Hugo vs il sistema!

L’ultimo giorno di un condannato a morte è la cronaca di una realtà quotidiana: chiusi nelle loro celle, soli di fronte alla morte i condannati attendono il momento, soffocati dai pensieri, dai sensi di colpa, dall’angoscia per gli affetti che lasceranno per sempre.

L’autore di queste memorie non ha nome e non ha delitto: incarna una domanda, incarna la questione stessa di vita e di morte spogliata di tutti i particolari che potrebbero rendere parziale il giudizio sul delitto e sul colpevole. Il condannato è tutti i condannati, la sua colpa tutte le colpe.
Hugo srotola i pensieri del condannato e nel lettore sorge pietà. “Grazia!” invoca il condannato, “grazia!” ripete il lettore, sconvolto dal trovare dietro le righe del testo un uomo come lui: con uguali paure, pari piccolezze, gli stessi sentimenti. Il lettore si scopre faccia al patibolo.

L’ultimo giorno di un condannato a morte non è solo un’opera contro la pena di morte tout-court: Hugo, in queste poche pagine, si scaglia contro il sistema giudiziario francese e le sue lacune stigmatizzandone le tre storture principali:

  • La ghigliottina come strumento misericordioso di condanna
  • L’impossibilità, per un condannato che abbia scontato la pena, di reintegrarsi in seno alla società in modo onesto
  • L’abbandono, da parte dello Stato, dei famigliari del condannato a loro stessi

Ne L’ultimo giorno di un condannato a morte, infine, si colgono in nuce i temi principali che faranno de I Miserabili un’opera-mondo che, partendo dalle teorie sui delitti e sulle pene di Cesare Beccaria (che Hugo cita espressamente nella seconda prefazione a L’ultimo giorno) ricostruirà un mondo possibile nonostante la giustizia e metterà alla prova le coscienze dei lettori, obbligherà a riconsiderare l’uomo per quel che è: un misto di pulsioni egoistiche e generosità il cui comportamento è condizionato dal contesto in cui vive, dalle possibilità economiche e dal comportamento di chi gli è accanto.

La ghigliottina

Dicono che non è niente, che non si soffre, che è una fine dolce, che la morte è più semplice a questo modo.

Victor Hugo: L’ultimo giorno di un condannato a morte, cap. XXXIX

I soli a non soffrire sono il giudice che sentenzia la morte e il boia che applica la sentenza.
La ghigliottina, questo straordinario e pietoso strumento di morte che evita la tortura di un colpo mal assestato sembra, ironia del caso, aver deresponsabilizzato i giudici dal comminare la pena capitale: è tutto così pulito, cosi efficiente, così scientifico e illuminato, una meraviglia del progresso.

L’impossibile reinserimento

Al capitolo XXIII troviamo una storia nella storia: nella cella del protagonista viene introdotto un altro uomo, appena condannato e diretto alla prigione di Bicêtre dove dovrà trascorrerà sei settimane in attesa della sua di decapitazione.
Qui Hugo introduce il particolare, la storia soggettiva che è quella di migliaia di miserabili, di indigenti costretti al reato per sopravvivenza, presi una volta e dannati per sempre.
Il sistema giudiziario imponeva, ai detenuti che avessero scontato la pena, di mostrare il proprio passaporto sul quale era stato impresso il marchio “forzato liberato”, in questo modo veniva loro preclusa ogni possibilità di reintegrarsi all’interno della società: i lavori onesti venivano loro rifiutati, le porte sbattute in faccia. Nell’impossibilità di potersi guadagnare onestamente da vivere l’ex forzato era destinato a delinquere di nuovo, di nuovo essere catturato e condannato con l’aggravante della recidiva: tre lettere marchiate a fuoco sulla spalla: G.A.L..
In questo sistema non solo non c’è possibilità di riabilitazione per l’individuo, il che rende vana ogni speranza di pentimento e ogni proposito di non delinquere più, ma la stessa società non diventa più sicura poiché all’ex forzato non viene data altra possibilità che tornare a delinquere per sopravvivere e dunque rimettere in libertà un forzato significa inesorabilmente dover fare i conti con nuovi reati.
È questa la ferma convinzione dell’ispettore Javert de I Miserabili, romanzo di Victor Hugo del 1862: un criminale resta un criminale dentro e fuori il bagno penale, non c’è nessuna possibilità di redenzione, chi ha commesso un reato è destinato a commetterne altri e il solo modo per rendere sicura la società è tenere questi uomini in prigione.
Mentre però per Javert si tratta di una questione morale, ovvero il reo è intimamente marcio e incapace di buone azioni, per Hugo si tratta di un problema relativo alla giustizia: il forzato liberato non ha la possibilità di tenersi lontano dal crimine se vuole sopravvivere perché è lo stesso sistema giudiziario che, con quella scritta sul documento e quelle lettere tatuate sulla spalla, gli preclude ogni possibilità di reinserimento.
La personalità di Jean Valjean, protagonista de I Miserabili, capace di atti criminali, di incredibile generosità e rispetto per la legge anche quando è a lui contraria, sarà causa di un cortocircuito nella mente di Jabert, costretto ad ammettere a sé stesso la fallacia delle sue convinzioni.

“È meglio prevenire i delitti che punirgli. Questo è il fine principale di ogni buona legislazione”

Cesare Beccaria: Dei delitti e delle pene, XL, Come si prevengono i delitti

L’abbandono della famiglia

Victor Hugo provava una profonda simpatia per i bambini, per i più fragili, per i più bisognosi e in questo testo trova spazio anche per loro nelle parole che il condannato scrive a proposito di sua figlia, una bimba innocente di tre anni che porterà su di sé lo stigma di avere un condannato a morte come padre.

“Ainsi, après ma mort, trois femmes sans fils, sans mari, sans père ; trois orphelines de différente espèce ; trois veuves du fait de la loi. J’admets que je sois justement puni, ces innocentes, qu’ont-elles fait? N’importe; on les déshonore, on les ruine; c’est la justice.”

Victor Hugo: L’ultimo giorno di un condannato a morte, cap. IX

“Così, dopo la mia morte, tre donne senza figlio, senza marito, senza padre… Non importa; disonorate, rovinate, è la giustizia”
La preoccupazione del condannato per le sue donne, soprattutto per la figlia di tre anni, le paure sul suo futuro si concretizzano nella storia dell’altro condannato con cui ha scambiato qualche parola e il soprabito: figlio di un ladro morto sulla forca, a sei anni era rimasto orfano di padre e di madre e sopravviveva con l’elemosina. In seguito iniziò a commettere piccoli furti, sempre più importanti a mano a mano che cresceva finché fu preso la rima volta e condannato a quindici anni di lavori forzati.
Hugo condanna il sistema che non si cura di cosa avviene ai figli del condannato, non si cura del loro mantenimento, nella loro educazione né di come impedire loro di seguire le orme del condannato una volta finiti in miseria, di come combattere il marchio infamante che determina l’esclusione dalla società e la condanna a una vita di espedienti.

Lo stigma sociale è il peggiore dei mali e Hugo ce lo ricorda di nuovo tra le pagine de I Miserabili a proposito di Fantine: una ragazza giovane e pulita, un personaggio amabile, una ragazza come tante che ha ceduto all’uomo che amava, che perde il lavoro e per mantenere sua figlia non ha altro da vendere che il suo corpo.
Cosa accadrà a questa bambina, figlia di prostituta, se un giorno dovesse perdere anche la madre? Cosa accadrà alla figlia del condannato?
Eugène Sue, nel suo I misteri di Parigi del 1843, romanzo in cui l’autore si scaglia contro la società del suo tempo che considera incapace di punire i veri criminali e aiutare chi, cresciuto nella miseria, non riesce a diventare un cittadino onesto, darà una risposta tragica a questa domanda.
Hugo deciderà invece di salvare Cosette, la figlia di Fantine e la figlia del condannato, deciderà di dar vita a un uomo, Jean Valjean, peccatore redento grazie all’intervento di un altro uomo, che la porterà al sicuro e le darà la possibilità di vivere nell’onestà.
Jean Valjean sembra prendere forma dall’altro condannato, quello che il protagonista incontra in cella nel capitolo XXIII: costretto a rubare un tozzo di pane per provvedere alla sorella e ai figli di lei, viene condannato a cinque anni di lavori forzati, aumentati di quattordici per i tentativi di fuga di Valjean. Uscito dal bagno penale con una manciata di soldi e un passaporto giallo che ne attesta lo stato di ex forzato, Valjean vede tutte le porte chiuderglisi in faccia e aumentargli il rancore e il disprezzo nei confronti del genere umano. Tutte le porte tranne una: un vescovo si dimostrerà tanto generoso nei suoi confronti da fargli ritrovare la fiducia nell’uomo e metterlo sulla buona strada: da quel giorno, da quell’azione di disinteressata generosità, Valjean cercherà non solo di mantenersi sulla retta via ma anche di restituire il bene che ha ricevuto e diffonderlo con azioni generose verso sconosciuti ai quali cambia la vita.
Victor Hugo era davvero convinto che dal bene nascesse il bene e dallo stigma solo il male.

Scriveva cesare Beccaria ne Dei delitti e delle pene:

La voce di un filosofo è troppo debole contro i tumulti e le grida di tanti che son guidati dalla cieca consuetudine, ma i pochi saggi che sono sparsi sulla faccia della terra mi faranno eco nell’intimo de’ loro cuori: e se la verità potesse giungere fino al suo trono, sappia che ella vi arriva co’ voti segreti di tutti gli uomini.

Cesare Beccaria: Dei delitti e delle pene, XXVIII, Della pena di morte

Non è un mistero che Victor Hugo abbia meditato a lungo sulle parole del Beccaria e gli abbia fatto eco dapprima nell’intimo del suo cuore, poi questa voce è diventata troppo forte. Sotto la sua finestra passava la folla diretta a Place de Grève, luogo delle esecuzioni pubbliche, ogni volta gli tornava come idea fissa la necessità di comunicare alla società quello che accadeva per le strade e sulla piazza mentre il mondo era occupato nelle sue solite attività, il pensiero dell’esecuzione lo distoglieva dalla sua attività di poeta e gli imponeva di agire, di dare il suo contributo all’abolizione della pena di morte.
E il suo impegno non si fermò lì, non si doveva solo abolire la pena di morte ma cambiare l’intero sistema giudiziario, cambiare la società, lavorare per creare una coscienza collettiva che desse a tutti la possibilità di vivere onestamente.

“Obbligate gli uomini a lavorare e farete di loro gente onesta”

Voltaire: Commento intorno al libro Dei delitti e delle pene, cap.X, Della pena di morte

Con i soldi ottenuti grazie alla generosità del vescovo, la prima cosa che Jean Valjean fa è impiantare un’industria di bigiotteria, è lavorare e dare lavoro perché procurarsi da vivere in modo onesto rende le persone oneste, compiere o essere destinatari di atti generosi rende generosi.
Il bene che si fa viene restituito.

Natura, storia e femminino sacro in Tess dei d’Urberville

Chiunque sia stato nel Dorset inglese comprende immediatamente quanto totalizzante sia l’impatto della natura in quella regione, anche oggi.
E se in Dorset non si può andare va bene lo stesso: basterà godersi alcuni dei dipinti di John Constable che per i suoi quadri migliori trasse ispirazione dalla campagna del Suffolk (vicino Cambridge) dove era nato e cresciuto.
Nei suoi romanzi però, Hardy non parla di Dorset ma di Wessex, l’antico nome che designava uno dei sette regni anglosassoni antecedenti la conquista normanna e non lo fa per vezzo ma per richiamare l’idea di un passato vicino agli elementi naturali, in armonia con i suoi tempi e i suoi ritmi.

  • Salisbury Cathedral from the Meadows
  • Castello di Hadleigh
  • Il mulino di Flatford

Thomas Hardy pubblica Tess in un momento di passaggio tra l’era vittoriana e il modernismo novecentesco in cui la tecnica e le scoperte scientifiche mutano profondamente la società britannica accelerando l’antropizzazione dell’ambiente e, più che nel paesaggio, il mutamento Hardy lo avverte nella mente umana, le strutture meccaniche che cercano di ingabbiare i cicli del tempo sono il prodotto delle sovrastrutture di società e morale che hanno nei secoli imprigionato la mente umana.

Questo commento e un po’ lunghetto e si articola in tre fasi riprendendo i tre temi principali del libro ovvero:

  • La Natura, protagonista dell’opera, che scandisce i tempi della vita umana
  • La Natura come inarrestabile evoluzione della storia
  • La Donna, creatura legata alla natura, ai cicli del tempo e rispettosa degli antichi riti

    Avverto che ci sarà larga profusione del termine “natura”.

Natura protagonista

La Natura ha il suo corso nel succedersi delle stagioni, del giorno alla notte, senza sosta, indifferente ai ritmi dell’uomo.
Natura esiste, indipendentemente dall’uomo e Hardy ce lo ricorda ambientando una delle scene finali a Stonehenge, un antico tempio pagano eretto da una civiltà estinta sulla quale è trascorsa la storia, passata, seppellendo i protagonisti di allora. Così accadrà a Tess, Alec e Angel e a tutti noi: Natura continuerà il suo corso e quanto più cercheremo di violentarla e piegarla al nostro volere, tanto più proseguirà inarrestabile.

Natura è crudele? Molti critici hanno interpretato così l’opera di Hardy. Non sono d’accordo: sarebbe crudele se si adoperasse per schiacciare l’uomo e farlo soffrire, invece non c’è volontà in questo bensì un semplice assecondare le leggi e i cicli che la governano. La causa della sofferenza umana appare invece determinata dalla volontà, questa tutta umana, di costringere Natura a seguire le leggi e i cicli dell’uomo civilizzato, cosa che non piò accadere. Da questo agone destinato a vedere l’uomo sconfitto, nasce la sofferenza umana e si definisce crudele ciò che crudele non può essere perché privo di volontà propria.

Può Tess essere vista come un’allegoria di Natura? Non so se Hardy avesse questo in mente ma non riesco a togliermi questo pensiero dalla mente: la violenza di cui è vittima all’inizio del racconto provoca sicuramente un forte trauma ma non la cambia nell’intimo: Tess è una creatura della natura e, come lei, il suo istinto predominante è di sopravvivere,quello che cambia, invece, è la percezione che la società ha di lei.

“Uno smisurato abisso sociale stava per scindere quella che d’ora in avanti sarebbe stata la personalità della nostra eroina da quella che un giorno aveva varcato l’uscio della casa materna per cercar fortuna nella fattoria di pollame di Trantridge.”

Tess d’Urberville, cap.XI

Lo stigma è tutto sociale e si manifesta nella sua crudeltà nel tempio delle sovrastrutture: in chiesa, quando “la gente, notandola, prese a bisbigliare fitto fitto.”. Per Natura non è accaduto nulla di sconveniente, nei campi Tess ritorna a sentirsi a proprio agio, è lì che si mostra libera di allattare il suo bambino e l’atto, in quell’ambiente che asseconda i cicli della vita, appare totalmente conforme alle leggi più alte e non scritte: sta solo partecipando a un rito naturale millenario.

Sia l’incontro con il maschio prepotente sia con l’uomo spirituale risultano infruttiferi, sterili nonostante la fertilità di Tess emani da ogni suo dettaglio.
Le sovrastrutture, tutte umane, della possessione e della speculazione falliscono nel tentativo di piegare la ragazza: la giovane continua a vivere e a voler vivere nonostante la tentazione di cedere all’oblio e, vivendo, porta alla rovina entrambi gli uomini che hanno tentato di possederla, nel corpo o nello spirito, e, nel possederla, di cambiarla.

Eppure c’è un momento in cui Angel sembra abbandonare la prigione mentale eretta dalla società e dalle convenzioni per abbracciare una visione più naturale: quando torna dai suoi genitori la prima volta per comunicare la decisione di sposarsi e riflette sulla distanza che adesso lo divide dalle loro convinzioni e dalle idee dei suoi fratelli:

“Le loro aspirazioni trascendentali, ancora inconsciamente basate su una visione geocentrica delle cose, un paradiso zenitale, un inferno nadirale, gli erano estranee quanto i sogni di persone di un altro pianeta. In quegli ultimi tempi aveva visto solo la ‘Vita’, aveva sentito solo il completo appassionato impulso dell’esistenza, non viziato, non contorto, non invischiato in quelle dottrine che futilmente cercano di tenere sotto controllo ciò che la saggezza si limita a regolare.”

“Lui notò le loro crescenti restrizioni mentali. Felix sembrava tutto lui e la “Chiesa”, Cuthbert, tutto lui e l'”Università”. Sinodo diocesano e Visitazioni erano la molla principale dell’universo del primo, Cambridge dell’altro.”

Tess d’Urberville, cap.XXV

Natura come inarrestabile evoluzione della storia

Natura è eterna, l’uomo non è che temporaneo, lo testimoniano le rovine di Stonehenge, le tombe, le case abbandonate degli antichi d’Urberville. Le vecchie tradizioni e i balli sono stati soppiantati da una rigorosa morale protestante in conflitto con quella cattolica romana, la stessa storia dei d’Urberville, un tempo aristocratici e ora estinti. Tuttavia emergono da sotto questa architettura posticcia, elementi degli antichi strati: nelle campagne satiri e ninfe danzano ancora, si accoppiano e si sfuggono come nell’antica mitologia, celebrano ancora l’Antica Tradizione, i riti pagani della danza delle fanciulle, “quando allegria e tempo di Maggio erano sinonimi, tempi lontani precedenti a quelli in cui la tendenza a prevedere tutto ha ridotto le emozioni a un monotono livello medio”.

Lo sa bene Tess che l’uomo non è che di passaggio e non lo sa in base a una conoscenza erudita ma grazie a un senso naturale delle cose, un sentire l’anima del mondo fluire nei ritmi del giorno e della notte, dell’estate e dell’inverno: osservando la vita delle creature animate e delle piante percepisce inconsciamente l’essenza transeunte di ogni vita rapportata all’eterna natura., lo sa quando non dà peso alle pretese aristocratiche del padre, lo sa quando declina l’offerta di Angel di renderla più istruita:

“A che mi serve sapere che sono solo un componente di una lunga schiera, trovar scritto in qualche vecchio libro di qualche creatura proprio simile a me e conoscere che reciterò la sua stessa parte, a rendermi infelice, ecco, solo a quello. La cosa migliore è dimenticare che la nostra natura e il nostro passato sono in tutto identici a quelli di migliaia e migliaia d’altri, e che il nostro futuro, le nostre azioni, saranno ancora uguali ad altre migliaia e migliaia.”

Tess d’Urberville, cap.XIX

Tess vive, non vuole essere istruita più di quanto le serva, non vuole cadere nei meandri della scienza e della speculazione che le fornirebbero spiegazioni non naturali: accetta la parte che deve recitare nel mondo perché sa che la conoscenza le toglierebbe l’impulso all’autoconservazione.

La ciclicità naturale, il succedersi dell’inverno all’estate e della notte al giorno scandisce anche le stagioni della relazione tra Tess e Angel: il corteggiamento estivo e diurno tra i campi e gli animali al pascolo si conclude al crepuscolo dell’ultimo giorno dell’anno, in inverno.
Come negli antichi miti legati alla fertilità, il seme dovrà essere sepolto e morire durante l’inverno per tornare a vivere a primavera: Adone dovrà trascorrere un terzo dell’anno con Proserpina per poi ricongiungersi con Afrodite, rinascere rinnovato, Angel dovrà perdere tutto per ritrovare quella Tess, la vera Tess che ha amato e non l’ideale di donna che le aveva costruito attorno.

La Donna, creatura legata alla natura

Angel idealizza Tess, la percepisce per quello che non è e di questa immagine si innamora, come il poeta che si pasce nell’idea della Natura materna, vive un’illusione dalla quale è risvegliato per la confessione di lei.

“Era allora, come si è detto, che Tess lo colpiva più intensamente. Non era più mungitrice ma la quintessenza immaginaria della donna, l’intero sesso, condensato in un unico tipico modello. La chiamava Artemide, demetra e con altri fantastici nomi, per stuzzicarla un po’ vedendo che lei s’inquietava, non comprendendoli.”

Tess d’Urberville, cap. XX

Tess non li comprende non perché non sia istruita come Angel ma perché il suo modo di essere non è legato a nessuna divinità bensì ai semplici e ordinati movimenti naturali, agisce secondo delle cause. Si percepisce come Tess sia legata a un mondo antecedente la creazione delle divinità, un mondo antico permeato ancora di magia in cui l’uomo può agire direttamente sulla Natura con un ballo di Maggio, senza l’intercessione di esseri onnipotenti o immortali.
Invece, come il colono nella nuova terra, Alec crede di aver trovato l’Eden, un terreno fertile, puro, incontaminato e cosa ne vuole fare? Vuole modellarlo a suo piacere secondo le regole di una morale imposta, secondo le leggi della società cui appartiene, non pensa che questa terra apparentemente immacolata possa aver avuto una vita prima del suo arrivo proprio come il colono non si cura dei riti e della vita del colonizzato, non intende assimilarne o comprenderne l’essenza ma impone dall’alto la moralità, la giustizia, la religione, le regole del maschio bianco occidentale.
Per Angel scoprire che di quel mondo di satiri e ninfe che ha lungamente desiderato un uomo ha già calcato il terreno è una sconfitta.

“La donna che ho amato non sei tu”

tess d’Urberville, cap XXXV

Ecco il primo brandello di vera sincerità tra Tess e Angel.

Nel romanzo la donna sembra molto più aderente alle leggi della Natura di quanto lo sia l’uomo. Forse perché meno istruita, meno ingabbiata nelle sovrastrutture che rendono prigionieri uomini come Alec e Angel o il padre di Tess ed Angel.
La madre di Tess è, tra tutti, il personaggio più vicino alle antiche leggi: la sigora Durbeyfield va avanti

“Sua madre non vedeva la vita allo stesso modo di Tess: l’episodio tormentoso di quei giorni lontani non era per sua madre che un incidente transitorio.”

Tess d’Urberville, capXXXI

La signora Durbeyfield non si ferma a meditare sugli incidenti che rallentano lo scorrere del ciclo vitale ma si piega al passaggio del vento della storia, come un giunco non oppone resistenza e sopravvive. C’è qualcosa di antico in lei, un’ombra di celtica saggezza che emerge e risalta ancora di più rapportata al comportamento del padre di Tess che rimpiange un passato di grandezza aristocratica che non ha mai vissuto.
Non è un caso che la vicenda sia ambientata intorno alle rovine di Stonehenge, residuo delle civiltà megalitiche e patria della madre di Tess e non è un caso che la famiglia d’Urberville, estinta, sia fatta risalire a quel popolo normanno che invase la Gran Bretagna nel 1066 con Guglielmo il Conquistatore portando le regole e la morale dell’Europa continentale.
Tess appartiene a entrambi i mondi: quello antico, mitico e leggendario dei ritmi ciclici e naturali della madre e quello violento, razionale e progressivo del padre e in lei vive lo scontro tra queste due concezioni dell’esistenza per cui è troppo strutturata per comprendere ancora la madre ma non lo è ancora abbastanza per rispondere adeguatamente alle leggi di Angel e della società.

“Tra la madre, con quel bagaglio spensierato di superstizioni, folclore, dialetto, ballate tramandate oralmente, e la figlia, coll’insegnamento ricevuto dalla Scuola Nazionale, e la sua Istruzione Tipo, esisteva un abisso di almeno duecento anni.”

Tess d’Urberville, cap.III

Per Hardy la donna non è una personalità del campo e della Natura: lei è parte della Natura:

“Ma i legatori più interessanti in questa compagnia erano quelli dell’altro sesso, a causa del fascino che una donna acquista quando diventa parte integrante della libera natura e non soltanto un oggetto posto in quel luogo, in un determinato momento. Un contadino è una personalità del campo, una contadina fa parte del campo: perde in un certo senso i suoi contorni, imbevendosi dell’essenza di ciò che la circonda, assimilandola”

“Le donne, le cui principali alleate sono le forme e le forze della Natura esteriore, conservando nell’animo assai più della pagana fantasia dei loro antichi padri,che della religione sistematica, insegnata alla loro razza in un’epoca più recente. (…) Diciamo la verità: le donne, generalmente, sopravvivono a queste umiliazioni, riacquistano coraggio e riprendono a guardarsi in giro con occhi colmi d’interesse. Finché c’è vita c’è speranza, non è una convinzione così sconosciuta alle tradite.”

Tess d’Urberville, cap XIV e XVI

Tess è viva, finché respira continuerà a pensare che c’è speranza. È una figlia della terra, risente delle leggi sociali ma risponde principalmente a quelle della Natura.

Conclusione

Angel ha sperimentato la vita immerso nella Natura, ha la sensazione di aver compreso cosa significhi vivere secondo Natura, privo di dottrine e speculazioni che allontanano l’uomo dall’essenza delle cose, dal nocciolo dell’esistenza.
Durante quel primo ritorno a casa che ho già citato, Angel percepisce come l’erudizione e il ragionar delle cose attraverso il pensiero altrui (che siano filosofi, padri della chiesa o scienziati) aggiunga strati addosso alla reale essenza allontanandolo dal cogliere la bellezza della semplicità.
Angel avverte nel padre un pessimismo affine a quello di Schopenhauer e Leopardi ed è per questo accenno di biasimo che io non credo che Hardy consideri la natura matrigna: questo modo di pensare è commiserato dall’autore che lo attribuisce a un personaggio vecchio e statico come il padre di Angel che per essere definito ha bisogno di essere associato a nomi più noti e importanti di lui, Wycliff, Lutero, Calvino, San Paolo, san Giovanni, san Giacomo, Leopardi e Schopenhauer e a correnti religiose e filosofiche: evangelico, conversionista, apostolico, determinista, pessimista e rinunciatario…
Quante cose può essere un uomo che vive immerso in quel magma che è la società? Vi sono talmente tante correnti in lui che l’immobilismo è l’unica vera caratteristica che lo distingue.
Al polo opposto si trova la madre di Tess: senza definizioni, senza esempi, mobile come l’acqua di un ruscello, sempre a casa perché la casa se la porta dentro, nel suo mondo di leggende e folclore.

Ribadisco il mio pensiero: per Hardy la Natura semplicemente è, esiste, risponde a leggi proprie e non è possibile piegarla alle esigenze umane: non ci resta che assecondarla.
Lo sconforto che prova l’uomo di fronte a lei risiede nella sconfitta che deriva dal tentativo di sottometterla.

Questa è, ovviamente, la mia opinione, il risultato di una lettura dell’opera che vada oltre il termine “vittoriano” e oltre la vicenda della protagonista. Un’interpretazione esattamente opposta la potete trovare a questo link: è un commento di Pietro Citati.

Approfondimento di altri temi

Ci sono alcuni temi cui ho accennato brevemente ma che potrebbero essere importanti per una lettura approfondita di Tess e dei suoi significati al di là della semplice opera di narrativa, al di là della storia che, se vogliamo, è un po’ grossolana e inverosimile. Temi che si collocano pienamente all’interno dell’epoca vittoriana: un’epoca di esplorazioni, di scoperte, di colonie, di scienza e di tecnica, un’epoca in cui esploratori, scienziati, missionari e arrivisti tornavano dalle colonie e riportavano in patria i racconti delle usanze e delle leggende dei colonizzati.

  • Il ramo d’oro di James Frazer: analizza il rapporto tra magia e religione e fa della prima l’antenata della seconda. Nell’opera di Frazer da principio l’uomo sembra essersi rivolto alla magia pretendendo di poter modificare, tramite semplici rituali definiti incantesimi, il corso della magia. A questo tempo antico ne succedette un altro che, verificata l’incapacità del singolo di imporre il suo volere sugli elementi e sulla storia, pose come intermediari delle creature superiori, divinità che se invocate, pregate e degnamente alimentate dai sacrifici, potevano intercedere per l’uomo sulla Natura. Alla prima era corrisponderebbero le civiltà celtiche, legate ai ritmi della natura e ai suoi elementi come gli alberi, il sole, il vento, alla seconda le religioni, pagane e rivelate.
  • Il grande mare dei Sargassi di Jean Rhys: in questa opera l’autrice riscrive la storia di Bertha Mason, alias Antoinette, prima moglie creola del signor Rochester di Jane Eyre, amata come un ideale di purezza e perfezione e poi rinchiusa nella soffitta del suo palazzo quando questo ideale non si concretizza più nella forma umana che Antoinette incarna.

Spero che siate arrivati a leggere fino in fondo e spero di esservi stata d’aiuto nell’approfondimento dell’opera che è molto più complessa e ampia di quel che sembra: non è solo trama e bellissime descrizioni, è una spiegazione filosofica attorno alla natura dipanata in un romanzo.

Cimbelino – William Shakespeare e il suo sogno

Cymbeline è uno dei drammi meno conosciuti e meno portati in scena di Shakespeare, forse perché, al contrario dell’Otello o Macbeth o dell’Amleto ma al pari degli altri play storici, non tratta di grandi passioni umane travolgenti ma narra una storia che è più un romance.
I romances, o late romances o drammi romanzeschi, di Shakespeare, sono quattro e sono Pericle principe di Tiro, Cimbelino, Il racconto d’inverno e La tempesta e sono definiti così perché difficilmente si possono definire commedie o tragedie: sono delle commedie in quanto finiscono bene ma presentano toni molto cupi se paragonati alle classiche Molto rumore per nulla o Sogno di una notte di mezza estate. Si contraddistinguono per un’atmosfera più oscura, i protagonisti sono in pericolo costante di morte, si parla di stupro e di tortura e non mancano presenze soprannaturali. Diciamo che per atmosfera possono essere chiamate commedie sì, ma alla Dante.
Questi aspetti cupi verranno poi assimilati dal romanzo gotico, soprattutto quello delle origini nel Settecento.

La trama

La storia del Cimbelino, che dà il nome al play ma non è il protagonista, si svolge nel I secolo dopo Cristo, i Britanni reclamano indipendenza dai tributi dovuti a Roma e su questo sfondo si consuma il dramma d’amore e gelosia di Imogene e Postumo. Imogene è figlia di Cimbelino ed erede al trono, ha sposato Postumo Leonato che non viene ritenuto degno della figlia del re e viene mandato in esilio in Italia mentre la fanciulla viene corteggiata dal figlio di primo letto della regina, Cloten. Durante la separazione dei due innamorati Leonato viene ingannato da un aristocratico italiano sulla fedeltà della moglie e ordina a un suo servo di ucciderla. Dopo varie peripezie e una guerra, Leonato e Imogene si riuniranno, Cimbelino ritroverà due suoi figli creduti morti, i cattivi faranno una brutta fine e la pace ritornerà tra Roma e la Britannia.

Robert Thew (British, Patrington 1758–1802 Stevenage) Pisano and Imogen http://www.metmuseum.org/Collections/search-the-collections/707745
L’incisione, del 1801, testimonia il nuovo interesse per il teatro shakespeariano visto in chiave gotica: la fanciulla innocente in bianco, il pericolo simboleggiato dalla spada, l’ambientazione selvaggia rimanda ai più grandi romanzi gotici della seconda metà del Settecento

Come in alte sue opere (il Re Lear per esempio) Shakespeare trae ispirazione da più opere del passato: per la storia d’Inghilterra si basa sulla Historia Regum Britanniae di Goffredo di Monmouth mentre per l’intreccio amoroso si rifà alla storia II. 9 del Decameron, (Storia di Bernabò, di Zinevra e di Ambrogiuolo) il cui cappello recita:
«Bernabò da Genova, da Ambrogiuolo ingannato, perde il suo e comanda che la moglie sia uccisa. Ella scampa, e in abito d’uomo serve ’l soldano; ritrova lo ’ngannatore, e Bernabò conduce in Alessandria, dove, lo ’ngannatore punito, ripreso abito femminile, col marito ricchi si tornano a Genova»
Novella che Shakespeare probabilmente non conosceva direttamente in quanto Boccaccio fu tradotto in inglese dopo il 1620 ma potrebbe averne letta la storia in una versione francese o in una traduzione di un testo tedesco, Frederyke of Jennen che della novella boccaccesca riprendeva i temi e approfondisce il tema dell’onore perduto della donna già affrontato in Molto rumore per nulla.
Il pretendente alla mano di Imogene, Cloten, è un perfetto idiota e offre ottimi spunti per quei lazzi umoristici, il comic relief shakespeariano, che hanno reso amabile il Bardo nei secoli.

Il collegamento con l’attualità

Il Cimbelino si colloca, nella drammaturgia shakespeariana tra i drammi romani, Coriolano, Giulio Cesare, Antonio e Cleopatra, e i drammi storici inglesi alla cui origine pone il Re Lear e che continueranno con Re Giovanni. In questo dramma si assiste alla prima vittoria dei Britanni sui Romani e ai primi movimenti di indipendenza, Coriolano si pone come trait d’union tra le due componenti storiche, quella romana e quella britannica, della sua produzione.

Stupisce, nel finale, la decisione del re celta vittorioso Cimbelino di tornare a pagare tributo a Roma e molti critici hanno voluto vedere in questa decisione un legame con il nuovo monarca: Giacomo I d’Inghilterra.
Giacomo, fu incoronato alla morte della protestante Elisabetta I nel 1603, il Cimbelino è del 1610 e nella stessa opera proclama sia la superiorità e il diritto di indipendenza della Britannia, sia la sua dipendenza da Roma.

Herbert Gustave Schmalz (1856-1935) – “Imogen”

“CIMBELINO:
Caio Lucio, benché vincitori, ci sottomettiamo a Cesare e all’impero romano. Promettiamo di pagare il consueto tributo. Ne fummo dissuasi dalla nostra malvagia regina: su di lei i cieli hanno calato il pugno pesante della giustizia.”

Cimbelino, Atto V, scena V

È facile vedere nella malvagia regina la figura di Elisabetta, seppellita da pochi anni (non è molto gentile questo atteggiamento da parte di Shakespeare, visto quanto deve alla defunta regina). Sono la regina e suo figlio Cloten che spingono il re a rifiutare di pagare tributo, a proclamare la separazione da Roma, dal centro della civiltà europea, un atteggiamento isolazionista gretto e provinciale stigmatizzato dal Bardo nel ritrarre Cloten come un idiota e la regina malvagia.
Non è così che si acquista grandezza: Shakespeare qui esorta l’Inghilterra a ergersi al pari di Roma e acquisirne l’eredità.
Pagare tributo“, “to pay our wonted tribute” non ha nulla a che fare con le tasse ma significa riconoscere il debito culturale che l’Inghilterra deve a Roma perché questo è il solo modo per diventarne il successore.

Nell’atto IV, scena II l’indovino rivela la sua visione a Caio Lucio, generale dell’esercito romano:

“Ed ecco cosa ho visto: l’uccello di Giove, l’aquila romana, volare dal molle mezzogiorno a questa parte di ponente, e qui svanire tra i raggi del sole.”

Cimbelino, atto IV, scena II

L’indovino interpreta la visione come segno di futura vittoria, in realtà, se si scompongono i versi nelle sue parti, il significato è ben diverso: l’aquila romana è simbolo del potere che giunge giustamente dal mezzogiorno (molle, ecco il Bardo fustigatore di cattivi costumi) e svanisce tra i raggi del sole: ovvero il potere imperiale, giunto al culmine della sua manifestazione, libratosi in alto tanto da non poter più essere colto dalla vista, svanisce nel sole per il quale i Celti avevano un forte culto e, negli ultimi versi della commedia l’indovino correggerà la profezia dicendo

“L’aquila romana si levava alta sull’ala da mezzogiorno ad occidente, poi diveniva più piccola, e svaniva nei raggi del sole. E questo adombrava un’unione nuova fra la nostra aquila imperiale, Cesare, e il radioso Cimbelino, che splende qui a occidente.”

Cimbelino, atto V, scena V

È un passaggio di consegne che avviene nella continuità, l’accogliere l’eredità culturale di Roma per ergersi a guida dell’Europa.
Questa di Shakespeare in realtà è più un desiderio che una premonizione in quanto la storia d’Inghilterra del XVII secolo la vedrà tanto presa dalle vicende politiche interne da non poter essere guida per nessuno, nenche per sé stessa visto che dovranno chiamare un olandese per “salvare l’infranta libertà” del paese.

SPARATA PERSONALE: pare che il ciclo dell’impero segua il Sole: se da Roma si è rivolto all’Inghilterra è pur vero che a Roma è giunto da Oriente, dalla Grecia che prima ancora l’aveva accolto dal Vicino Oriente e dopo l’Inghilterra dove è andato? A Occidente, negli Stati Uniti… c’è quasi da ipotizzare che, continuando a seguire il suo corso, in futuro si possa volgere oltre il Pacifico, in Cina.

Su questo dramma di Shakespeare ci sarebbero da scrivere mille altre parole: i riferimenti all’usura e alla compravendita, le stilettate contro la vita di corte, il biasimo nei confronti degli italiani, i meravigliosi versi dedicati al memento mori e la sublime varietà di registri che riesce a includere in una sola opera, dall’elegiaco al triviale, i giochi di parole, i riferimenti sessuali spinti (molto spinti)…
È un’opera matura e questa maturità traspare da ogni riga e forse proprio questa minor irruenza e maggior sofisticatezza fanno di questo testo uno dei meno rappresentati.
Tuttavia, se non possiamo vederlo sulla scena, la lettura resta un grandissimo piacere.

Le Metamorfosi di Apuleio: semi al vento

La grandezza di un’opera letteraria si misura nel numero di semi che ha lasciato dietro sé e che hanno attecchito e dato vita a piante e fiori.
A giudicare dal numero e dalla qualità delle opere che da Apuleio hanno preso spunto Le Metamorfosi si possono posizionare nell’Olimpo letterario.

In questo post parlerò delle relazioni esistenti tra Le Metamorfosi di Apuleio e altre grandi opere della letteratura quali il Decameron di Giovanni Boccaccio, Partenopeo di Blois, La Bella e la Bestia, l’Ulisse di James Joyce, Pinocchio di Collodi, il poema Psyche di Giovanni Pascoli e La Canzone di Marinella di Fabrizio de André.

Le metamorfosi di Lucio Apuleio narrano di un giovane, Lucio, che a causa della sua curiosità viene trasformato in asino e sotto queste sembianze vive una serie di avventure pericolose, passa per le mani di diversi proprietari che lo picchiano, affamano e lo umiliano fino a che, fuggito da tutti, su una spiaggia prega la dea di ritrasformarlo in uomo o farlo morire. La dea si impietosisce e gli rivela come tornare uomo, Lucio, come ringraziamento, deciderà di onorare la dea e di compiere il cammino di iniziazione verso il suo culto. All’interno del racconto a cornice sono inserite decine di altri racconti che servono a ritrarre la realtà che circonda Lucio e la più famosa è la Favola di Amore e Psiche, specchio interno dell’opera, in cui la giovane Psiche infrange la promessa fatta al suo sposo, Amore, di non vederlo mai e viene sottoposta a una serie di prove per dimostrare la sua fedeltà.
Questa la sintesi ridotta all’osso, se siete curiosi come Lucio e volete scoprire la bellezza delle Metamorfosi di Apuleio vi invito a dare un’occhiata a questo post.

Il libro di Apuleio ebbe fortuna alterna e incostante: scritto nel II secolo d.C., con l’affermarsi del Cristianesimo fu visto come un testo pagano da combattere. Sant’Agostino (tra il IV e il V secolo d.C.) fu tra gli ultimi a parlarne e a dargli il titolo con cui è passato alla storia: L’Asino d’Oro (anche per distinguerlo dalle altre Metamorfosi, quelle di Ovidio), dopodiché la Favola di Amore e Psiche contenuta nel testo apuleiano prese vita propria slegandosi dall’opera completa e assunse un valore allegorico affine alla dottrina cristiana mentre Le Metamorfosi scomparirono dalla scena letteraria nel V secolo.

BREVE PRECISAZIONE STORICA:
Il V fu un secolo dannato per la penisola italiana: la violenza, la devastazione, le carestie, le epidemie, i massacri che videro i Latini a partire dall’invasione dei Visigoti di Alarico nel 401 non sono paragonabili a nessun altro periodo storico e trascinarono per secoli l’Italia in un clima di insicurezza e debolezza che si concluse solo con la presa di potere dei Longobardi intorno tra il VII e l’VIII secolo. In questi secoli la cultura profana fu completamente abbandonata a favore della letteratura religiosa poiché i nuovi centri di potere e di cultura erano legati ai Vescovi o, nel caso di Roma, al Papa: le sole autorità in grado di fornire una struttura alla vita cittadina.
La laicità culturale fu recuperata quando si impose anche una sufficiente laicità di potere, in Sicilia con gli Angiò, per esempio, o in Toscana con le signorie dopo l’anno Mille.
Non è un caso che le testimonianze dell’opera di Apuleio, considerate testo profano, tacciano completamente tra il V secolo, periodo in cui ne scrisse Sant’Agostino, e il XII secolo, periodo in cui venne copiato il testimone più antico in nostro possesso.

A ridare vita al testo di Apuleio fu un toscano: Giovanni Boccaccio, che ebbe modo di frequentare la biblioteca del monastero di Montecassino e di trovarvi un testo che condizionò la sua attività di scrittore: Le Metamorfosi di Apuleio.
Uno dei testi del le Metamorfosi che passarono per le mani del Boccaccio fu una copia del XI secolo, dopodiché di questa opera non ci sono altre tracce fino al XIV secolo, quando lo stesso Boccaccio si cimentò nella sua trascrizione.

Giovanni Boccaccio: Decameron

È innegabile che una delle ispirazioni per la struttura del Decameron di Giovanni Boccaccio furono Le Metamorfosi di Apuleio: un racconto frammentato da novelle legate l’una all’altra attraverso la cornice, elemento fondamentale per la salvezza dei personaggi: in Apuleio si risolve con Lucio che abbraccia il culto di Iside e Osiride dopo l’orrenda trasformazione in asino e le terribili avventure, in Boccaccio i giovani fuggiti dalla peste ritrovano uno stato di armonia per riportarlo a Firenze.
Un legame forte tra i due testi è anche e soprattutto rappresentato dall’importanza della parola e dal piacere di raccontare. La parola, infatti, è il veicolo attraverso il quale si manifesta l’intelligenza dell’uomo e la sua superiorità rispetto a tutte le altre creature: narrano gli autori ma narrano anche i personaggi e lo fanno per il piacere di condividere, e gli uditori ascoltano per il piacere di ascoltare.
Si narra per piacere, si narra per intrattenere e si narra per istruire.
Altro fortissimo punto in comune tra i due autori è la capacità e la volontà che hanno avuto di ascoltare le narrazioni popolari e di consacrarle alla letteratura

Boccaccio non trasse ispirazione solo per la struttura a cornice ma ripropose anche alcuni dei racconti dello stesso Apuleio.
Se volete approfondire le analogie tematiche e stilistiche tra le due opere consiglio caldamente la tesi di laurea di Daiana Cauteruccio Le Metamorfosi apuleiane e il Decameron di Boccaccio: analogie tematiche e stilistiche.

Di due racconti in particolare c’è stata una era e propria trasposizione:

  • Racconto di Apuleio nel Libo IX, 17, Novella Boccaccio Giorno V, 10 di Pietro in Vinciolo: viene proposto il tema della donna fedifraga che, al rientro del marito Pietro, nasconde l’amante sotto una cesta dei polli. Passa di lì un asino che pesta la mano all’amante accovacciato portando alla luce il tradimento. La novella si conclude con la moglie che rimprovera Pietro perché non ha da lui ciò che ogni moglie si attende visto che il marito è interessato più agli uomini che alle donne e con i coniugi che trovano armonia coniugale spartendosi il giovane amante “non assai certo qual più stato si fosse la notte o moglie o marito accompagnato”.
    • All’interno della novella, proprio come avviene in Apuleio, viene riportato un’altro racconto detto “dello sternuto”: Al ritorno a casa Pietro, prima di scoprire il tradimento della moglie, riferisce che è rientrato a casa prima perché, nella casa in cui era ospite, la moglie era stata appena scoperta a tradire il marito: all’arrivo di Pietro e del marito la donna aveva nascosto l’amante in uno stanzino adibito allo sbiancamento dei panni. Le esalazioni provocarono ripetuti starnuti all’amante che alla fine fu scoperto, per sua fortuna visto che stava per morire soffocato (nella versione di Apuleio invece il giovane amante viene trovato morto).
      Le due narrazioni differiscono per l’importanza che viene data alle motivazioni della donna per il tradimento: in Boccaccio la moglie di Pietro utilizza la parola per far comprendere al marito perché lo tradisce e, alla fine, ne esce vincitrice.
  • Racconto di Apuleio nel Libo IX, 5-7, Novella Boccaccio Giorno VII, 2 dove Boccaccio riprende il racconto dell’amante nascosto nella giara. Le due novelle sono spassosissime e in entrambe moglie e amante trovano il modo di copulare alla presenza del marito senza essere scoperti.
  • Anche la Favola di Amore e Psiche di Apuleio viene ripresa da Boccaccio: nell’ultima novella del Decameron Griselda, giovane guardiana di pecore va in sposa al marchese di Saluzzo e viene sottoposta a prove terribili per testarne la fedeltà. Alla fine, come Psiche, la giovane supererà le prove e si immagina che in futuro avrà la vita felice che merita.
    Come accadde per la Favola di Amore e Psiche, anche la novella di Griselda ebbe vita propria ed fu ripresa dal Petrarca, da Chaucer nel Racconto del chierico, da Christine de Pizan ne La città delle dame, da Shakespeare nel Racconto d’inverno, da Perrault e da Trollope in Miss Mackenzie. Anche Vivaldi riprese la storia di Griselda in un dramma per musica adattato da Carlo Goldoni
Le livre appellé Decameron, Guillebert de Metz
« Le livre appellé Decameron, autrement le prince Galeot surnommé, qui contient cent nouvelles racomptées en dix jours par sept femmes et trois jouvenceaulx, lequel livre ja pieça compila et escripvi Jehan Boccace de Celtald en langaige florentin, et qui nagueres a esté translaté premierement en latin et secondement en françois, a Paris, a l’ostel de noble, sage et honneste homme Bureau de Dampmartin, citoien de Paris, escuier conseillier de trés puissant et trés noble prince Charles, VIe de son nom, roy de France, par moy Laurent de Premierfait, famillier dudit Bureau, lesqueles deux translations, par trois ans faites, furent accomplies le quinziesme jour de juing l’an mil quatre cens et XIIII »
Data di edizione : 1401-1500
Contributore : Guillebert de Metz, hôte de l’Escu de France à Gramont, copiste.

Partenopeo di Blois

Il Partenopeo di Blois è un romanzo cortese della fine del XII secolo composto da un autore anonimo in antico francese. L’opera unisce la materia di Bretagna alla favola di Amore e Psiche e narra del nipote del re di Francia che, durante una battuta di caccia al cinghiale nella foresta delle Ardenne, viene trasportato nell’impero bizantino dove vive in una città misteriosa con abitanti invisibili.
Melior, imperatrice di Costantinopoli, si innamora di Partenopeo solo a sentirne parlare e per due anni raggiunge il giovane di notte vietandogli però di vederla.
Partenopeo torna in Francia e la madre lo convince che Melior sia una creatura diabolica spingendolo a infrangere il voto di non vederla, esattamente come fecero le sorelle di Psiche. Il giovane, tornato dalla amata, grazie a una lanterna la vede nuda e lei lo scaccia perché a causa della sua curiosità, ha perso i suoi poteri.
Partenopeo verrà riportato nelle Ardenne ma tornerà a Costantinopoli mascherato per combattere in un torneo, vincere e sposare così la sua Melior. Come Psiche, dunque, si sottoporrà a una prova mortale per testimoniare il suo amore.
La storia di Partenopeo si interseca con quella di Melusina, la fata-sirena del Lusignano, nel Poitou resa celebre da Jean d’Arras nel XIII secolo

Fogli del  'Partonopeus de Blois'
Fogli del ‘Partonopeus de Blois’, copia del tardo XIII, riciclati come fogli di guardia in un incunabolo

La Bella e la Bestia

La fiaba de La bella e la Bestia possiede alcuni punti in comune con la Favola di Amore e Psiche, il principale è il tema del marito perduto che ricorre in moltissime fiabe e racconti popolari da Amore e Psiche a La bella e la Bestia passando per Il Principe Ranocchio dei fratelli Grimm e Il Re Porco di Straparola. Nella favola di Apuleio la sposa non può vedere suo marito col quale vive in un palazzo in cui i servitori sono invisibili, ha due sorelle invidiose che la spingono a infrangere la promessa fatta allo sposo di non vederlo mai insinuandole il sospetto che sia una creatura mostruosa.
Nella fiaba moderna Bella viene tenuta prigioniera da Bestia il cui palazzo è incantato come quello di amore e popolato da servitori invisibili, anche Bella ha delle sorelle (e dei fratelli) che causano l’allontanamento della giovane dalla Bestia ma il legame si manifesta soprattutto nel veicolo di metamorfosi: Lucio-asino deve mangiare delle rose per riappropriarsi del suo aspetto umano e anche l’aspetto di Bestia è legato allo stesso fiore che, come ho già scritto in questo post, rappresenta il cambiamento, la mutazione, il passaggio da una forma all’altra, da un’essenza a un’altra.

Locandina La Bella e la Bestia

James Joyce: Ulisse

Apuleio sembra aver influenzato anche James Joyce per la scelta di temi e struttura: l’avventura picaresca di Apuleio, il viaggio di Lucio-uomo e Lucio-asino, porta a una conoscenza più approfondita della condizione umana, delle sue miserie e delle sue elevazioni e si conclude con Lucio, tornato uomo, che viene iniziato al culto della dea Iside a seguito della visione della dea sorgente dalle acque. Il viaggio di Leopold Bloom dura un giorno durante il quale il protagonista osserva la città e i concittadini mostrarsi nei loro aspetti più alti come in quelli più bassi. Come Lucio, Leopold è curioso, ama andare a fondo nella conoscenza e meditare su quel che vede e sente.
Ho già accennato in questo post come il contesto in cui si svolge la vicenda di Lucio, la disgregazione dell’Impero Romano, il crollo degli dei e dei valori classici che lo portano ad abbracciare una nuova fede di rinnovamento, sia simile al contesto storico e letterario in cui scriveva James Joyce il cui componimento più rappresentativo è il poema The Waste Land di Thomas Stearns Eliot: un’epoca caratterizzata dalla presa di coscienza della fine di un secolo e di una intera cultura con tutti i traumi e le lacerazioni che ne conseguono, la perdita dei punti di riferimento tradizionali, la caduta dei valori socio-comunitari, il sentimento di una civiltà esaurita.
Ma se in Apuleio la salvezza dell’uomo è interpretata in chiave mistico-religiosa, in Joyce la meta del viaggio è lo splendido monologo finale di Molly Bloom con tutti i suoi “sì” sussurrati e urlati, entusiasti di vita, di vita terrena e carnale: il trionfo dei sensi e dell’umanità.
Un secondo parallelo strutturale tra le Metamorfosi di Apuleio e l’Ulisse di Joyce è l’utilizzo della tecnica della mise en abyme: in questo post ho sottolineato come la favola di Amore e psiche sia in realtà uno specchio interno metaforico della vicenda del racconto principale di Apuleio. Anche nel testo di Joyce si ritrova una duplicazione, anzi due: la prima nel capitolo definito Rocce erranti in cui Joyce dà vita a diciotto microepisodi che vedono protagonisti le comparse dell’Ulisse, la seconda in Circe in cui i personaggi e gli oggetti dell’Ulisse ritornano in una sorta di rappresentazione visionaria al limite della comprensibilità.
Ma è nel capitolo Nausicaa che Joyce paga il vero tributo ad Apuleio, in parte rivisitando la Favola di Amore e Psiche, in parte ricordando la visione di Lucio sulla spiaggia: i due amanti, Bloom e Gerty, non si vedono chiaramente ma si immaginano, lei lo idealizza immaginandolo come marito perfetto ma solo a causa della miopia e dell’oscurità, si offre alla sua vista e al suo desiderio e nel momento in cui Bloom la vede per quel che è, fisicamente menomata, l’incanto si rompe, Bloom si sveglia dal sonno dei sensi e, dopo aver fatto la figura dell’asino, se ne va, come Amore dopo che Psiche ha rotto la promessa.
Ci sono altri piccoli richiami alle Metamorfosi di Apuleio disseminati nel capitolo Nausicaa, il principale è proprio la scelta del luogo: la spiaggia. Lucio arriva alla spiaggia al termine del suo viaggio e invoca la dea affinché o salvi o lo lasci morire. La dea appare e gli rivela la via per la salvezza e la trasformazione da asino a uomo. La dea emerge dalle acque dopo la preghiera di Lucio (Libro XI, 2) e viene ricordata in una seconda invocazione una ventina di pagine dopo (Libro XI, 25) in una preghiera che ricorda l’Ave Stella Maris (Ave Stella del Mare), inno religioso composto tra il V e il IX secolo, un inno in cui si ricorda la grandezza della Vergine e il suo potere salvifico.
L’episodio Nausicaa dell’Ulisse avviene sulla spiaggia di Sandymount, vicino alla chiesa “Star of the Sea” (Stella del mare). Joyce sicuramente conosceva il testo di James Frazer Il ramo d’oro in cui l’autore accusava il cattolicesimo di essersi appropriato dell’immagine di Iside per cucirla addosso a quella della Vergine Maria, nel caso dell’epiteto Stella Maris riallacciandosi all’azione protettrice di Iside sui marinai che venne poi estesa anche alla Vergine.
Ma in Ulisse la dea non appare, non rivela a Leopold la strada per la salvezza, la Vergine rimane un edificio inanimato, una citazione che non porta evoluzione, una contingenza.
Il capitolo Nausicaa dell’Ulisse è scritto con uno stile che ricorda le storie d’amore e vi si specchia un ulteriore storia d’amore, più antica, più alta, quella di Amore e Psiche; allo stesso tempo al culto della vergine Maria rappresentato dalla chiesa Star of the Sea, viene contrapposto un altro culto, più antico, quello dedicato alla dea Iside. Nel pensiero di Joyce la modernità poggia le fondamenta sul passato che riemerge costantemente e che è parte dello stesso presente, accade nel presente, come nei monologhi di Stephen Dedalus passato e presente si confondono, si seguono e precedono e il lettore fatica a scinderli.

Leopold Bloom e Gerty sullaspiaggia di Sandymount, www.wakeinprogress.com
http://www.wakeinprogress.com/2015/07/ulysses-chapter-13-nausicaa.html

Carlo Collodi: Le avventure di Pinocchio

Se ci pensiamo un attimo ci appaiono immediate le analogie tra le Avventure di Pinocchio, il burattino di legno che diventa bambino a seguito di una lunga serie di disavventure e prove, e le Metamorfosi di Apuleio:

  • Pinocchio riceve due avvertimenti alla prudenza: dal merlo bianco e dal grillo parlante,
    • Lucio viene messo in guardia dalla zia Birrena sulle arti magiche di Pànfile e Amore mette in guardia Psiche dalle conseguenze di seguire le sue sorelle.
  • Pinocchio trascorre con Lucignolo cinque mesi di cuccagna a seguito dei quali prima spuntano loro orecchie da asino e poi vengono trasformati proprio in asini, passano per diverse mani, vengono addestrati per esibirsi in spettacoli.
    • Anche Lucio, come sappiamo viene trasformato in asino per aver ceduto alla tentazione di provare su di sé le arti magiche. In forma di asino passa per diversi proprietari e finisce in possesso di un ricco magistrato che lo vuole protagonista in spettacoli osceni.
  • Quando Pinocchio-asino si azzoppa, viene venduto per ricavarne pelle da tamburo e per ucciderlo il proprietario lo affoga. In acqua Pinocchio torna burattino e fugge.
    • Lucio riesce a non partecipare allo spettacolo del magistrato e fugge per mare, arrivato su di una spiaggia immerge il capo sette volte in acqua come purificazione.
  • Pinocchio viene mangiato da un pescecane, incontra nel suo ventre il padre Geppetto e lo salva.
    Fuggito col padre sule spalle, immagine che ricorda Enea che fugge da Troia con il padre Anchise sulle spalle, Pinocchio perde le forze e viene salvato da un tonno, anche lui fuggito dalla pancia del pescecane seguendo l’esempio del burattino. Tornati sulla terraferma Pinocchio ha modo di compiere buone azioni cosicché una mattina, svegliandosi dopo aver sognato la Fata, si risveglia trasformato in bambino vero, trova il papà Geppetto guarito dalla malattia che lo teneva a letto e una borsa piena di zecchini d’oro.
    • Dopo il rito della purificazione Lucio invoca il soccorso della dea che gli appare e indica la via da seguire per la rinascita, mangerà le rose e accederà ai culti, prima a quello di Iside e in seguito a quello di Osiride.

Giovanni Pascoli: Psyche

Anche Giovanni Pascoli fu attratto dalla Favola di Amore e Psiche: nel suo poema intitolato alla dea e pubblicato nel 1904, incluso nei poemi conviviali, la storia viene ripresa con un interessante commistione di riferimenti ai temi dell’apollineo e del dionisiaco laddove Amore rappresenta l’apollineo e il dio Pan il dionisiaco.
Nel Poema Psyche, abbandonata da Amore, vive nel suo palazzo popolato dalle voci, di queste voci Psyche è serva, contrariamente a quanto accade nella favola di Apuleio. Intorno al palazzo si aggira Pan, mostro spaventoso che infesta il territorio e che però riesce a essere di una dolcezza infinita quando suona, la riporta col pensiero al suo matrimonio e all’errore che commise di voler vedere il suo sposo nonostante il divieto.
Le voci padrone la tormentano: l’una le intima “Non devi!”, l’altra, più dolce e amica “Devi!” e questa seconda ascolta Psyche e si sottomette alle prove, come nella favola di Apuleio, nonostante il desiderio di porre fine alle sofferenze e morire.
Nel poema di Pascoli, all’ultima prova, Psyche cade nel fiume Acheronte, Pan la raccoglie e se la porta al seno, “e in sé ti cela a tutti”.
Tutti cercano la fanciulla: le genti, Caronte, persino il cane cui aveva dato la focaccia per passare, ma nessuno più la troverà, “Chè Pan l’eterno t’ha ripresa, o Psyche”.
Pascoli riprende qui la favola di Psiche che desidera morire per amore e verrà salvata da Pan, incarnazione del piacere carnale e terreno. Tra le braccia di Pan, Psyche rinascerà a nuova vita, forse farfalla (ψυχή, psyché, in greco significa sia “anima” sia “farfalla”, cit. Aristotele) come sembrano annunciare i versi finali “O sei nel bozzolo d’un verme / forse racchiusa, o forse ardi nel sole”, lasciando un’idea di circolarità, di metamorfosi. L’idea è che Psyche, caduta nell’Acheronte per Amore, possa rinascere nel Sole (Apollo) attraverso un’esperienza panica, un tema che si ritrova anche nella poesia Il Fanciullo contenuta nel capitolo XIX del Fanciullino.
Questo aspetto meriterebbe un post dedicato di approfondimento…

Ernst Klimt: Pan consola Psiche
Ernst Klimt: Pan consola Psiche, 1892, olio su tela, collezione privata.
In questa immagine Psiche ha ali di farfalla
Cupido e Psiche di Middleton Jameson
Cupido e Psiche di Middleton Jameson, 1898. Psyche viene ritratta con ali di farfalla

Fabrizio de André: La canzone di Marinella

Quasi sicuramente non legato direttamente alla Psiche di Apuleio ma ricalcante le orme della Psyche di Pascoli mi è sembrata la Canzone di Marinella

Che scivolò nel fiume a primavera
Ma il vento che la vide così bella
Dal fiume la portò sopra una stella

La canzone narra di Marinella, una giovane di cui si invaghisce un re. Marinella segue il re e i due trascorrono una notte d’amore nei prati, tornando a casa la ragazza scivola nel fiume e muore e il vento la trasporta tra le stelle.
La presenza del vento che trasporta Marinella tra le stelle si ritrova nello Zefiro della favola apuleiana che solleva Psiche addormentata e la porta davanti al palazzo di Amore ma la morte della fanciulla mi fa pensare di più alla versione del Pascoli.
Questa associazione è un’idea solo mia, un azzardo, un’eco joyceiana di incastri poiché è risaputo che de André prese spunto da un fatto di cronaca nera per la sua Marinella: dall’omicidio della prostituta di 16 anni Maria Boccuzzi, gettata nel Tanaro nel 1953, però a volte le storie si ripetono in una circolarità eterna che unisce un mito antico a una poesia dei primi del Novecento a un fatto di cronaca.

La canzone di Marinella – Fabrizio De Andrè e Mina

La Rosa come simbolo di trasformazione, rinascita, femminino

Questo post nasce come estensione di quello dedicato all’Asino d’oro o Le Metamorfosi di Apuleio che potete trovare qui: poiché le digressioni sull’asino e sulla rosa come simboli rischiavano di essere troppo lunghi e di appesantire un commento che era già di per sé corposo, ho deciso di dedicare loro un approfondimento separato lasciando alle Metamorfosi il loro spazio ma permettendo anche a chi fosse CURIOSO (😁) di conoscere l’origine e l’evoluzione dei simboli nella storia di sviscerare l’argomento.

Il simbolo della rosa è strettamente legato al tema della trasformazione e della rinascita.
Uno dei primi miti che ci parlano di questo fiore è quello di Afrodite/Venere e Adone, ci sono più narrazioni di questa leggenda a seconda del significato che le si vuole dare, in questo caso mi limito a raccontare come è stato assorbito dalla mitologia greca perché il culto di Adone è uno dei più antichi e complessi che ci siano e non intendo trattarne qui con completezza.
Secondo alcune fonti greche Adone era frutto di un incesto; cresciuto dalle Naiadi, il bambino era talmente bello che fece innamorare di sé sia Afrodite che Persefone per cui Zeus, chiamato a risolvere la questione, decretò che il giovane vivesse un terzo dell’anno con Persefone, un terzo con Afrodite e un terzo come voleva.
Sempre secondo alcune fonti Adone fu ucciso da un cinghiale mandato da Ares, geloso di Afrodite, la dea, nell’accorrere per salvarlo, si ferì tra i rovi e da quel giorno nacquero le rose rosse (o tinse le rose di rosso… entrambe le versioni sono diffuse). Zeus, commosso dal dolore di Afrodite per la morte dell’amato, concesse ad Adone di vivere quattro mesi nell’Ade, quattro sulla terra con Afrodite e quattro come più desiderava.

Marte, Venere e Adone – Giulio Romano (1527-1528) – Collocazione: Mantova, Palazzo Te, camera di Psiche.
Ne dipinto Cupido indica il piede di Venere che calpesta una rosa tingendola di rosso con il suo sangue.

Nell’Impero romano era rimasta questa correlazione tra il fiore della rosa e l’idea di morte nei Rosalia, commemorazioni dei defunti che avevano luogo tra maggio e luglio in cui si offrivano fiori sulle sepolture; questi fiori, rose o viole, venivano distribuiti durante un banchetto a sottolineare il legame tra mondo dei vivi e dei morti, tra al di qua e al di là.
Per le analogie con Venere/Afrodite la rosa viene associata anche al culto di Iside, sappiamo che la rosa veniva utilizzata per la fabbricazione di unguenti odorosi ma non ho trovato riferimenti diretti tra il culto di Iside nell’Antico Egitto e il simbolo della rosa.

La rosa era anche presente nel culto di Dioniso perché si riteneva che impedisse agli ebbri di rivelare i propri segreti e il suo legame con i silenzio viene narrato anche in una leggenda che vuole Afrodite dare una rosa al figlio Eros e questi consegnarla ad Arpocrate (Horus bambino) come ad assicurare che i segreti della madre erano al sicuro. Di qui l’espressione latina “Sub rosa dicta velata est”. Lo stesso papa Adriano VI fece scolpire sui confessionali una rosa a cinque petali come simbolo del vincolo di segretezza della confessione.

Arpocrate
Statua di Arpocrate del periodo tolemaico, Calouste Gulbenkian Foundation, Lisbona

Il tema del silenzio si ricongiunge con i culti misterici cui Lucio viene iniziato ne L’Asino d’oro come caratteristica principale, l’etimologia stessa della parola lo rivela in quanto proviene da una radice indoeuropea che significa chiudere la bocca, da questa radice sarebbero derivati i termini greci μύω [myo] (iniziare ai misteri), μύστης mystes e il termine “muto”.

Con questa breve digressione si comprende facilmente perché l’asino Lucio, per riacquistare le sembianze umane, debba cibarsi di rose:

  • come Adone dovrà morire (o desiderare di morire in questo caso) per rinascere a nuova vita in un rito di passaggio che è parte integrante dell’iniziazione ai culti misterici di Iside e Osiride
  • come Horus/Arpocrate sarà legato al vincolo del silenzio riguardo tutto quel che concerne i riti orfici.

I festeggiamenti romani dei Rosalia non si sono estinti con l’Impero ma sono sopravvissuti, trasformandosi nei secoli, in vari culti e religioni.
Da culto principalmente funebre si è trasformato in festa di resurrezione della vita universale, naturale e umana, sempre associato ai fiori e al culto di divinità protettrici come la greca Demetra o la romana Cerere, madre di Persefone/Proserpina, dea delle messi e dell’abbondanza associata poi al culto di Iside e, per associazione, a quello di Venere e mariano.
I Celti festeggiavano il 1° maggio Beltane, la festa del sole trionfante che divenne, nella cultura cristiana, il Calendimaggio ma qualcosa rimase sempre dell’antica celebrazione dei defunti in quanto, nella notte di veglia tra il 30 aprile e il 1° maggio, si entrava in comunicazione con il mondo infero e con i morti e sulla notte vegliava la Grande Madre della fertilità che dominava sui semi (simbolo di morte e rinascita, di passaggio nell’oltretomba per uscirne in fiore) e sui morti.
In Irlanda veniva scelta una fanciulla che, incoronata di fiori, “regnava” su feste, danze e giochi.
Se da un lato in queste feste del 1° maggio si festeggiava la fertilità, l’abbondanza e la resurrezione, dall’altro, sempre secondo una tradizione romana, si celebrava anche una dea severa e casta: Fauna, o Bona Dea, divinità delle selve, spesso rappresentata con un serpente, a volte identificata con Cibele. Nei templi di Bona Dea erano esclusi gli uomini, si diceva infatti che nessun maschio l’avesse mai vista. Bona dea regolava l’uso del vino da parte delle donne e, in epoca arcaica, presiedeva all’ingresso delle ragazze nella società degli adulti. Alcuni elementi infatti lasciano scorgere nel complesso cultuale di Bona Dea un’antica istituzione iniziatica.

Bona Dea
Statuetta di Bona Dea (I-II secolo) Museo Barracco (Roma)

Regina di queste feste era, tra tutti i fiori, la rosa: simbolo non più solo di rinascita ma di trasformazione, di passaggio, dalla sterilità invernale alla fecondità primaverile e quindi, per migrazione dei simboli, torna a ricoprire il ruolo di simbolo dell’amore con una valenza sessuale: indicando sia la vergine sia la madre e quindi il passaggio dall’una all’altra.
Con la diffusione del Cristianesimo queste celebrazioni confluirono nel culto della Vergine Maria: vergine e feconda.

In letteratura la rosa venne accostata quasi sempre all’amore, celebre è il “Romanzo della Rosa“, poema allegorico del XIII secolo in cui l’eroe protagonista deve conquistare la rosa che simboleggia sia l’amata vergine che l’organo sessuale dell’amata stessa. Il poema, la cui storia editoriale e critica è ricchissima di aneddoti, inizia proprio in maggio con l’autore Guillaume de Lorris che dice:

“Sognavo che era di maggio (…) il mio sogno mi poneva nel mese di maggio, mese degli amori, pieno di gioia, al tempo in cui ogni cosa gioisce”

Romanzo della Rosa
B.N.F., ms. fr 378 f°13 recto

Celebre è poi la rosa come veicolo di metamorfosi ne “La Bella e la Bestia” che ha molti punti in comune con la favola di Amore e Psiche di Apuleio. In questa fiaba il padre di Bella ruba una rosa dal giardino di Bestia scatenando la furia del mostro così come Psiche scatenò la rabbia di Amore contravvenendo al divieto di non cercare mai di vederlo in volto.

Barbe Bleue, di Gustave Doré
Barbe Bleue, Les Contes de Perrault, incisione di Gustave Doré, Paris, Jules Hetzel, 1862, planche en regard de la p. 56

Rinascita, segreto, fertilità e verginità, la rosa rappresenta il cambiamento, il passaggio da una forma a un’altra, la coesistenza stessa di due forme, di due essenze diverse nella stessa persona. Rappresenta quel limes, quel confine che, nel momento stesso in cui lo si varca, esiste e già non esiste più.
Mi torna in mente una citazione di de André, La canzone di Marinella (nella quale si possono trovare elementi in comune con la favola di Amore e Psiche)

“E come tutte le più belle cose
vivesti solo un giorno
come le rose”

Fabrizio de André – La Canzone di Marinella

La rosa, questo fiore effimero come il passaggio, come il cambiamento, che cessa di essere perfetta nel momento stesso in cui raggiunge la perfezione, viene ricordato da de André associato a una giovane, Marinella che, poco dopo aver amato il re, scivolò nel fiume per essere trasformata in stella.