ci fa tanto bene perché ci accorgiamo di essere umani.

Furore è un libro scritto nel 1939 ma pare raccontare fatti di oggi.
Racconta l’oggi.

Furore è un romanzo…
Riempiteli voi i puntini, io ancora non ho trovato aggettivi.
Potrei dire che è straordinario, che è scritto di pancia e di testa, che nel narrato si sente, potente, ogni singola vibrazione delle vite della famiglia Joad, che ti arriva come un cazzotto alla bocca dello stomaco, toglie il fiato e grida “Pensa!”.
L’unica cosa che davvero mi sento di scrivere è che, arrivata alla fine, mi sono ritrovata con tante di quelle domande nella testa che per un giorno sono rimasta lì a cercare le risposte, solo che io non sono nessuno e se anche le trovassi non servirebbe a nulla.
Allora bisognerebbe che questo libro lo leggessero quelli che contano, quelli che pensano e che sono pagati per trovare delle risposte: gli si mette davanti Furore, si aspetta che abbiano terminato la lettura e poi gli si chiede “E dunque? Quale è la tua soluzione?”
Quello che mi sento di scrivere è che, se mi avessero raccontato la trama del libro prima di leggerlo, probabilmente non avrei provato interesse, non avrei capito cosa avrei potuto trovarvi di tanto straordinario per me, cosa avrebbe potuto trascinarmi nella lettura fino all’ultima pagina divorandolo e spendendo notti con la famiglia Joad.
Non è un libro che si racconta, Furore, è un libro che si legge e basta, si spiega difficilmente perché difficile è spiegare le emozioni che si provano mentre le pagine scorrono.

Furore è il frutto della Grande Depressione che sconvolse l’economia mondiale a partire dagli anni Venti cui il presidente americano Franklin Delano Roosevelt tentò di porre rimedio con la politica del New Deal, ovvero la trasformazione dello Stato in imprenditore per dare lavoro, paghe e dignità a una popolazione che moriva letteralmente di fame, divorata dalle banche e dalla speculazione.

Continua a leggere “Furore – I frutti della collera”