Matrimonio Siriano di Laura Tangherlini. Echi letterari dell’assurdo e del distopico

Il libro Matrimonio Siriano è uscito nel 2017 con la Infinito Edizioni grazie a un progetto di crowdfounding, ho già parlato in questo post della presentazione cui ho assistito ad aprile.
Adesso che il libro è stato ripubblicato con Rubbettino Editore ed è stato generosamente ampliato con un approfondimento su quella che è la situazione politica attuale e sulle prospettive che si aprono ai profughi siriani.
L’opera è un misto di saggistica e reportage ma vorrei porre l’attenzione sui rimandi letterari che si trova di fronte il lettore.

Ho avuto la possibilità di introdurre l’autrice Laura Tangherlini in collaborazione con la volontaria di Emercency Carla Luzi durante una sua presentazione del libro presso la Libreria Mondadori di Fano, in fondo al post, per i curiosi, lascio il mio intervento che è una sintesi molto stringata di questo post.

  • Matrimonio siriano - il team dell'evento

È istintivo trovare un paragone con i reportage di Oriana Fallaci.
Quello che accomuna le due autrici, oltre al fatto di essere italiane, donne e giornaliste, è il coraggio che non è quello macho di sfidare il pericolo noncurante delle conseguenze e senza paura ma è il coraggio di affrontarla questa paura. Oriana scriveva in “Niente e così sia” che “ci vuole un amico alla guerra, ci vuole qualcuno a cui dire “Ho paura” e la paura non è solo quella della guerra ma è anche e soprattutto la paura di confrontarsi con una realtà dolorosa coscienti della possibilità di ritornare feriti, scossi, turbati dalle testimonianze raccolte, dalle immagini di guerra, povertà ed emarginazione che arrivano dagli occhi dei bambini e delle madri.
È la coscienza del pericolo emotivo e delle sue conseguenze che rende coraggiosi.

Matrimonio Siriano è un’opera a cornice: c’è un racconto principale, il viaggio di nozze di Laura e Marco e in ogni luogo, a ogni incontro, vengono narrate le storie dei protagonisti del fenomeno migratorio che coinvolge i profughi siriani, certo, ma anche le tante realtà benefiche di cooperazione e le ONG che collaborano a rendere migliore la condizione dei siriani in Libano, Giordania e Turchia, ci sono i racconti delle popolazioni sul cui territorio questi profughi sono accolti, che temono che la situazione possa protrarsi a lungo e che i profughi finiscano di “rubare” il poco lavoro che c’è o che contribuiscano a far abbassare ulteriormente le paghe per i lavori manuali, ci sono poi i racconti dei profughi che riescono a farcela e si mettono a loro volta al servizio dei più bisognosi.

Matrimonio siriano, per la sua struttura e narrazione, è più vicino alla letteratura che alla saggistica, è più vicina al memoriale: è una raccolta di microstorie, di nomi, luoghi, persone, ricordi, immagini in parole come un caleidoscopio che muta l’immagine e la restituisce mutata a seconda della rotazione impressa da chi ci guarda attraverso. Allo stesso modo il libro, per la sua frammentazione, restituirà al lettore un’immagine specchio di come avrà voluto affrontare questa lettura: se concentrandosi più sull’aspetto politico, umano o figurato.

E il grande vantaggio che apporta questa lettura piuttosto che una intervista televisiva è il tempo: il tempo che il lettore dedicherà a queste parole. Perché se è vero che un’intervista televisiva ha un impatto molto forte su di noi perché al racconto si uniscono le immagini e i suoni, è anche vero che questo impatto è meno duraturo perché sarà limitato nel tempo a qualche minuto e perché immediatamente dopo verremo impattati da un altro racconto, un’altra intervista che andrà a sovrapporsi a quella che abbiamo appena visto e ascoltato. La lettura è sintetizzabile come una serie di microimpatti ripetuti nel tempo che si sovrappongono l’uno all’altro creando uno strato di consapevolezza che agirà da sotto la nostra coscienza mentre la televisione agisce sulla superficie. Stratificandosi si farà più incisivo e determinante.

Dal punto di vista letterario e culturale, come lettrice sono rimasta colpita dalle storie raccontate da Laura nel suo libro perché hanno evocato altre storie e altri racconti già sentiti o visti nei libri letti o nei film visti e molto è legato a un certo tipo di letteratura distopica o dell’assurdo.
Ci sono molti passi che ricordano Il maestro e Margherita di Bulgakov e sono i passi relativi ai documenti. Bulgakov era uno scrittore russo che scriveva ai tempi dell’Unione Sovietica. Il Maestro e Margherita fu scritto e riscritto tra il 1928 e il 1940 per essere pubblicato postumo tra il 1966 e il 1967. Ne “Il Maestro e Margherita” c’è una frase che mi ritorna continuamente alla memoria e che è molto indicativa di come fosse burocratizzato il regime sovietico ovvero:

“Se non esistono i documenti, non esiste neppure la persona”.

In Bulgakov questa asserzione ha risvolti comici e assurdi: documenti correttamente conservati d’improvviso scompaiono allo scomparire delle persone mentre, allo stesso tempo, il diavolo riesce a esibire con noncuranza il suo biglietto da visita-documento che prova che lui è il professor W. e si esibirà a teatro.
In “Matrimonio siriano, un nuovo viaggio” il problema dei documenti viene ripetutamente affrontato proprio a indicarne l’importanza: molti profughi siriani non hanno potuto portare con loro i documenti oppure li hanno perduti nella fuga o glieli hanno sequestrati. Di fatto ci troviamo di fronte a un mare di invisibili, di inesistenti: tutti coloro che non potranno presentare un certificato di nascita saranno inesistenti e non potranno usufruire degli aiuti molti dei bambini nati da genitori profughi si ritrovano senza il certificato di nascita perché i genitori non possono produrre il certificato di matrimonio, tutti coloro che non potranno presentare un certificato di matrimonio non potranno richiedere il ricongiungimento familiare e anche per questo i numeri che escono dalle statistiche sui profughi sono in realtà numeri per difetto, per grande difetto. i sono organizzazioni umanitarie come Intersos che si occupano proprio di questo: aiutare i profughi a trovare i documenti che certifichino la loro esistenza e diano loro diritto a un sostegno economico.

Woland Behemoth e Koroviev, protagonisti de Il Maestro e Margherita

Un altro rimando letterario culturale che emerge dalla lettura è legato al Dottor Zivago, il film interpretato da Omar Shariff e tratto da un libro di Boris Pasternak. È la scena in cui il dottor Zivago, mentre cammina nella neve per tornare a casa o andare in paese viene arruolato a forza dai partigiani rossi ai quali serve un medico, di fatto lo rapiscono e lo obbligano a stare con loro per circa due anni senza che nessuno possa avvisare la famiglia, il dottor Zivago sparisce nel nulla e nessuno ne ha più notizie. È lo stesso che è capitato a molti uomini siriani e che potrebbe capitare a tutti i rifugiati maschi di ritorno in età adatta al servizio militare: verranno immediatamente coscritti e obbligati a prestare servizio militare per poi sparire nelle caserme o essere mandati al fronte come prima linea, carne da macello spendibile in quanto, fuggiti dalla Siria, hanno dimostrato di non supportare il regime di Bashar al Assad e quindi o sono traditori destinati al carcere o alla morte, oppure diventeranno carne da macello.

Omar Shariff ne “Il dottor Zivago” di David Lean


Per chi vorrà trovare lavoro durante la ricostruzione sarà ugualmente necessario aver prestato servizio militare: l’arruolamento sarà condizione necessaria, in molti casi, per poter godere di un posto pubblico o un impiego duraturo e questo è Heinlein, maestro della letteratura fantascientifica che nel suo Fanteria dello spazio “Starship troopers”, da cui è stato tratto anche un film nel 97, teorizza come condizione primaria per godere dei diritti civili l’aver servito nell’esercito. Il Servizio Federale volontario è requisito primario per godere dell’elettorato attivo, dell’elettorato passivo e della possibilità di insegnare storia e filosofia.

Scena da “Starship Troopers”, film di Paul Verhoeven del 1997

Non è necessario essere degli esperti di politica internazionale per capire che tutte le guerre fanno schifo e che si lasciano dietro macerie e sofferenze ma bisogna anche pensare a chi sono i Siriani.
E i Siriani siamo noi.
I Siriani siamo noi, siamo anche noi, e lo siamo per ragioni storiche.
Da appassionata del Medioevo non potevo trovare un collegamento con la storia delle Crociate nel leggere di Siria e i riferimenti mi sono venuti immediatamente alla mente.

Gli stati crociati creati durante la Prima Crociata

Quando nel 1095 Papa Urbano II invocò a Clermont il soccorso armato dell’Occidente in favore di Costantinopoli contro l’invasione selgiuchida, a migliaia risposero all’appello dando origine a quella che viene considerata la Prima Crociata guidata da moltissimi nobili cattolici europei.
Durante proprio la Prima Crociata venne fondato il Principato di Antiochia che copre un’area a cavallo del confine turco-siriano, fu fondato da Boemondo di Taranto, un discendente dei Normanni che avevano all’epoca il dominio sull’Italia Meridionale. Le crociate erano anche e soprattutto l’occasione per i figli cadetti delle casate nobili europee per trovare fortuna, farsi un nome e guadagnar ricchezze. Al seguito dei nobili venivano eserciti formati ovviamente da giovani maschi, anche loro in cerca di fortuna.
E cosa accade quando giovani maschi si insediano in un nuovo territorio conquistato e fanno fortuna? Generalmente tendono a far famiglia.
Solo che non è facile portare in Antiochia decine di donne europee: il viaggio è lungo, pericoloso, ci sono i predoni e un’infinità di possibili malattie che si possono contrarre, così molti degli uomini al seguito di Boemondo di Taranto presero in moglie donne locali.
I contatti, gli scambi, le unioni, le relazioni tra Occidente e Medio Oriente continuarono nei secoli fino alla caduta definitiva di Costantinopoli; i Franchi, come venivano chiamati tutti gli europei in Medio Oriente, impararono l’arabo, si posero in contatto con il mondo culturale e scientifico locale e vennero a conoscenza di teorie e scoperte in campo scientifico come la medicina, la matematica e l’astronomia che in Occidente erano state accantonate a favore di un sapere più letterario e teologico. Con il perdurare degli scambi queste conoscenze furono portate in Europa contribuendo alla crescita culturale, scientifica e tecnologica dell’Occidente.

Per questo ci sentiamo tanto vicini ai Siriani e alle loro storie: la loro storia è strettamente intrecciata alla nostra, il loro DNA contiene pezzetti del nostro e quando vediamo i loro volti, in realtà è il nostro che stiamo guardando.

La mia introduzione, brevissima, in libreria

Festival del Medioevo 2019

La mia esperienza al Festival del medioevo di Gubbio

Donne: l’altro volto della storia

Descrivere a parole cosa è stata per me questa due giorni di immersione medievale è impossibile.
Impossibile è riprodurre le esatte impressioni, l’atmosfera, le voci, la bulimia di meraviglia cui ho preso parte.
Non sono Proust, non so dar vita alla memoria come faceva lui ma da lui prendo in prestito un termine un termine che gli stava particolarmente a cuore: il fondu. Fondu definisce un’atmosfera unitaria, un sentimento di permeabilità, di immedesimazione, di immersione come si immerge un biscotto nel cioccolato per ricoprirlo. Mi sono immersa nell’atmosfera, immersa tutt’intera e per quasi quarantotto ore non ho pensato ad altro.
Le conferenze si susseguivano l’una dopo l’altra con la sola pausa pranzo di due ore, si passava da Eleonora d’Arborea a Eleonora d’Aquitania, da Costanza ‘Altavilla a Melisenda di Gerusalemme senza soluzione di continuità. A pranzo e a cena mi infilavo in una tavernetta per smangiucchiare qualcosa mentre sistemavo gli appunti oppure riprendevo in mano il libro di Citati su Proust: pasto solitario in silenzio come gli antichi monaci, solo che invece di ascoltare la lettura nel refettorio leggevo io. Di sera nel B&B, dopo una telefonata in famiglia in cui non sono davvero riuscita a condensare tutte le emozioni provate, ho invece lavorato a un altro progetto libroso di cui spero di parlarvi presto.
Insomma, è stata una due giorni di lettura, ascolto e scrittura no stop durante i quali non smettevo di dire grazie, grazie a tutti: grazie al cameriere che mi portava il cresciaburger, grazie alla professoressa di liceo che mi mostrava un posto libero, grazie al proprietario del B&B per il caffe..

Non smetterò di pensare alla magia di questi due giorni e per questo voglio racchiudere qui tutto quello che posso, soprattutto le foto che mi riporteranno alla memoria parole ed emozioni.
Questo è un po’ un post-diario: una raccolta di souvenir, uno scritto per immagini in cui proprio le immagini hanno e devono avere l’attenzione maggiore.
Ho preso anche milioni di appunti, ho consumato un intero blocnotes e non mi era davvero mai accaduto. ogni lezione è stata trascritta e probabilmente, tempo permettendo, trascriverò ogni nota per sigillare nel tempo le parole e non permettere all’inchiostro di portarsele via sbiadendo…
Ne riparleremo.
E adesso pronti via per la carrellata di immagini!

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I Normanni

L’epopea dei Normanni: tre secoli di storia che hanno cambiato l’Europa.

La mia personalissima Sfida Medioevo continua anche se poco pubblicizzata: dopo aver affrontato i Goti con Procopio, l’epopea Longobarda e i Franchi dai Merovingi ai Carolingi è finalmente ora di passare ai Normanni! (Le varie tappe le trovate alla pagina Sfida Medioevo)


A guidarmi nella scoperta di questo popolo è Hubert Houben, professore di Storia medievale presso l’Università del Salento. L’intento del professore è di far comprendere non solo la storia dei Normanni nella sua successione cronologica ma soprattutto lo spirito conquistatore di questo popolo che alternando ferocia e diplomazia, si ritrovò a governare territori immensi che andavano dalle isole della Gran Bretagna alla Francia orientale, dal Mezzogiorno italiano al Vicino Oriente.

Quello che caratterizza il testo di Houben e lo differenzia dai millemila libri su questo soggetto è la grande semplicità con cui viene esposta la storia dei Normanni: la loro penetrazione sul continente dalle coste norvegesi per poi spingersi in Gran Bretagna, in Sicilia, nel Sud Italia, in Spagna e in Medio Oriente, la semplicità con cui si instaurarono nei territori dominati per poi essere assimilati alla popolazione.
I Normanni, infatti, sono ancora tra noi: integratisi con le popolazioni conquistate in poche decine di anni ne presero costumi, credo religioso e mogli, si servirono delle strutture organizzative preesistenti, fornirono eserciti temibili per le guerre dei signori locali e per l’armata cristiana nelle prime Crociate.

Cinque minuti fa esprimevo il mio parere positivissimo su questo libro a mio marito che ha confermato l’idea che mi ero fatta anche io di come fossero stati trattati i Normanni nelle lezioni di storia a scuola: un gran casino, a un certo punto compaiono, conquistano, guerreggiano, fanno cose (cosa?) e poi scompaiono e di loro non si sente più parlare.
All’università non va molto meglio perché si procede per corsi monografici (almeno così era ai “miei tempi”) perciò o fanno parte del corso oppure passano anche lì come una meteora per poi scomparire nel nulla.
Houben, in meno di cento pagine, riesce a disegnare un quadro sintetico e chiaro di più di due secoli di storia, dalla conversione di Rollo a Costanza d’Altavilla, madre di Federico II Stupor Mundi.
Chapeau!

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Eileen Power Vita nel Medioevo – un saggio alla portata di tutti


“La storia vale in quanto è viva”

Sono parole di Eileen Power che in questo libricino di neanche 200 pagine racchiude le vite di sei persone più o meno comuni del Medioevo, sei “bozzetti”, come li definisce lei, che pulsano di vita vera.
Chi ai tempi delle superiori avesse avuto un impatto traumatico con il Medioevo potrebbe ricredersi, lasciarsi attirare e magari diventare un appassionato di questa epoca; l’opera si adatta sia ai neofiti che ai più eruditi per la capacità dell’autrice di rendere vive persone  e luoghi lontani centinaia di anni partendo da piccole cose, abitudini, usanze.
Il testo si discosta dalla storiografia classica legata agli atti ufficiali, alla politica, all’economia e attinge da documenti rari, testamenti, note spesa, iscrizioni tombali, toponomastica, storia del costume, documenti ecclesiastici e opere di letteratura tra Chaucer, Boccaccio e Marco Polo alternando la narrazione con lievi digressioni da pettegolezzo che rendono leggera e scorrevole la lettura di un’opera che, in fondo, è un saggio ben strutturato e ricco di informazioni.
La pecca, costante nei saggi soprattutto in edizione economica, è la mancanza di supoporti visivi, immagini e illustrazioni che rendano ancora più vivo il racconto.
Provo io qui a sopperire a tale mancanza.

Bodo il Contadino

Capitulare: De Villis
Fonte primaria è il libro catastale dell’abate di Saint-Germain-des-Près all’epoca di Carlo Magno, siamo dunque nel VIII secolo. La Power ci introduce nel manso, nella sua struttura, ci spiega l’organizzazione del lavoro e della quotidianità e le diverse prestazioni cui erano soggetti i coloni. Gli uomini lavoravano nei campi o nel distretto come artigiani e le donne lavoravano in un quartiere separato come usavano gli antichi greci, con un ingresso sbarrato come in un harem.
Capitulare de villis vel curtis imperii – Capitolo LXX 

“E sia il quartiere delle nostre donne ben sorvegliato, con case e stanze fornite di stufe e dispense, e sia circondato da una buona palizzata, e le porte siano robuste, in modo che le donne possano svolgere convenientemente il nostro lavoro” Carlo Magno – “Capitulare: De Villis”. Viene sottolineata la natura sostanzialmente pagana del cristianesimo contadino dell’epoca legato ai ritmi della terra e agli antichi scongiuri e invocazioni e si riporta come la domenica nessun lavoro servile debba esser fatto, eccezioni possono essere solo “il trasporto per l’esercito, il trasporto del cibo e il trasporto del corpo di un signore alla sua tomba.” 


Marco Polo

Ritratto di Marco Polo da giovane
in un’edizione de Il Milione
pubblicata a Norimberga nel 1477
Il capitolo si apre con un sintetico excursus su Venezia, la sua ricchezza e la sua espansione nel Mediterraneo che portarono in pochi secoli la città a essere il centro di tutti i traffici mercantili dall’Oriente grazie sicuramente alla conformazione delle sue terre, tutte rivolte al mare, e alla spregiudicatezza dei suoi governanti che non si fecero intimidire dalle scomuniche papali.
“ed appresso che Monsignor Domenico Morosino fu Doge, tenne egli il dogado di Vinegia in grande gioia ed in grande letizia”’ e se ne andavano li Viniziani per mezzo il mare qua e là, e di là il mare, ed in tutti luoghi, ed acquistavano mercatanzie e le conducevano in Vinegia da tutte le parti. E le venivano acquistare dirittamente in Vinegia Alamanni e Bavari, Franzesi e Lombardi, Toscani ed Ungheri, e tutte le genti che vivono di mercatanzie, e le conducevano in loro paesi.” – La Cronique des Veneciens de Maistre Martin da Canal. 
E ancora Petrarca: “Vedi dal lido italico sciogliere adesso innumerevoli navi (…). Le une ad oriente volgon la prora le altre ad occidente, queste incontro a borea, ad austro quelle… Quindi nelle tazze britanne vanno a spumare i nostri vini, il nostro mele è recato a lusingare il gusto degli Sciti, e, difficile a credersi, le legna dei nostri boschi si portano agli Egizi ed agli Achei. Quindi ai Siri, agli Armeni, agli Arabi, ai Persi da noi spedito giunge l’olio, lo zaffarano, ed a vicenda da loro vengono a noi merci diverse.” Petrarca, Lettere senili, 1, II, lettera III.
Veduta di Venezia in una miniatura del
Libro del Gran Khan, titolo del codice dell’opera
di Marco Polo conservato alla Bodleian Library
di Oxford
Dall’altra parte del mondo, all’apogeo della loro potenza, c’erano i Tartari, popolazione che affascinava il giovane Marco Polo. Dapprima temuti come un nuovo flagello vennero in seguito visti come un possibile alleato contro il nemico comune: l’Islam. Fu allora che nacque la leggenda del Prete Gianni, re-sacerdote cristiano in terra d’Oriente, allora iniziarono gli scambi di ambascerie e le missioni di cristianizzazione, il padre e lo zio di Marco, Niccolò e Matteo Polo, erano appena tornati dalla Tartaria che subito ripartirono con Marco coprendo territori fino ad allora inesplorati come il lago Lob che fu riscoperto solo nel 1871.
Marco Polo rimase diciassette anni presso il Gran Khan, entrato nelle sue grazie perché diversamente dagli altri funzionari che si limitavano a curare gli affari del Khan, Marco si interessava ai costumi dei diversi territori che costituivano il vasto regno riportando al Khan novelle, usanze e curiosità. Viaggiò lungo i confini del Tibet fino a Yunnan, e penetrò nella Birmania settentrionale: terre che rimasero ancora sconosciute all’Occidente fino al 1860.
La parte più curiosa del racconto è sicuramente l’ultima: gli anni della sua prigionia a Genova a seguito di un attacco alla flotta veneziana, il suo trascorrere i giorni raccontando storie di paesi lontani tanto che “ben presto gli uomini di mondo e di studio e le sfacciate dame genovesi fecero ressa, come già prima avevano fatto gli uomini di Rialto, per ascoltare le storie di Kublai Khan” e il suo compagno di prigionia Rustichello da Pisa “metteva per iscritto i racconti fatti da Marco in mezzo alla folla dei prigionieri veneziani e dei gentiluomini genovesi”.
I rapporti tra oriente e occidente continuarono a fiorire dopo di lui fino alla metà del quattordicesimo secolo con la caduta della dinastia tartara che portò a un ritrovato isolazionismo della Cina e l’estensione dell’Islam in tutta l’Asia centrale che rese i viaggi meno sicuri. I racconti di Marco Polo si fecero leggenda fino a quando un capitano di mare genovese, incuriosito dal libro dei viaggi del Polo non si ostinò a voler trovare  una nuova strada per l’estremo oriente facendo rotta verso ovest.
“E questa fu l’ultima delle meraviglie di messer Marco, che scoprì la Cina nel XIII secolo, quando era vivo, e nel XV, quando era morto, scoprì l’America.”
Verso Est invece i viaggi ricominciarono dal XVIII secolo, ecco perché alcuni dei luoghi già scoperti dai Polo furono “riscoperti” nel XIX secolo.
Suggerisco un post molto bello, ricchissimo di immagini sul blog Imparare con la storia

Madame Eglentyne

Miniatura di madama Eglentyne a margine della prima iniziale del
racconto della madre priora nel manoscritto Ellesmere Chaucer,
uno dei più antichi e più decorati dei Racconti di Canterbury
A partire dal Prologo dei Racconti di Canterbury di Chaucer viene ricostruita la vita nei monasteri inglesi del quattordicesimo secolo.
“Per molto tempo gli storici hanno scioccamente creduto che re, guerre, assemblee parlamentari e sistemi giuridici fossero i soli oggetti della loro ricerca; si dedicavano alle cronache e agli atti dei parlamenti, ma non li sfiorava nemmeno l’idea che si potessero cercare nei polverosi archivi vescovili i grossi libri nei quali i vescovi medievali registravano le lettere che scrivevano e tutti i complicati affari relativi al governo della loro diocesi. Ma quando gli storici si decisero a compiere queste ricerche, trovarono una miniera di informazioni preziose su quasi tutti gli aspetti della vita sociale e religiosa. Dovettero lavorare di scavo, naturalmente, perché quasi tutto ciò che vale la pena di conoscere è come il metallo prezioso che dev’essere strappato alla roccia; e per un solo filone lucente il minatore deve spesso scavare per giorni interi sottoterra in una massa di materia opaca; e quando l’ha raggiunto deve scavare dentro di sé, per riuscire a capirne il significato.”
Che palle la storia? No! Che figata la storia! 
Dominican nuns in quire
From Brit. Mus. Cott. MSS. Dom. A xii f.
Eileen Power ci racconta di quanto fossero lagnose le monache e soprattutto pettegole. Il vescovo doveva passare in rassegna tutti i monasteri del suo territorio e raccogliere le testimonianze delle monache per controllarne il buon andamento. Le lagnanze e i pettegolezzi delle monache non venivano ovviamente riportate nei grossi libri della storia ufficiale ma nei registri vescovili, vere miniere d’oro per gli storici di professione e per i pettegoli della storia. La Power prova a ricostruire una storia verosimile di questa madre priora e del convento sfiorando a tratti il comico: “coloro che avevano stabilito la serie di gesti in uso nei conventi medievali riunivano però un’ingenuità soprannaturale a un’assoluta mancanza di senso dell’umorismo, e quella specie di muto pandemonio che ne scaturiva a pranzo, intorno al tavolo di Eglentyne, deve aver suscitato molto più spesso ilarità di qualsiasi discorso. La suora che desiderava del pesce doveva agitare le mani in posizione obliqua, come fanno i pesci con la coda; se voleva del latte doveva tirare il mignolo della mano sinistra come se stesse mungendo; per la mostarda doveva appoggiare il naso alla parte superiore del pugno destro e sfregarlo; per il sale doveva pizzicare col pollice e l’indice destro il pollice sinistro; se voleva del vino doveva muovere l’indice su e giù sul polpastrello del pollice all’altezza dell’occhio e la colpevole sacrestana, ricordando improvvisamente  di non aver preparato l’incenso per la messa, doveva ficcarsi gl’indici nelle narici”.
I conventi del tardo Medioevo erano ben lontani dall’ideale di lavoro, silenzio e preghiera ritratti nelle miniature dei manoscritti, la Power si riferisce al registro di John de Grandisson in G.G. Coulton, A Medieval Garner, 1910
“154.—a Cathedral (Visitation.
EouEN Cathedral. (March 19, 1248 Regestrum Visitationum Odonis Rigaldi, Ed. Bonnin, p. 35.)
E visited the Chapter of Rouen, and found that they talk in choir contrary to rule. The Clergy wander about the church, and talk in the church with women, during the celebration of divine service. The Statute regarding the entrance [of lay folk] into the choir is not kept. The psalms are run through too rapidly, without due pauses. The statute concerning going out at the Office of the Dead is not kept. In begging leave to go forth, they give no reason for so going. Moreover, the clergy leave the choir without reason, before the end of the service already begun; and, to be brief, many other of the statutes written on the board in the vestry are not kept. The chapter revenues are mismanaged [male tractantur].
(…)
We have learned from the lips of men worthy of credit, not without grave displeasure, that certain Vicars and other Ministers of our Cathedral Church—^to the offence of God and the notable hindrance of divine service and their own damnation and the scandal of our Cathedral Church aforesaid—fear not to exercise irreverently and damnably certain disorders, laughings, gigglings, and other breaches of discipline, during the solemn services of the church ; which is shameful to relate and horrible to hear. To specify some out of many cases, those who stand at the upper stalls in the choir, and have lights within their reach at mattins, knowiugly and purposely throw drippings or snuffings from the candles upon the heads or the hair of such as stand at the lower stalls, with the purpose of exciting laughter and perhaps of generating discord, or at least rancour of heart and silent hatred among the ministers (…).
Tutto il progetto A Medieval Garner si trova qui.

Tanto era diffusa la cattiva abitudine di biascicare, borbottare e saltare i versi delle preghiere per finire più in fretta che si ricorse all’invenzione del Tittivillus, un diavolo raccoglitore delle chiacchierate inutili che avvengono durante le funzioni religiose; e delle parole mal pronunciate, borbottate oppure omesse nelle funzioni stesse; per portarle nell’Inferno.
In un anonimo trattato devozionale inglese del XV secolo, Myroure of Oure Ladye (Lo specchio di Nostra Signora), Titivillus così presenta sé stesso (I.xx.54): “I am a poure dyuel, and my name ys Tytyvyllus… I muste eche day… brynge my master a thousande pokes full of faylynges, and of neglygences in syllable and wordes. (Sono un povero diavolo, e il mio nome è Titivillus… Devo ogni giorno… portare al mio padrone un migliaio di borse piene di errori, e di negligenze nelle sillabe e nelle parole).” 
Appare per la prima volta come un demone che porta un sacco, descritto nel Tractatus de Penitentia di John of Wales (ca. 1285), in un verso destinato a diventare famoso attraverso tutto il Medioevo:

    Fragmina verborum titivillus colligit horum
    Quibus die mille vicibus se sarcinat ille.
Trad.
    Titivillus raccoglie i frammenti di queste parole
    con cui riempie il suo sacco migliaia di volte al giorno

In seguito divenne “diavolo patrono degli scribi” per giustificare refusi, omissioni, errori di vario genere e marginalia dovuti a noia.
Marginalia dal Rothschild Canticles, Beinecke
Rare Book and Manuscript Library,
Yale University, MS 404, f. 134r. 

Gatto che fa il burro.
Rothschild Canticles














E poi insomma, quando penso a tutto questo biascicare litanie la mente non può astenersi dal riandare all’insuperabile Marchese del Grillo e al suo “orapronobis”.



Per altre curiosità nel manoscritto Rothschild Canticles rimando alla ricerca per immagini qui: miniature divertenti e decorazioni bellissime.

Torniamo alle nostre suore: le distrazioni non erano solo naturali ma anche anche paganti, era infatti usanza per signore con mariti alla guerra o lontani per commerci o pellegrinaggio trascorrere del tempo in convento, fino a un anno, e queste portavano tra le mura del convento vizi e frivolezze mondane, feste, balli e animali da salotto: cani ovviamente ma anche scimmie, scoiattoli, uccelli e raramente gatti.
Poi c’era il problema che queste monache in monastero non c’erano mai, spesso in viaggio con la scusa dei pellegrinaggi proprio come ci viene presentata madame Eglentyne da Chaucer, in pellegrinaggio verso la tomba di San Tommaso Beckett, da secoli venivano invitate o obbligate a non lasciare le sicure mura dei monasteri ma quelle erano sempre in giro, anche a far baldoria con i frati. 
Alla vita delle monache inglesi del medioevo la Power ha dedicato un’intero studio che potete ritrovare qui.

La moglie del ménagier

Miniatura dal « Ménagier de Paris », secolo XV
Basato sul Ménagier de Paris, manoscritto di economia domestica scritto tra il 1392 e il 1394, attribuito a un borghese parigino per istruire la giovane moglie sul comportamento sociale e sessuale, arricchito di ricette e consigli per la caccia e il giardinaggio, il testo viene oggi considerato come il maggior trattato culinario francese del medioevo.
Il tono è gentile e protettivo, rivoluzionario quasi quando chiede alla moglie di fargli onore con il secondo marito visto che più spesso i mariti anziani raccomandavano alle mogli di non risposarsi e non di rado vincolavano l’eredità alla loro permanenza nella vedovanza.
La prima parte tratta di religione e doveri morali illustrati da una serie di racconti. Nel citare i racconti però la Power rivela la sua vocazione più storica che letteraria visto che attribuisce il racconto della paziente Griselda a Petrarca che ebbe in realtà solo il merito di trascriverla in latino contestualizzandola e dandole fama internazionale: il racconto originale è infatti contenuto nel Decameron del Boccaccio.
Il capitolo del Ménagier è forse quello più ricco di citazioni dal testo e pochi approfondimenti, degna di particolar attenzione è la parte dedicata agli “uffici di collocamento” del XIV secolo ovvero le raccomandatrici, donne che si occupavano appunto di raccomandare balie o camieriere a servizio.
Curiosita: nel libro del Ménagier si trova la ricetta dei “guaffres”, dolce di origine antichissima che in Belgio conserva la grafia gauffres, in inglese è diventato waffle mentre in Abruzzo è conosciuto come ferratella o pizzella, tradizionalmente cotta con un ferro speciale portato in dote dalla giovane moglie con incise nel centro le iniziali della sposa. La ricetta si trova sul sito Terre dei Trabocchi, io ho la mia personale.

Thomas Betson

Jan Van Eych, “Ritratto dei coniugi Arnolfini”,
1434, National Gallery di Londra
 
Questo è sicuramente il capitolo più interessante e più curiosamente documentato di tutto il saggio, parla di un commerciante di lana inglese del XV secolo e si basa principalmente su epistolari dell’epoca e trattati di costume.
Pochi sanno che la grandezza e il potere del Regno Unito si basano sulla lana, la sua lavorazione e il suo commercio. I mercanti di lana inglesi erano i più ricchi del paese, molti diventavano sindaci di importanti città e potevano erogare prestiti, tanto che la stessa corona si trovò indebitata con la Compagnia dell’Emporio, corporazione che trattava appunto la lana. La lana veniva dapprima commercializzata grezza dagli inglesi e trasformata in stoffe nei Paesi Bassi e in questo modo fiorirono sia i mercanti inglesi che le industrie dei Paesi Bassi, a fine Medioevo però gli inglesi iniziarono a lavorare la materia prima mandando in rovina le città tessili delle Fiandre.
La Power ha frugato tra gli epistolari conservati dell’epoca ritrovando questo Betson, mercante dell’Emporio di Calais, promesso sposo di una giovane di tredici anni di nome Katherine. nelle lettere di Betson affari commerciali e privati sono mescolati fornendo un’ampia panoramica sul periodo. 
Nel capitolo si parla di mercanti e mercati, degli usi del commercio dell’epoca e conosciamo tutto attraverso gli occhi di questo commerciante inglese che ci rende vive e palpabili nozioni su nozioni di economia medievale che normalmente sembrerebbero noiosissime.
In questo la Power ha compiuto una vera opera di divulgazione, piacevolissima.
Ho messo il ritratto dei coniugi Arnolfini perché più che una fotografia dell’epoca è fotografia di quello che coniugi borghesi di fine Medioevo potevano custodire nell’armadio e si vede proprio la signora Arnolfini indossare un vestito verde di pregiata lana inglese confezionato probabilmente a Bruges. Chi vuole approfondire questo aspetto può trovare soddisfazione qui, Episodio 1 di Luci e Ombre del Rinascimento su RaiPlay, appena dopo il minuto 8.30.

Thomas Paycocke di Coggeshall

Coggeshall

Dalla lana si passa alla stoffa.

Questo capitolo è il naturale seguito di quello precedente visto che il mestiere del pannaiolo prosperò nel momento in cui gli Inglesi decisero che oltre che venderla la lana dovevano anche trattarla e trovo molto carino che per introdurre l’argomento la Power si serva ancora delle parole di Chaucer, o meglio, della donna di Bath
Aveva una tale abilità nel fabbricare la stoffa
Da superare quelli di Ypres e di Gand

Caratteristica casa di Thomas Paycocke

Siamo alla fine del Trecento, nasce il sistema industriale: la fabbricazione delle stoffe necessita l’intervento di più persone specializzate ognuna nel suo settore: filatura e cardatura venivano affidati a donne e bambini a casa loro, poi c’era la follatura, la tessitura, la tintura e tutte queste attività divennero tanto importanti da necessitare sempre  più persone e spazi cosicché l’attività si spostò nelle campagne dove alcuni villaggi erano interamente dedicati al settore tessile. Uno di questi villaggi era proprio Coggeshall, dalla caratteristica architettura con travi a vista, tratto distintivo delle case della borghesia, classe sociale nascente a metà tra signori e contadini.
La Power trae le sue fonti  dalle tombe, dalle abitazioni, dai lasciti che testimoniano quali fossero i possedimenti, gli oggetti più cari e comuni di quel tempo e da ciò che resta ancora ben visibile a tutti ovvero la casa di Thomas Paycocke, testimone imponente della nascita dell’industria tessile che gli inglesi hanno saputo conservare e trasformare in casa-museo grazie alla loro evidentissima propensione alla conservazione e cultura museale.

Italia Longobarda di Stefano Gasparri – Per ridare dignità a 200 anni di storia italiana


Eccomi finalmente giunta al terzo e ultimo libro della sfida-Medioevo sui Longobardi.
Per una maggior godibilità filologica raccomando caldamente la lettura dello studio di Stefano Gasparri solo dopo la lettura di Storia dei Longobardi di Jarnut e ovviamente dopo Paolo Diacono, fonte primaria, seguendo così anche l’evoluzione degli studi sui Longobardiun filo temporale: Jarnut pubblica nel 1982, Gasparri trenta anni dopo nel 2012 e la prospettiva, vuoi per la nazionalità degli autori, vuoi per gli studi, le scoperte e le analisi di studiosi del popolo Longobardo è totalmente ribaltata.
Avevo già accennato qui di come la parentesi longobarda mi fosse sembrata non tanto un’epoca di barbarie e oscurità come per tanti secoli è stata descritta ma un punto di svolta epocale per l’Italia, perno del cambiamento tra la visione mediterranea e quella continentale del nostro Paese e con l’opera di Gasparri ho avuto piena conferma delle mie teorie.
I 200 anni di dominazione longobarda vengono visti da una prospettiva rivoluzionaria. Tabacco fu tra i primi a vedere in chiave positiva l’arrivo dei Longobardi in Italia, un punto di rottura con il passato che ha impresso un forte cambio di direzione alla penisola che prima aveva il suo baricentro nel Mediterraneo e poi fu sempre più tendente al Continente.
LE FONTI
Gasparri mette a confronto l’Editto di Rotari, unica fonte coeva del VII secolo con i ritrovamenti archeologici, pochi e maltrattati, i corredi funerari, i resoconti dei processi, gli atti catastali… lì dove la storiografia classica aveva affrontato il tema dei Longobardi solo tramite le fonti letterarie accreditate di Diacono, dei Liber pontificales e dell’Historia Francorum, ovvero fonti tarde e filtrate politicamente in senso anti-longobardo, Gasparri va oltre e mette alla prova le fonti classiche riuscendo più volte a scoprire i punti deboli, le storture e le manomissioni. E’ proprio vero che la storia la scrive chi vince, in questo caso vinsero i Franchi e il Papa e per più di un millennio la loro è stata l’unica versione.
L’INTEGRAZIONE
Studiosi come Jarnut hanno sempre lamentato le scarsissime tracce lasciate da questo popolo aspettandosi di trovare tra i reperti archeologici divisioni marcate di ciò che era longobardo o romanico senza considerare il fatto che forse l’integrazione tra Longobardi e Romanici aveva portato di fatto alla scomparsa degli elementi divisivi tanto che a pochi decenni dalla conquista non si riuscivano più a distinguere case romaniche da quelle longobarde, tombe romaniche da quelle longobarde… Jarnut sottolinea le differenze e divisioni tra i due popoli, Gasparri i tratti comuni e l’integrazione. Questo libro dimostra che il popolo italiano in quei due secoli combaciava con il popolo longobardo e che l’integrazione era stata abbastanza veloce, intuizione dimostrata anche dal fatto che il primo scritto longobardo, l’Editto di Rotari del 643, sia redatto in lingua latina.
IL RAPPORTO CON LE GERARCHIE RELIGIOSE
Altro aspetto molto interessante di questo studio è l’analisi delle gerarchie religiose che non furono affatto massacrate, profanate e smembrate come fanno credere sia Paolo Diacono sia i Liber Pontificalis coevi ma funsero da patteggiatori, interlocutori tra i Longobardi e il mondo bizantino. Se è vero che gli ecclesiastici di rango senatorio seguirono le corti bizantine e romane lasciando buona parte dei territori conquistati è anche vero che il clero medio-basso continuò la sua opera all’interno del mondo longobardo tanto che già venti anni dopo la conquista l’erede al trono Adaloaldo venne battezzato secondo il rituale cattolico.
E’ interessante l’analisi di Gasparri sulle relazioni tra le gerarchie religiose e i Longobardi: da un lato sottolinea come l’assenza di un clero “alto” che potesse fungere da consiglio del re abbia di fatto impedito al Regno longobardo di diventare quella potenza politica che diventò il regno franco pochi anni dopo con i Carolingi proprio grazie all’aristocrazia ecclesiastica. Questa mancanza è tangibile proprio nella letteratura coeva fatta soprattutto di atti giudiziari e codici di leggi. Mancano in toto, se si esclude L’Origo Gentis Langobardorum e Paolo Diacono, l’una perduta e l’altra redatta dopo la fine del Regno Longobardo, le cronache e le lettere, veri strumenti di propaganda politica come sia il papa sia i Carolingi hanno dimostrato in seguito. La mancanza di un consiglio esperto degli affari della Penisola e di una buona propaganda si noterà poi nelle divisioni interne del regno e nella mancanza di una dinastia reale forte come tra i Franchi, appoggiata dal papa e dal senato ecclesiastico e tutto ciò contribuirà purtroppo alla caduta del Regno.
Inoltre gli stessi re Longobardi, che nel diritto tenevano molto in considerazione il patrimonio, da Liutprando in poi agevolarono sempre più i lasciti a chiese e monasteri rendendoli di fatto sempre più forti, ricchi e influenti come istituzione… in poche parole hanno minato le proprie stesse basisi sono praticamente scavati la fossa da soli: l’istituzione del papato era praticamente ininfluente dopo la guerra gotica: il papa non era altro che il capo di un istituzione religiosa di stanza a Roma e sottoposto all’autorità del duca di Bisanzio. Poi Bisanzio si allontanò dall’Italia per vari motivi e i re longobardi non furono in grado di riempire il vuoto di potere venutosi a formare. Di fronte a questa incapacità altre due potenze presero il sopravvento: il Papa e Carlo Magno.
Il capitolo V del saggio narra la caduta o meglio narra di come è stata riportata la caduta del regno longobardo nei testi partendo ovviamente sempre dalla letteratura papale e carolingia ma dando anche ampio spazio a testimonianze di origine longobarda che ancora nel IX secolo parlavano di Desiderio e di Adelchi come eroi.
Grazie grazie grazie dunque a Stefano Gasparri che ci consegna una visione rivoluzionaria dei duecento anni del regno Longobardo collaborando così a gettare sempre maggior luce su quegli anni lontani nel tempo e resi oscuri da una storiografia redatta dai vincitori.