Stiamo a casa

Stiamo a casa, in otto: due adulti, due bambine, quattro gatti.
Tre giorni alla settimana vado al lavoro, due li trascorro a casa con le ragazze a fare scuola e cucinare, sabato e domenica sono free e si decide al momento.

Il coniuge ha deciso di approfittarne per imbiancare tutta casa : fatta scorta di vernici, rulli, pennelli e teli, avanza come un trattore, tanto che lo ho invitato a rallentare altrimenti rischia di terminare troppo in fretta e non avere più niente da fare nelle settimane che resteranno di clausura.

Io mantengo una parvenza di normalità con il lavoro, in un clima surreale, tra mascherine che non servono, uffici svuotati e pausa pranzo nel parco dell’azienda, lontana da tutti, solo le oche in sottofondo.
Lavoro con l’estero ed è impressionante osservare come sta avanzando l’onda: i cinesi hanno smesso per primi di chiamarci, poi gli italiani, in seguito spagnoli, francesi ed europei. Adesso è il turno del continente americano.
Qualcuno ancora c’è, sentirne la voce, leggerne le mail, aiuta a mantenere il contatto con la normalità.
La pausa pranzo a leggere aiuta a mantenere il contatto con la normalità.
Anche la gatta aziendale, Luna, è di supporto: sonnecchia sulle nostre scrivanie a turno
Fare la spesa di ritorno dal lavoro aiuta a mantenere il contatto con la normalità.

Eppure, impercettibilmente, qualcosa è cambiato dentro.
Mi capita di provare un senso di fastidio quando leggo di qualcuno che si bacia, si abbraccia o semplicemente si stringe la mano. Mi viene da fermarlo, di dirgli di non farlo… è sintomo di quanto, in un solo mese, la mia percezione delle relazioni interpersonali sia cambiata. Lo stesso mi capita quando guardo un film…
Sono matta io o capita anche ad altri?

Per fortuna restano i libri.
Anche se la concentrazione latita, offrono una via d’uscita e per qualche oretta il pensiero si allontana dalla realtà.

Per quanto riguarda le attività alternative sono messa malissimo: leggo e vedo sui social i miei amici che sistemano le librerie, le cassette degli attrezzi, le dispense dell’università, le foto…
Il problema di avere tendenze ossessive è che ho già fatto tutto, compreso il decluttering: i libri sono già ordinati e recensiti su app, le cassette degli attrezzi già organizzate, le foto già scansionate e rinominate in ordine cronologico (anche i negativi sono già stati scansionati).
Anche le fughe sono state fatte… potrei rifarle in caso chiudesse l’azienda… dovrei anche avere da qualche arte la calce per riempirle…

Però poi ci penso e trovo alternative più piacevoli:

  • La lettura de I Cantos di Ezra Pound (sono 116 e per leggerne uno mi ci vuole almeno un giorno)
  • La visione del ciclo di Wagner de L’anello del Nibelungo con, a seguire, la lettura dei cicli de I Nubelunghi e I Volsunghi
  • La lettura dell’opera omnia di Balzac (più di cento scritti)

Ecco… questi soggetti, così lontani, così ostici, necessitano una tale concentrazione che tutto il resto scompare.

E poi c’è la cucina… non sono una gran cuoca ma ai fornelli metto la radio a palla, canto a squarciagola e molesto tutto il vicinato con musica anni 70, 80 e 90.

Hugo vs il sistema!

L’ultimo giorno di un condannato a morte è la cronaca di una realtà quotidiana: chiusi nelle loro celle, soli di fronte alla morte i condannati attendono il momento, soffocati dai pensieri, dai sensi di colpa, dall’angoscia per gli affetti che lasceranno per sempre.

L’autore di queste memorie non ha nome e non ha delitto: incarna una domanda, incarna la questione stessa di vita e di morte spogliata di tutti i particolari che potrebbero rendere parziale il giudizio sul delitto e sul colpevole. Il condannato è tutti i condannati, la sua colpa tutte le colpe.
Hugo srotola i pensieri del condannato e nel lettore sorge pietà. “Grazia!” invoca il condannato, “grazia!” ripete il lettore, sconvolto dal trovare dietro le righe del testo un uomo come lui: con uguali paure, pari piccolezze, gli stessi sentimenti. Il lettore si scopre faccia al patibolo.

L’ultimo giorno di un condannato a morte non è solo un’opera contro la pena di morte tout-court: Hugo, in queste poche pagine, si scaglia contro il sistema giudiziario francese e le sue lacune stigmatizzandone le tre storture principali:

  • La ghigliottina come strumento misericordioso di condanna
  • L’impossibilità, per un condannato che abbia scontato la pena, di reintegrarsi in seno alla società in modo onesto
  • L’abbandono, da parte dello Stato, dei famigliari del condannato a loro stessi

Ne L’ultimo giorno di un condannato a morte, infine, si colgono in nuce i temi principali che faranno de I Miserabili un’opera-mondo che, partendo dalle teorie sui delitti e sulle pene di Cesare Beccaria (che Hugo cita espressamente nella seconda prefazione a L’ultimo giorno) ricostruirà un mondo possibile nonostante la giustizia e metterà alla prova le coscienze dei lettori, obbligherà a riconsiderare l’uomo per quel che è: un misto di pulsioni egoistiche e generosità il cui comportamento è condizionato dal contesto in cui vive, dalle possibilità economiche e dal comportamento di chi gli è accanto.

La ghigliottina

Dicono che non è niente, che non si soffre, che è una fine dolce, che la morte è più semplice a questo modo.

Victor Hugo: L’ultimo giorno di un condannato a morte, cap. XXXIX

I soli a non soffrire sono il giudice che sentenzia la morte e il boia che applica la sentenza.
La ghigliottina, questo straordinario e pietoso strumento di morte che evita la tortura di un colpo mal assestato sembra, ironia del caso, aver deresponsabilizzato i giudici dal comminare la pena capitale: è tutto così pulito, cosi efficiente, così scientifico e illuminato, una meraviglia del progresso.

L’impossibile reinserimento

Al capitolo XXIII troviamo una storia nella storia: nella cella del protagonista viene introdotto un altro uomo, appena condannato e diretto alla prigione di Bicêtre dove dovrà trascorrerà sei settimane in attesa della sua di decapitazione.
Qui Hugo introduce il particolare, la storia soggettiva che è quella di migliaia di miserabili, di indigenti costretti al reato per sopravvivenza, presi una volta e dannati per sempre.
Il sistema giudiziario imponeva, ai detenuti che avessero scontato la pena, di mostrare il proprio passaporto sul quale era stato impresso il marchio “forzato liberato”, in questo modo veniva loro preclusa ogni possibilità di reintegrarsi all’interno della società: i lavori onesti venivano loro rifiutati, le porte sbattute in faccia. Nell’impossibilità di potersi guadagnare onestamente da vivere l’ex forzato era destinato a delinquere di nuovo, di nuovo essere catturato e condannato con l’aggravante della recidiva: tre lettere marchiate a fuoco sulla spalla: G.A.L..
In questo sistema non solo non c’è possibilità di riabilitazione per l’individuo, il che rende vana ogni speranza di pentimento e ogni proposito di non delinquere più, ma la stessa società non diventa più sicura poiché all’ex forzato non viene data altra possibilità che tornare a delinquere per sopravvivere e dunque rimettere in libertà un forzato significa inesorabilmente dover fare i conti con nuovi reati.
È questa la ferma convinzione dell’ispettore Javert de I Miserabili, romanzo di Victor Hugo del 1862: un criminale resta un criminale dentro e fuori il bagno penale, non c’è nessuna possibilità di redenzione, chi ha commesso un reato è destinato a commetterne altri e il solo modo per rendere sicura la società è tenere questi uomini in prigione.
Mentre però per Javert si tratta di una questione morale, ovvero il reo è intimamente marcio e incapace di buone azioni, per Hugo si tratta di un problema relativo alla giustizia: il forzato liberato non ha la possibilità di tenersi lontano dal crimine se vuole sopravvivere perché è lo stesso sistema giudiziario che, con quella scritta sul documento e quelle lettere tatuate sulla spalla, gli preclude ogni possibilità di reinserimento.
La personalità di Jean Valjean, protagonista de I Miserabili, capace di atti criminali, di incredibile generosità e rispetto per la legge anche quando è a lui contraria, sarà causa di un cortocircuito nella mente di Jabert, costretto ad ammettere a sé stesso la fallacia delle sue convinzioni.

“È meglio prevenire i delitti che punirgli. Questo è il fine principale di ogni buona legislazione”

Cesare Beccaria: Dei delitti e delle pene, XL, Come si prevengono i delitti

L’abbandono della famiglia

Victor Hugo provava una profonda simpatia per i bambini, per i più fragili, per i più bisognosi e in questo testo trova spazio anche per loro nelle parole che il condannato scrive a proposito di sua figlia, una bimba innocente di tre anni che porterà su di sé lo stigma di avere un condannato a morte come padre.

“Ainsi, après ma mort, trois femmes sans fils, sans mari, sans père ; trois orphelines de différente espèce ; trois veuves du fait de la loi. J’admets que je sois justement puni, ces innocentes, qu’ont-elles fait? N’importe; on les déshonore, on les ruine; c’est la justice.”

Victor Hugo: L’ultimo giorno di un condannato a morte, cap. IX

“Così, dopo la mia morte, tre donne senza figlio, senza marito, senza padre… Non importa; disonorate, rovinate, è la giustizia”
La preoccupazione del condannato per le sue donne, soprattutto per la figlia di tre anni, le paure sul suo futuro si concretizzano nella storia dell’altro condannato con cui ha scambiato qualche parola e il soprabito: figlio di un ladro morto sulla forca, a sei anni era rimasto orfano di padre e di madre e sopravviveva con l’elemosina. In seguito iniziò a commettere piccoli furti, sempre più importanti a mano a mano che cresceva finché fu preso la rima volta e condannato a quindici anni di lavori forzati.
Hugo condanna il sistema che non si cura di cosa avviene ai figli del condannato, non si cura del loro mantenimento, nella loro educazione né di come impedire loro di seguire le orme del condannato una volta finiti in miseria, di come combattere il marchio infamante che determina l’esclusione dalla società e la condanna a una vita di espedienti.

Lo stigma sociale è il peggiore dei mali e Hugo ce lo ricorda di nuovo tra le pagine de I Miserabili a proposito di Fantine: una ragazza giovane e pulita, un personaggio amabile, una ragazza come tante che ha ceduto all’uomo che amava, che perde il lavoro e per mantenere sua figlia non ha altro da vendere che il suo corpo.
Cosa accadrà a questa bambina, figlia di prostituta, se un giorno dovesse perdere anche la madre? Cosa accadrà alla figlia del condannato?
Eugène Sue, nel suo I misteri di Parigi del 1843, romanzo in cui l’autore si scaglia contro la società del suo tempo che considera incapace di punire i veri criminali e aiutare chi, cresciuto nella miseria, non riesce a diventare un cittadino onesto, darà una risposta tragica a questa domanda.
Hugo deciderà invece di salvare Cosette, la figlia di Fantine e la figlia del condannato, deciderà di dar vita a un uomo, Jean Valjean, peccatore redento grazie all’intervento di un altro uomo, che la porterà al sicuro e le darà la possibilità di vivere nell’onestà.
Jean Valjean sembra prendere forma dall’altro condannato, quello che il protagonista incontra in cella nel capitolo XXIII: costretto a rubare un tozzo di pane per provvedere alla sorella e ai figli di lei, viene condannato a cinque anni di lavori forzati, aumentati di quattordici per i tentativi di fuga di Valjean. Uscito dal bagno penale con una manciata di soldi e un passaporto giallo che ne attesta lo stato di ex forzato, Valjean vede tutte le porte chiuderglisi in faccia e aumentargli il rancore e il disprezzo nei confronti del genere umano. Tutte le porte tranne una: un vescovo si dimostrerà tanto generoso nei suoi confronti da fargli ritrovare la fiducia nell’uomo e metterlo sulla buona strada: da quel giorno, da quell’azione di disinteressata generosità, Valjean cercherà non solo di mantenersi sulla retta via ma anche di restituire il bene che ha ricevuto e diffonderlo con azioni generose verso sconosciuti ai quali cambia la vita.
Victor Hugo era davvero convinto che dal bene nascesse il bene e dallo stigma solo il male.

Scriveva cesare Beccaria ne Dei delitti e delle pene:

La voce di un filosofo è troppo debole contro i tumulti e le grida di tanti che son guidati dalla cieca consuetudine, ma i pochi saggi che sono sparsi sulla faccia della terra mi faranno eco nell’intimo de’ loro cuori: e se la verità potesse giungere fino al suo trono, sappia che ella vi arriva co’ voti segreti di tutti gli uomini.

Cesare Beccaria: Dei delitti e delle pene, XXVIII, Della pena di morte

Non è un mistero che Victor Hugo abbia meditato a lungo sulle parole del Beccaria e gli abbia fatto eco dapprima nell’intimo del suo cuore, poi questa voce è diventata troppo forte. Sotto la sua finestra passava la folla diretta a Place de Grève, luogo delle esecuzioni pubbliche, ogni volta gli tornava come idea fissa la necessità di comunicare alla società quello che accadeva per le strade e sulla piazza mentre il mondo era occupato nelle sue solite attività, il pensiero dell’esecuzione lo distoglieva dalla sua attività di poeta e gli imponeva di agire, di dare il suo contributo all’abolizione della pena di morte.
E il suo impegno non si fermò lì, non si doveva solo abolire la pena di morte ma cambiare l’intero sistema giudiziario, cambiare la società, lavorare per creare una coscienza collettiva che desse a tutti la possibilità di vivere onestamente.

“Obbligate gli uomini a lavorare e farete di loro gente onesta”

Voltaire: Commento intorno al libro Dei delitti e delle pene, cap.X, Della pena di morte

Con i soldi ottenuti grazie alla generosità del vescovo, la prima cosa che Jean Valjean fa è impiantare un’industria di bigiotteria, è lavorare e dare lavoro perché procurarsi da vivere in modo onesto rende le persone oneste, compiere o essere destinatari di atti generosi rende generosi.
Il bene che si fa viene restituito.

Natura, storia e femminino sacro in Tess dei d’Urberville

Chiunque sia stato nel Dorset inglese comprende immediatamente quanto totalizzante sia l’impatto della natura in quella regione, anche oggi.
E se in Dorset non si può andare va bene lo stesso: basterà godersi alcuni dei dipinti di John Constable che per i suoi quadri migliori trasse ispirazione dalla campagna del Suffolk (vicino Cambridge) dove era nato e cresciuto.
Nei suoi romanzi però, Hardy non parla di Dorset ma di Wessex, l’antico nome che designava uno dei sette regni anglosassoni antecedenti la conquista normanna e non lo fa per vezzo ma per richiamare l’idea di un passato vicino agli elementi naturali, in armonia con i suoi tempi e i suoi ritmi.

  • Salisbury Cathedral from the Meadows
  • Castello di Hadleigh
  • Il mulino di Flatford

Thomas Hardy pubblica Tess in un momento di passaggio tra l’era vittoriana e il modernismo novecentesco in cui la tecnica e le scoperte scientifiche mutano profondamente la società britannica accelerando l’antropizzazione dell’ambiente e, più che nel paesaggio, il mutamento Hardy lo avverte nella mente umana, le strutture meccaniche che cercano di ingabbiare i cicli del tempo sono il prodotto delle sovrastrutture di società e morale che hanno nei secoli imprigionato la mente umana.

Questo commento e un po’ lunghetto e si articola in tre fasi riprendendo i tre temi principali del libro ovvero:

  • La Natura, protagonista dell’opera, che scandisce i tempi della vita umana
  • La Natura come inarrestabile evoluzione della storia
  • La Donna, creatura legata alla natura, ai cicli del tempo e rispettosa degli antichi riti

    Avverto che ci sarà larga profusione del termine “natura”.

Natura protagonista

La Natura ha il suo corso nel succedersi delle stagioni, del giorno alla notte, senza sosta, indifferente ai ritmi dell’uomo.
Natura esiste, indipendentemente dall’uomo e Hardy ce lo ricorda ambientando una delle scene finali a Stonehenge, un antico tempio pagano eretto da una civiltà estinta sulla quale è trascorsa la storia, passata, seppellendo i protagonisti di allora. Così accadrà a Tess, Alec e Angel e a tutti noi: Natura continuerà il suo corso e quanto più cercheremo di violentarla e piegarla al nostro volere, tanto più proseguirà inarrestabile.

Natura è crudele? Molti critici hanno interpretato così l’opera di Hardy. Non sono d’accordo: sarebbe crudele se si adoperasse per schiacciare l’uomo e farlo soffrire, invece non c’è volontà in questo bensì un semplice assecondare le leggi e i cicli che la governano. La causa della sofferenza umana appare invece determinata dalla volontà, questa tutta umana, di costringere Natura a seguire le leggi e i cicli dell’uomo civilizzato, cosa che non piò accadere. Da questo agone destinato a vedere l’uomo sconfitto, nasce la sofferenza umana e si definisce crudele ciò che crudele non può essere perché privo di volontà propria.

Può Tess essere vista come un’allegoria di Natura? Non so se Hardy avesse questo in mente ma non riesco a togliermi questo pensiero dalla mente: la violenza di cui è vittima all’inizio del racconto provoca sicuramente un forte trauma ma non la cambia nell’intimo: Tess è una creatura della natura e, come lei, il suo istinto predominante è di sopravvivere,quello che cambia, invece, è la percezione che la società ha di lei.

“Uno smisurato abisso sociale stava per scindere quella che d’ora in avanti sarebbe stata la personalità della nostra eroina da quella che un giorno aveva varcato l’uscio della casa materna per cercar fortuna nella fattoria di pollame di Trantridge.”

Tess d’Urberville, cap.XI

Lo stigma è tutto sociale e si manifesta nella sua crudeltà nel tempio delle sovrastrutture: in chiesa, quando “la gente, notandola, prese a bisbigliare fitto fitto.”. Per Natura non è accaduto nulla di sconveniente, nei campi Tess ritorna a sentirsi a proprio agio, è lì che si mostra libera di allattare il suo bambino e l’atto, in quell’ambiente che asseconda i cicli della vita, appare totalmente conforme alle leggi più alte e non scritte: sta solo partecipando a un rito naturale millenario.

Sia l’incontro con il maschio prepotente sia con l’uomo spirituale risultano infruttiferi, sterili nonostante la fertilità di Tess emani da ogni suo dettaglio.
Le sovrastrutture, tutte umane, della possessione e della speculazione falliscono nel tentativo di piegare la ragazza: la giovane continua a vivere e a voler vivere nonostante la tentazione di cedere all’oblio e, vivendo, porta alla rovina entrambi gli uomini che hanno tentato di possederla, nel corpo o nello spirito, e, nel possederla, di cambiarla.

Eppure c’è un momento in cui Angel sembra abbandonare la prigione mentale eretta dalla società e dalle convenzioni per abbracciare una visione più naturale: quando torna dai suoi genitori la prima volta per comunicare la decisione di sposarsi e riflette sulla distanza che adesso lo divide dalle loro convinzioni e dalle idee dei suoi fratelli:

“Le loro aspirazioni trascendentali, ancora inconsciamente basate su una visione geocentrica delle cose, un paradiso zenitale, un inferno nadirale, gli erano estranee quanto i sogni di persone di un altro pianeta. In quegli ultimi tempi aveva visto solo la ‘Vita’, aveva sentito solo il completo appassionato impulso dell’esistenza, non viziato, non contorto, non invischiato in quelle dottrine che futilmente cercano di tenere sotto controllo ciò che la saggezza si limita a regolare.”

“Lui notò le loro crescenti restrizioni mentali. Felix sembrava tutto lui e la “Chiesa”, Cuthbert, tutto lui e l'”Università”. Sinodo diocesano e Visitazioni erano la molla principale dell’universo del primo, Cambridge dell’altro.”

Tess d’Urberville, cap.XXV

Natura come inarrestabile evoluzione della storia

Natura è eterna, l’uomo non è che temporaneo, lo testimoniano le rovine di Stonehenge, le tombe, le case abbandonate degli antichi d’Urberville. Le vecchie tradizioni e i balli sono stati soppiantati da una rigorosa morale protestante in conflitto con quella cattolica romana, la stessa storia dei d’Urberville, un tempo aristocratici e ora estinti. Tuttavia emergono da sotto questa architettura posticcia, elementi degli antichi strati: nelle campagne satiri e ninfe danzano ancora, si accoppiano e si sfuggono come nell’antica mitologia, celebrano ancora l’Antica Tradizione, i riti pagani della danza delle fanciulle, “quando allegria e tempo di Maggio erano sinonimi, tempi lontani precedenti a quelli in cui la tendenza a prevedere tutto ha ridotto le emozioni a un monotono livello medio”.

Lo sa bene Tess che l’uomo non è che di passaggio e non lo sa in base a una conoscenza erudita ma grazie a un senso naturale delle cose, un sentire l’anima del mondo fluire nei ritmi del giorno e della notte, dell’estate e dell’inverno: osservando la vita delle creature animate e delle piante percepisce inconsciamente l’essenza transeunte di ogni vita rapportata all’eterna natura., lo sa quando non dà peso alle pretese aristocratiche del padre, lo sa quando declina l’offerta di Angel di renderla più istruita:

“A che mi serve sapere che sono solo un componente di una lunga schiera, trovar scritto in qualche vecchio libro di qualche creatura proprio simile a me e conoscere che reciterò la sua stessa parte, a rendermi infelice, ecco, solo a quello. La cosa migliore è dimenticare che la nostra natura e il nostro passato sono in tutto identici a quelli di migliaia e migliaia d’altri, e che il nostro futuro, le nostre azioni, saranno ancora uguali ad altre migliaia e migliaia.”

Tess d’Urberville, cap.XIX

Tess vive, non vuole essere istruita più di quanto le serva, non vuole cadere nei meandri della scienza e della speculazione che le fornirebbero spiegazioni non naturali: accetta la parte che deve recitare nel mondo perché sa che la conoscenza le toglierebbe l’impulso all’autoconservazione.

La ciclicità naturale, il succedersi dell’inverno all’estate e della notte al giorno scandisce anche le stagioni della relazione tra Tess e Angel: il corteggiamento estivo e diurno tra i campi e gli animali al pascolo si conclude al crepuscolo dell’ultimo giorno dell’anno, in inverno.
Come negli antichi miti legati alla fertilità, il seme dovrà essere sepolto e morire durante l’inverno per tornare a vivere a primavera: Adone dovrà trascorrere un terzo dell’anno con Proserpina per poi ricongiungersi con Afrodite, rinascere rinnovato, Angel dovrà perdere tutto per ritrovare quella Tess, la vera Tess che ha amato e non l’ideale di donna che le aveva costruito attorno.

La Donna, creatura legata alla natura

Angel idealizza Tess, la percepisce per quello che non è e di questa immagine si innamora, come il poeta che si pasce nell’idea della Natura materna, vive un’illusione dalla quale è risvegliato per la confessione di lei.

“Era allora, come si è detto, che Tess lo colpiva più intensamente. Non era più mungitrice ma la quintessenza immaginaria della donna, l’intero sesso, condensato in un unico tipico modello. La chiamava Artemide, demetra e con altri fantastici nomi, per stuzzicarla un po’ vedendo che lei s’inquietava, non comprendendoli.”

Tess d’Urberville, cap. XX

Tess non li comprende non perché non sia istruita come Angel ma perché il suo modo di essere non è legato a nessuna divinità bensì ai semplici e ordinati movimenti naturali, agisce secondo delle cause. Si percepisce come Tess sia legata a un mondo antecedente la creazione delle divinità, un mondo antico permeato ancora di magia in cui l’uomo può agire direttamente sulla Natura con un ballo di Maggio, senza l’intercessione di esseri onnipotenti o immortali.
Invece, come il colono nella nuova terra, Alec crede di aver trovato l’Eden, un terreno fertile, puro, incontaminato e cosa ne vuole fare? Vuole modellarlo a suo piacere secondo le regole di una morale imposta, secondo le leggi della società cui appartiene, non pensa che questa terra apparentemente immacolata possa aver avuto una vita prima del suo arrivo proprio come il colono non si cura dei riti e della vita del colonizzato, non intende assimilarne o comprenderne l’essenza ma impone dall’alto la moralità, la giustizia, la religione, le regole del maschio bianco occidentale.
Per Angel scoprire che di quel mondo di satiri e ninfe che ha lungamente desiderato un uomo ha già calcato il terreno è una sconfitta.

“La donna che ho amato non sei tu”

tess d’Urberville, cap XXXV

Ecco il primo brandello di vera sincerità tra Tess e Angel.

Nel romanzo la donna sembra molto più aderente alle leggi della Natura di quanto lo sia l’uomo. Forse perché meno istruita, meno ingabbiata nelle sovrastrutture che rendono prigionieri uomini come Alec e Angel o il padre di Tess ed Angel.
La madre di Tess è, tra tutti, il personaggio più vicino alle antiche leggi: la sigora Durbeyfield va avanti

“Sua madre non vedeva la vita allo stesso modo di Tess: l’episodio tormentoso di quei giorni lontani non era per sua madre che un incidente transitorio.”

Tess d’Urberville, capXXXI

La signora Durbeyfield non si ferma a meditare sugli incidenti che rallentano lo scorrere del ciclo vitale ma si piega al passaggio del vento della storia, come un giunco non oppone resistenza e sopravvive. C’è qualcosa di antico in lei, un’ombra di celtica saggezza che emerge e risalta ancora di più rapportata al comportamento del padre di Tess che rimpiange un passato di grandezza aristocratica che non ha mai vissuto.
Non è un caso che la vicenda sia ambientata intorno alle rovine di Stonehenge, residuo delle civiltà megalitiche e patria della madre di Tess e non è un caso che la famiglia d’Urberville, estinta, sia fatta risalire a quel popolo normanno che invase la Gran Bretagna nel 1066 con Guglielmo il Conquistatore portando le regole e la morale dell’Europa continentale.
Tess appartiene a entrambi i mondi: quello antico, mitico e leggendario dei ritmi ciclici e naturali della madre e quello violento, razionale e progressivo del padre e in lei vive lo scontro tra queste due concezioni dell’esistenza per cui è troppo strutturata per comprendere ancora la madre ma non lo è ancora abbastanza per rispondere adeguatamente alle leggi di Angel e della società.

“Tra la madre, con quel bagaglio spensierato di superstizioni, folclore, dialetto, ballate tramandate oralmente, e la figlia, coll’insegnamento ricevuto dalla Scuola Nazionale, e la sua Istruzione Tipo, esisteva un abisso di almeno duecento anni.”

Tess d’Urberville, cap.III

Per Hardy la donna non è una personalità del campo e della Natura: lei è parte della Natura:

“Ma i legatori più interessanti in questa compagnia erano quelli dell’altro sesso, a causa del fascino che una donna acquista quando diventa parte integrante della libera natura e non soltanto un oggetto posto in quel luogo, in un determinato momento. Un contadino è una personalità del campo, una contadina fa parte del campo: perde in un certo senso i suoi contorni, imbevendosi dell’essenza di ciò che la circonda, assimilandola”

“Le donne, le cui principali alleate sono le forme e le forze della Natura esteriore, conservando nell’animo assai più della pagana fantasia dei loro antichi padri,che della religione sistematica, insegnata alla loro razza in un’epoca più recente. (…) Diciamo la verità: le donne, generalmente, sopravvivono a queste umiliazioni, riacquistano coraggio e riprendono a guardarsi in giro con occhi colmi d’interesse. Finché c’è vita c’è speranza, non è una convinzione così sconosciuta alle tradite.”

Tess d’Urberville, cap XIV e XVI

Tess è viva, finché respira continuerà a pensare che c’è speranza. È una figlia della terra, risente delle leggi sociali ma risponde principalmente a quelle della Natura.

Conclusione

Angel ha sperimentato la vita immerso nella Natura, ha la sensazione di aver compreso cosa significhi vivere secondo Natura, privo di dottrine e speculazioni che allontanano l’uomo dall’essenza delle cose, dal nocciolo dell’esistenza.
Durante quel primo ritorno a casa che ho già citato, Angel percepisce come l’erudizione e il ragionar delle cose attraverso il pensiero altrui (che siano filosofi, padri della chiesa o scienziati) aggiunga strati addosso alla reale essenza allontanandolo dal cogliere la bellezza della semplicità.
Angel avverte nel padre un pessimismo affine a quello di Schopenhauer e Leopardi ed è per questo accenno di biasimo che io non credo che Hardy consideri la natura matrigna: questo modo di pensare è commiserato dall’autore che lo attribuisce a un personaggio vecchio e statico come il padre di Angel che per essere definito ha bisogno di essere associato a nomi più noti e importanti di lui, Wycliff, Lutero, Calvino, San Paolo, san Giovanni, san Giacomo, Leopardi e Schopenhauer e a correnti religiose e filosofiche: evangelico, conversionista, apostolico, determinista, pessimista e rinunciatario…
Quante cose può essere un uomo che vive immerso in quel magma che è la società? Vi sono talmente tante correnti in lui che l’immobilismo è l’unica vera caratteristica che lo distingue.
Al polo opposto si trova la madre di Tess: senza definizioni, senza esempi, mobile come l’acqua di un ruscello, sempre a casa perché la casa se la porta dentro, nel suo mondo di leggende e folclore.

Ribadisco il mio pensiero: per Hardy la Natura semplicemente è, esiste, risponde a leggi proprie e non è possibile piegarla alle esigenze umane: non ci resta che assecondarla.
Lo sconforto che prova l’uomo di fronte a lei risiede nella sconfitta che deriva dal tentativo di sottometterla.

Questa è, ovviamente, la mia opinione, il risultato di una lettura dell’opera che vada oltre il termine “vittoriano” e oltre la vicenda della protagonista. Un’interpretazione esattamente opposta la potete trovare a questo link: è un commento di Pietro Citati.

Approfondimento di altri temi

Ci sono alcuni temi cui ho accennato brevemente ma che potrebbero essere importanti per una lettura approfondita di Tess e dei suoi significati al di là della semplice opera di narrativa, al di là della storia che, se vogliamo, è un po’ grossolana e inverosimile. Temi che si collocano pienamente all’interno dell’epoca vittoriana: un’epoca di esplorazioni, di scoperte, di colonie, di scienza e di tecnica, un’epoca in cui esploratori, scienziati, missionari e arrivisti tornavano dalle colonie e riportavano in patria i racconti delle usanze e delle leggende dei colonizzati.

  • Il ramo d’oro di James Frazer: analizza il rapporto tra magia e religione e fa della prima l’antenata della seconda. Nell’opera di Frazer da principio l’uomo sembra essersi rivolto alla magia pretendendo di poter modificare, tramite semplici rituali definiti incantesimi, il corso della magia. A questo tempo antico ne succedette un altro che, verificata l’incapacità del singolo di imporre il suo volere sugli elementi e sulla storia, pose come intermediari delle creature superiori, divinità che se invocate, pregate e degnamente alimentate dai sacrifici, potevano intercedere per l’uomo sulla Natura. Alla prima era corrisponderebbero le civiltà celtiche, legate ai ritmi della natura e ai suoi elementi come gli alberi, il sole, il vento, alla seconda le religioni, pagane e rivelate.
  • Il grande mare dei Sargassi di Jean Rhys: in questa opera l’autrice riscrive la storia di Bertha Mason, alias Antoinette, prima moglie creola del signor Rochester di Jane Eyre, amata come un ideale di purezza e perfezione e poi rinchiusa nella soffitta del suo palazzo quando questo ideale non si concretizza più nella forma umana che Antoinette incarna.

Spero che siate arrivati a leggere fino in fondo e spero di esservi stata d’aiuto nell’approfondimento dell’opera che è molto più complessa e ampia di quel che sembra: non è solo trama e bellissime descrizioni, è una spiegazione filosofica attorno alla natura dipanata in un romanzo.

Cimbelino – William Shakespeare e il suo sogno

Cymbeline è uno dei drammi meno conosciuti e meno portati in scena di Shakespeare, forse perché, al contrario dell’Otello o Macbeth o dell’Amleto ma al pari degli altri play storici, non tratta di grandi passioni umane travolgenti ma narra una storia che è più un romance.
I romances, o late romances o drammi romanzeschi, di Shakespeare, sono quattro e sono Pericle principe di Tiro, Cimbelino, Il racconto d’inverno e La tempesta e sono definiti così perché difficilmente si possono definire commedie o tragedie: sono delle commedie in quanto finiscono bene ma presentano toni molto cupi se paragonati alle classiche Molto rumore per nulla o Sogno di una notte di mezza estate. Si contraddistinguono per un’atmosfera più oscura, i protagonisti sono in pericolo costante di morte, si parla di stupro e di tortura e non mancano presenze soprannaturali. Diciamo che per atmosfera possono essere chiamate commedie sì, ma alla Dante.
Questi aspetti cupi verranno poi assimilati dal romanzo gotico, soprattutto quello delle origini nel Settecento.

La trama

La storia del Cimbelino, che dà il nome al play ma non è il protagonista, si svolge nel I secolo dopo Cristo, i Britanni reclamano indipendenza dai tributi dovuti a Roma e su questo sfondo si consuma il dramma d’amore e gelosia di Imogene e Postumo. Imogene è figlia di Cimbelino ed erede al trono, ha sposato Postumo Leonato che non viene ritenuto degno della figlia del re e viene mandato in esilio in Italia mentre la fanciulla viene corteggiata dal figlio di primo letto della regina, Cloten. Durante la separazione dei due innamorati Leonato viene ingannato da un aristocratico italiano sulla fedeltà della moglie e ordina a un suo servo di ucciderla. Dopo varie peripezie e una guerra, Leonato e Imogene si riuniranno, Cimbelino ritroverà due suoi figli creduti morti, i cattivi faranno una brutta fine e la pace ritornerà tra Roma e la Britannia.

Robert Thew (British, Patrington 1758–1802 Stevenage) Pisano and Imogen http://www.metmuseum.org/Collections/search-the-collections/707745
L’incisione, del 1801, testimonia il nuovo interesse per il teatro shakespeariano visto in chiave gotica: la fanciulla innocente in bianco, il pericolo simboleggiato dalla spada, l’ambientazione selvaggia rimanda ai più grandi romanzi gotici della seconda metà del Settecento

Come in alte sue opere (il Re Lear per esempio) Shakespeare trae ispirazione da più opere del passato: per la storia d’Inghilterra si basa sulla Historia Regum Britanniae di Goffredo di Monmouth mentre per l’intreccio amoroso si rifà alla storia II. 9 del Decameron, (Storia di Bernabò, di Zinevra e di Ambrogiuolo) il cui cappello recita:
«Bernabò da Genova, da Ambrogiuolo ingannato, perde il suo e comanda che la moglie sia uccisa. Ella scampa, e in abito d’uomo serve ’l soldano; ritrova lo ’ngannatore, e Bernabò conduce in Alessandria, dove, lo ’ngannatore punito, ripreso abito femminile, col marito ricchi si tornano a Genova»
Novella che Shakespeare probabilmente non conosceva direttamente in quanto Boccaccio fu tradotto in inglese dopo il 1620 ma potrebbe averne letta la storia in una versione francese o in una traduzione di un testo tedesco, Frederyke of Jennen che della novella boccaccesca riprendeva i temi e approfondisce il tema dell’onore perduto della donna già affrontato in Molto rumore per nulla.
Il pretendente alla mano di Imogene, Cloten, è un perfetto idiota e offre ottimi spunti per quei lazzi umoristici, il comic relief shakespeariano, che hanno reso amabile il Bardo nei secoli.

Il collegamento con l’attualità

Il Cimbelino si colloca, nella drammaturgia shakespeariana tra i drammi romani, Coriolano, Giulio Cesare, Antonio e Cleopatra, e i drammi storici inglesi alla cui origine pone il Re Lear e che continueranno con Re Giovanni. In questo dramma si assiste alla prima vittoria dei Britanni sui Romani e ai primi movimenti di indipendenza, Coriolano si pone come trait d’union tra le due componenti storiche, quella romana e quella britannica, della sua produzione.

Stupisce, nel finale, la decisione del re celta vittorioso Cimbelino di tornare a pagare tributo a Roma e molti critici hanno voluto vedere in questa decisione un legame con il nuovo monarca: Giacomo I d’Inghilterra.
Giacomo, fu incoronato alla morte della protestante Elisabetta I nel 1603, il Cimbelino è del 1610 e nella stessa opera proclama sia la superiorità e il diritto di indipendenza della Britannia, sia la sua dipendenza da Roma.

Herbert Gustave Schmalz (1856-1935) – “Imogen”

“CIMBELINO:
Caio Lucio, benché vincitori, ci sottomettiamo a Cesare e all’impero romano. Promettiamo di pagare il consueto tributo. Ne fummo dissuasi dalla nostra malvagia regina: su di lei i cieli hanno calato il pugno pesante della giustizia.”

Cimbelino, Atto V, scena V

È facile vedere nella malvagia regina la figura di Elisabetta, seppellita da pochi anni (non è molto gentile questo atteggiamento da parte di Shakespeare, visto quanto deve alla defunta regina). Sono la regina e suo figlio Cloten che spingono il re a rifiutare di pagare tributo, a proclamare la separazione da Roma, dal centro della civiltà europea, un atteggiamento isolazionista gretto e provinciale stigmatizzato dal Bardo nel ritrarre Cloten come un idiota e la regina malvagia.
Non è così che si acquista grandezza: Shakespeare qui esorta l’Inghilterra a ergersi al pari di Roma e acquisirne l’eredità.
Pagare tributo“, “to pay our wonted tribute” non ha nulla a che fare con le tasse ma significa riconoscere il debito culturale che l’Inghilterra deve a Roma perché questo è il solo modo per diventarne il successore.

Nell’atto IV, scena II l’indovino rivela la sua visione a Caio Lucio, generale dell’esercito romano:

“Ed ecco cosa ho visto: l’uccello di Giove, l’aquila romana, volare dal molle mezzogiorno a questa parte di ponente, e qui svanire tra i raggi del sole.”

Cimbelino, atto IV, scena II

L’indovino interpreta la visione come segno di futura vittoria, in realtà, se si scompongono i versi nelle sue parti, il significato è ben diverso: l’aquila romana è simbolo del potere che giunge giustamente dal mezzogiorno (molle, ecco il Bardo fustigatore di cattivi costumi) e svanisce tra i raggi del sole: ovvero il potere imperiale, giunto al culmine della sua manifestazione, libratosi in alto tanto da non poter più essere colto dalla vista, svanisce nel sole per il quale i Celti avevano un forte culto e, negli ultimi versi della commedia l’indovino correggerà la profezia dicendo

“L’aquila romana si levava alta sull’ala da mezzogiorno ad occidente, poi diveniva più piccola, e svaniva nei raggi del sole. E questo adombrava un’unione nuova fra la nostra aquila imperiale, Cesare, e il radioso Cimbelino, che splende qui a occidente.”

Cimbelino, atto V, scena V

È un passaggio di consegne che avviene nella continuità, l’accogliere l’eredità culturale di Roma per ergersi a guida dell’Europa.
Questa di Shakespeare in realtà è più un desiderio che una premonizione in quanto la storia d’Inghilterra del XVII secolo la vedrà tanto presa dalle vicende politiche interne da non poter essere guida per nessuno, nenche per sé stessa visto che dovranno chiamare un olandese per “salvare l’infranta libertà” del paese.

SPARATA PERSONALE: pare che il ciclo dell’impero segua il Sole: se da Roma si è rivolto all’Inghilterra è pur vero che a Roma è giunto da Oriente, dalla Grecia che prima ancora l’aveva accolto dal Vicino Oriente e dopo l’Inghilterra dove è andato? A Occidente, negli Stati Uniti… c’è quasi da ipotizzare che, continuando a seguire il suo corso, in futuro si possa volgere oltre il Pacifico, in Cina.

Su questo dramma di Shakespeare ci sarebbero da scrivere mille altre parole: i riferimenti all’usura e alla compravendita, le stilettate contro la vita di corte, il biasimo nei confronti degli italiani, i meravigliosi versi dedicati al memento mori e la sublime varietà di registri che riesce a includere in una sola opera, dall’elegiaco al triviale, i giochi di parole, i riferimenti sessuali spinti (molto spinti)…
È un’opera matura e questa maturità traspare da ogni riga e forse proprio questa minor irruenza e maggior sofisticatezza fanno di questo testo uno dei meno rappresentati.
Tuttavia, se non possiamo vederlo sulla scena, la lettura resta un grandissimo piacere.

Serendipità librosa

Guardate la ragazza nella foto!

Mesi fa sono andata alla fiera del libro antico di Bologna e ne sono ritornata delusissima e, soprattutto, a mani vuote.
Delusa non dalla fiera in sé che, anche se piccola, è goduriosissima e ricca di libri vintage (non molto antichi in realtà) ma dai prezzi dei libri sugli stand: troppo alti, decisamente troppo alti per i libri esposti (Garzantine, Mondadori anni Sessanta, molti anni Ottanta, alcuni interessanti ma in pessime condizioni).
Insomma, più che del libro antico era la fiera degli svuotacantine, che adoro, sia chiaro, ma i prezzi erano proprio sbagliati a mio avviso (tranne alcune Storia d’Italia che ovviamente rimpiango di non aver comprato a 5€)

Ma la ragazza nella foto che c’entra?
La ragazza sulla sinistra tiene in mano un libro sul quale ho trascorso buona parte del tempo trascorso alla fiera: lo prendevo in mano, lo aprivo, lo leggiucchiavo e lo posavo sul banco, poi facevo un giro dagli altri banchi e tornavo a riguardarmelo, riaprirlo, rileggerlo e riposarlo… questo per circa sette o otto volte.
Condizioni appena passabili, prezzo 25€.
Troppo.
A un certo punto, tra i banchi, noto la sua felicità: saltella con un libro in mano, parla vivace con l’amica che l’accompagna, esclama che quello è un libro che deve assolutamente prendere, che non crede ai suoi occhi, entusiasta del tesoro che ha tra le mani.
Subito ho capito cosa stesse tenendo in mano: era quello, era il “mio” libro, quello che non ero stata sufficientemente decisa a prendere e, sgomenta, avrei voluto urlarle dall’altro lato della sala “Aspetta, non puoi prenderlo! Quel libro è mio, cioè forse è mio, sto ancora decidendo e tu non è che puoi metterti tra noi! C’è una storia tra me e quel libro! Devi darmi ancora un po’ di tempo per decidere se prenderlo o no!”.
Ma sono stata zitta e non le ho detto nulla perché essere pazzi è una cosa, farlo sapere al resto del mondo un’altra.
Se lei avesse posato il tomo e se ne fosse andata io, certamente, sarei corsa a comprarlo.
Invece l’ha acquistato lei e io sono rimasta a bocca asciutta.
Ma mi sono scoperta felice della sua felicità, entusiasta del suo entusiasmo.

Era suo ed era giusto così, era più felice di me nel possederlo, io probabilmente avrei trascorso il tempo del viaggio di ritorno a rimuginare sul prezzo troppo alto, sulle condizioni appena passabili e su tanti altri motivi che me l’avrebbero reso antipatico.
Lei no, probabilmente all’oscuro del vero valore economico di quel tomo, lei era felice e lo sarebbe stata anche tornando a casa grazie al valore che lei consegnava al libro.

Due riflessioni mi si sono affacciate alla mente.
La prima è che a volte la conoscenza toglie il piacere: sapere che quel libro non valeva il prezzo cui veniva veduto me lo ha reso ostile, mi a tolto la felicità che ho provato quanto l’ho trovato sul banco, mentre guardavo la copertina, il titolo, persino l’edizione… era tutto giusto, tutto bello.
Era perfetto.
Poi l’ho girato, ho visto il prezzo e ho pensato che fosse tutto sbagliato, sovrastimato.
Sapere che quel libro non valeva il prezzo, avere la sicurezza che il valore fosse molto inferiore e il sospetto che il venditore se ne stesse approfittando ha cancellato la magia che avevo sentito nel vedere il libro sul banco.

La seconda riflessione è che, una volta ancora, mi sono resa conto di quanto davvero sia imprescindibile la soggettività nell’importanza che conferiamo a ciò che ci circonda.
Un nome, un luogo, un oggetto non hanno mai valore reale ma solo quello che noi assegnamo loro. C’è davvero da chiedersi se quanto esiste esista davvero o se sia solo una proiezione della nostra mente.
Bergson affermava che tutto quello che percepiamo si sedimenti in noi e formi strati attraverso i quali filtriamo la realtà che ci circonda, che la memoria orienti la percezione e che la percezione attivi la memoria, perciò quel libro, che nella mia memoria era associato a un determinato prezzo che non corrispondeva a quello sul banco, mi è diventato ostile. Allo stesso tempo, ogni volta che vedrò quel libro da qualche parte si riattiverà in me la memoria di quel giorno trascorso a Bologna insieme a due amici tra chiacchiere e divertimento, tra immagini di madonne incinte affrescate nelle chiese e la facoltà di storia.
Se vogliamo proprio essere pignoli c’è un altro pensiero proustiano che si è affacciato alla mente: quel libro per me era interessante ma non abbastanza per prenderlo al prezzo dettato dal venditore. Nel momento in cui, però, mi fu sottratta la possibilità di averlo, nel momento in cui capii che non sarebbe stato mio, quel libro divenne IL LIBRO che dovevo assolutamente avere, l’oggetto da inseguire, e ho continuato a pensarci e ripensarci per mesi, cosa che non avrei mai fatto se lei non l’avesse preso: non sarebbe diventata la mia ossessione se non mi fosse stata preclusa la possibilità di possederlo, se la ragazza non me lo avesse portato via io non avrei sentito più di tanto la sua mancanza ma il fatto che per lei fosse così importate me lo ha fatto rivalutare e l’interesse di un’altra persona lo ha fatto immediatamente balzare in cima alla lista dei miei interessi.

Ok, ma la serendipità che c’entra?
C’entra, c’entra!
Il libro l’ho poi trovato su EBay, a molto meno, a un prezzo che ho stimato corretto ed è ovviamente finito nel carrello e a casa mia.
(insieme, ovviamente, ad altri libri assolutamente inutili e assolutamente necessari).

E se ve lo chiedete no, non volevo lo stesso testo in un’altra edizione! Io volevo proprio quello, perché per me solo quello era importante: perché nella stessa edizione ho altri libri di Croce e perché era quello che avevo mancato alla fiera.