La Rosa come simbolo di trasformazione, rinascita, femminino

Questo post nasce come estensione di quello dedicato all’Asino d’oro o Le Metamorfosi di Apuleio che potete trovare qui: poiché le digressioni sull’asino e sulla rosa come simboli rischiavano di essere troppo lunghi e di appesantire un commento che era già di per sé corposo, ho deciso di dedicare loro un approfondimento separato lasciando alle Metamorfosi il loro spazio ma permettendo anche a chi fosse CURIOSO (😁) di conoscere l’origine e l’evoluzione dei simboli nella storia di sviscerare l’argomento.

Il simbolo della rosa è strettamente legato al tema della trasformazione e della rinascita.
Uno dei primi miti che ci parlano di questo fiore è quello di Afrodite/Venere e Adone, ci sono più narrazioni di questa leggenda a seconda del significato che le si vuole dare, in questo caso mi limito a raccontare come è stato assorbito dalla mitologia greca perché il culto di Adone è uno dei più antichi e complessi che ci siano e non intendo trattarne qui con completezza.
Secondo alcune fonti greche Adone era frutto di un incesto; cresciuto dalle Naiadi, il bambino era talmente bello che fece innamorare di sé sia Afrodite che Persefone per cui Zeus, chiamato a risolvere la questione, decretò che il giovane vivesse un terzo dell’anno con Persefone, un terzo con Afrodite e un terzo come voleva.
Sempre secondo alcune fonti Adone fu ucciso da un cinghiale mandato da Ares, geloso di Afrodite, la dea, nell’accorrere per salvarlo, si ferì tra i rovi e da quel giorno nacquero le rose rosse (o tinse le rose di rosso… entrambe le versioni sono diffuse). Zeus, commosso dal dolore di Afrodite per la morte dell’amato, concesse ad Adone di vivere quattro mesi nell’Ade, quattro sulla terra con Afrodite e quattro come più desiderava.

Marte, Venere e Adone – Giulio Romano (1527-1528) – Collocazione: Mantova, Palazzo Te, camera di Psiche.
Ne dipinto Cupido indica il piede di Venere che calpesta una rosa tingendola di rosso con il suo sangue.

Nell’Impero romano era rimasta questa correlazione tra il fiore della rosa e l’idea di morte nei Rosalia, commemorazioni dei defunti che avevano luogo tra maggio e luglio in cui si offrivano fiori sulle sepolture; questi fiori, rose o viole, venivano distribuiti durante un banchetto a sottolineare il legame tra mondo dei vivi e dei morti, tra al di qua e al di là.
Per le analogie con Venere/Afrodite la rosa viene associata anche al culto di Iside, sappiamo che la rosa veniva utilizzata per la fabbricazione di unguenti odorosi ma non ho trovato riferimenti diretti tra il culto di Iside nell’Antico Egitto e il simbolo della rosa.

La rosa era anche presente nel culto di Dioniso perché si riteneva che impedisse agli ebbri di rivelare i propri segreti e il suo legame con i silenzio viene narrato anche in una leggenda che vuole Afrodite dare una rosa al figlio Eros e questi consegnarla ad Arpocrate (Horus bambino) come ad assicurare che i segreti della madre erano al sicuro. Di qui l’espressione latina “Sub rosa dicta velata est”. Lo stesso papa Adriano VI fece scolpire sui confessionali una rosa a cinque petali come simbolo del vincolo di segretezza della confessione.

Arpocrate
Statua di Arpocrate del periodo tolemaico, Calouste Gulbenkian Foundation, Lisbona

Il tema del silenzio si ricongiunge con i culti misterici cui Lucio viene iniziato ne L’Asino d’oro come caratteristica principale, l’etimologia stessa della parola lo rivela in quanto proviene da una radice indoeuropea che significa chiudere la bocca, da questa radice sarebbero derivati i termini greci μύω [myo] (iniziare ai misteri), μύστης mystes e il termine “muto”.

Con questa breve digressione si comprende facilmente perché l’asino Lucio, per riacquistare le sembianze umane, debba cibarsi di rose:

  • come Adone dovrà morire (o desiderare di morire in questo caso) per rinascere a nuova vita in un rito di passaggio che è parte integrante dell’iniziazione ai culti misterici di Iside e Osiride
  • come Horus/Arpocrate sarà legato al vincolo del silenzio riguardo tutto quel che concerne i riti orfici.

I festeggiamenti romani dei Rosalia non si sono estinti con l’Impero ma sono sopravvissuti, trasformandosi nei secoli, in vari culti e religioni.
Da culto principalmente funebre si è trasformato in festa di resurrezione della vita universale, naturale e umana, sempre associato ai fiori e al culto di divinità protettrici come la greca Demetra o la romana Cerere, madre di Persefone/Proserpina, dea delle messi e dell’abbondanza associata poi al culto di Iside e, per associazione, a quello di Venere e mariano.
I Celti festeggiavano il 1° maggio Beltane, la festa del sole trionfante che divenne, nella cultura cristiana, il Calendimaggio ma qualcosa rimase sempre dell’antica celebrazione dei defunti in quanto, nella notte di veglia tra il 30 aprile e il 1° maggio, si entrava in comunicazione con il mondo infero e con i morti e sulla notte vegliava la Grande Madre della fertilità che dominava sui semi (simbolo di morte e rinascita, di passaggio nell’oltretomba per uscirne in fiore) e sui morti.
In Irlanda veniva scelta una fanciulla che, incoronata di fiori, “regnava” su feste, danze e giochi.
Se da un lato in queste feste del 1° maggio si festeggiava la fertilità, l’abbondanza e la resurrezione, dall’altro, sempre secondo una tradizione romana, si celebrava anche una dea severa e casta: Fauna, o Bona Dea, divinità delle selve, spesso rappresentata con un serpente, a volte identificata con Cibele. Nei templi di Bona Dea erano esclusi gli uomini, si diceva infatti che nessun maschio l’avesse mai vista. Bona dea regolava l’uso del vino da parte delle donne e, in epoca arcaica, presiedeva all’ingresso delle ragazze nella società degli adulti. Alcuni elementi infatti lasciano scorgere nel complesso cultuale di Bona Dea un’antica istituzione iniziatica.

Bona Dea
Statuetta di Bona Dea (I-II secolo) Museo Barracco (Roma)

Regina di queste feste era, tra tutti i fiori, la rosa: simbolo non più solo di rinascita ma di trasformazione, di passaggio, dalla sterilità invernale alla fecondità primaverile e quindi, per migrazione dei simboli, torna a ricoprire il ruolo di simbolo dell’amore con una valenza sessuale: indicando sia la vergine sia la madre e quindi il passaggio dall’una all’altra.
Con la diffusione del Cristianesimo queste celebrazioni confluirono nel culto della Vergine Maria: vergine e feconda.

In letteratura la rosa venne accostata quasi sempre all’amore, celebre è il “Romanzo della Rosa“, poema allegorico del XIII secolo in cui l’eroe protagonista deve conquistare la rosa che simboleggia sia l’amata vergine che l’organo sessuale dell’amata stessa. Il poema, la cui storia editoriale e critica è ricchissima di aneddoti, inizia proprio in maggio con l’autore Guillaume de Lorris che dice:

“Sognavo che era di maggio (…) il mio sogno mi poneva nel mese di maggio, mese degli amori, pieno di gioia, al tempo in cui ogni cosa gioisce”

Romanzo della Rosa
B.N.F., ms. fr 378 f°13 recto

Celebre è poi la rosa come veicolo di metamorfosi ne “La Bella e la Bestia” che ha molti punti in comune con la favola di Amore e Psiche di Apuleio. In questa fiaba il padre di Bella ruba una rosa dal giardino di Bestia scatenando la furia del mostro così come Psiche scatenò la rabbia di Amore contravvenendo al divieto di non cercare mai di vederlo in volto.

Barbe Bleue, di Gustave Doré
Barbe Bleue, Les Contes de Perrault, incisione di Gustave Doré, Paris, Jules Hetzel, 1862, planche en regard de la p. 56

Rinascita, segreto, fertilità e verginità, la rosa rappresenta il cambiamento, il passaggio da una forma a un’altra, la coesistenza stessa di due forme, di due essenze diverse nella stessa persona. Rappresenta quel limes, quel confine che, nel momento stesso in cui lo si varca, esiste e già non esiste più.
Mi torna in mente una citazione di de André, La canzone di Marinella (nella quale si possono trovare elementi in comune con la favola di Amore e Psiche)

“E come tutte le più belle cose
vivesti solo un giorno
come le rose”

Fabrizio de André – La Canzone di Marinella

La rosa, questo fiore effimero come il passaggio, come il cambiamento, che cessa di essere perfetta nel momento stesso in cui raggiunge la perfezione, viene ricordato da de André associato a una giovane, Marinella che, poco dopo aver amato il re, scivolò nel fiume per essere trasformata in stella.

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