Tito Andronico di Shakespeare: una supercazzola nel Cinquecento

I critici letterari tendono spesso a battagliare tra loro a colpi di teorie contrastanti ma c’è un’opera che, in quattro secoli, ha messo tutti d’accordo: Tito Andronico di Shakespeare.

Tenetevi pronti perché, come al solito, sbrodolo parecchio ma quando si parla dei grandi maestri è difficile limitarsi a poche parole.
Vi rendo però la lettura più facile illustrandovi subito come intendo procedere così, se siete più interessati a questo o quel tema, potete scorrere velocemente gli argomenti del post ricordati dai capitoli saltando quel che non vi interessa e andando dritti a quel che vi appassiona di più.
Di seguito, dunque, metto gli argomenti trattati sapendo che aprirò proprio con quel che di solito viene posto al termine dei commenti: l’opinione della critica e questo perché, a mio avviso, il Tito è stato frainteso e Harold Bloom per primo, nel XX secolo, ha saputo dare l’interpretazione più esatta del dramma. E ovviamente chiuderò con l’argomento più succoso (per me): Game of Thrones.

Argomenti del post:

  • La ricezione del dramma da parte della critica e la supercazzola shakespeariana
  • La trama
  • Le fonti classiche: Ovidio, Omero e Virgilio
  • Le anticipazioni
  • Game of Thrones

La ricezione del dramma

Edward Ravenscroft (c. 1654–1707) ha definito la commedia “il pezzo più indigesto di tutte le sue opere, un mucchio di immondizia”. Coleridge (1772 – 25 July 1834) ha affermato che “era ovviamente destinato ad eccitare il pubblico volgare con le sue scene di sangue e orrore – alle nostre orecchie scioccanti e disgustose”; Dover Wilson (1881 – 1969) lo ha definito un “carro in panne, carico di cadaveri sanguinanti da un’impalcatura elisabettiana”. T.S Eliot (1888 – 1965) si è limitato a scrivere che “è una delle opere più stupide e meno ispirate mai scritte, un’opera in cui è incredibile che Shakespeare abbia avuto una qualche mano“.
E vi assicuro che la parola “mano” non è messa lì a sproposito: lo studioso J.S. Carducci ha giustamente riportato che nel Tito ci sono 14 assassini di cui 9 in scena, 6 diverse amputazioni, uno stupro, una sepoltura di un vivo, un caso di pazzia e un atto di cannibalismo, roba che Giorgione Martin scansati proprio, non hai inventato nulla!
… E arriverò con calma a dire quale sia la mia parte preferita perché… a me questo dramma è piaciuto!

La supercazzola

La critica che mi è piaciuta di più e che trovo semplicemente perfetta è quella di Harold Bloom (1930 – 2019):

“Dimostrerò che Shakespeare sapeva che era un ululato. Il problema insuperabile di Tito Andronico era che il pubblico non sapeva mai quando essere inorridito e quando ridere”.

E questo paradosso fu ancora più evidente quando a portare in scena il play fu Laurence Olivier nel 1955: il pubblico non poteva fare a meno di spanciarsi dal ridere.
Secondo Bloom il Tito Andronico non è altro che una farsa: Shakespeare stava esorcizzando lo spettro di Marlowe (The Jew of Malta, Doctor Faustus) in una sorta di terapia di gruppo catartica e quello che dovrebbe far capire al lettore/spettatore che si sta trattando di una farsa è il verso in cui Tito dice alla figlia (che ha le mani amputate) “Porta la mia mano, dolce fanciulla, tra i denti”.
Giuro! A quel verso mi rotolavo dal ridere!
Però ho seriamente creduto che non fosse dovuto al genio di Shakespeare quell’effetto quanto più a un’involontaria conseguenza grottesca: ho pensato “Willy era ancora giovane, inesperto, desideroso di scandalizzare e suscitare clamore e ha esagerato”. Probabilmente mi sbagliavo, probabilmente il giovane Willy era già il grande Shakespeare, se non nei versi, almeno nelle intenzioni.
Si spinse oltre Bloom, asserendo che non sarebbe più andato a vedere una rappresentazione del Tito a meno che non avesse avuto per regista Mel Brooks.
L’altro passaggio che, a mio avviso, dovrebbe far sorgere qualche sospetto nel lettore si trova nell’Atto III, scena II: il giovane Lucio, nipote di Tito, ha appena ucciso una mosca con un coltello giustificandosi con il fatto che… è solo una mosca, al che Tito risponde:

““Solo”! E se quella mosca aveva un padre e una madre? Come potrà più stendere quelle leggere alucce sue dorate e andar ronzando lamentosi fatti per l’aria? Povera mosca innocente!
Era venuta forse a rallegrarci con quella sua ronzante melodia, e l’hai uccisa!”

Tito Andronico Atto III, scena II

Insomma!
non credo di essere troppo lontana dal vero se dico che il Tito Andronico è una grande e sanguinaria supercazzola con la quale Shakespeare, acerbo nello stile ma non nel pensiero, percula il gusto macabro del teatro contemporaneo.

La Trama

La trama la riporto brevemente perché davvero non è nulla di eccezionale: in un tempo che si può far risalire al Tardo Impero il generale romano Tito Andronico torna vittorioso da una campagna militare contro i Goti e porta con sé prigionieri (come era uso romano se avete presente gli shakespeariani Giulio Cesare e Antonio e Cleopatra) la regina Tamora, i sui tre figli e il suo amante moro Aronne. Come prima azione, appena entra in scena, Tito sacrifica alla memoria dei suoi figli caduti in guerra uno dei figli di Tamora, attirandosi l’ira funesta della regina che infiniti addurrà lutti agli Andronici.
Subito dopo Lavinia, unica figlia femmina di Tito che l’imperatore Saturnino vorrebbe graziosamente impalmare, fugge con suo fratello e lo sposa (il fratello dell’imperatore ovviamente) e così, per l’affronto, anche Saturnino inizia a odiare gli Andronici.
A coronare la premessa Tito si macchia di uno dei delitti più efferati e sgraditi agli dei: uccide il figlio Muzio (e questo nome dovrebbe suonare già come spoiler), complice della fuga di Lavinia con il suo amante.

Tutto questo accade durante il primo atto.
Ne restano altri quattro in cui tutti si vendicano su tutti per i torti subiti e lo fanno in scena, in un fiume di sangue, discorsi aulici e citazioni da Omero e Ovidio.
Un figlio di Tito viene esiliato, altri due vengono decapitati, lo sposo di Lavinia viene ucciso e Lavinia stuprata e amputata delle mani e della lingua, anche Tito si amputa una mano (così… perché si sentiva in difetto forse). Aronne, l’amante della regina Tamora, viene seppellito vivo, la regina viene uccisa ma non prima di aver mangiato la carne dei suoi stessi figli, l’imperatore viene ammazzato pure lui e sul trono finirà, forse, un imperatore giusto.
E vissero tutti felici e contenti.
È significativo come, in questo play, Shakespeare si appoggi sugli stereotipi di crudeltà tramandati dai suoi predecessori: i cattivi sono la donna Tamora regina dei Goti (personaggio ripreso con diverse sfumature con Lady Macbeth e con la regina del Cimbelino) e il Moro Aronne, amante della regina. Otello è ancora molto, molto lontano.

Ovidio, Omero e Virgilio

Il Cinquecento è un secolo famoso per la riscoperta dei classici latini e greci, questi venivano tradotti nelle biblioteche curtensi dagli umanisti italiani e poi a loro volta ritradotti in francese e, dal francese, in inglese. Grazie a questo giro di traduzioni, i tragediografi e poeti del rinascimento inglese si ritrovarono in possesso di una enorme quantità di materiale nuovo da cui trarre ispirazione per le loro opere ed è risaputo che Shakespeare vi attinse a piene mani (le mani tornano sempre in questo post).

Al contrario del Giulio Cesare, del Coriolano e dell’Antonio e Cleopatra, Tito Andronico non è un personaggio storico, la storia è completamente inventata e questo offre a Shakespeare la possibilità di fare quello che vuole. Fare quel che vuole prendendo spunto però dalla classicità.
Il tema dominante è da ricercare nella storia di Filomela e Procne presente nel libro sesto delle Metamorfosi di Ovidio: Filomela e Procne erano due sorelle, il marito di Procne, Tereo, si invaghì di Filomela, la stuprò e le tagliò la lingua affinché lei non potesse rivelare alla sorella quel che era accaduto. Tuttavia Filomela riuscì a comunicare a Procne la violenza subita cucendo un messaggio per la sorella su di una tela così Procne, per vendicarsi, uccise il figlio Itis che aveva avuto da Tereo e glielo fece mangiare. Al termine del mito tutti e quattro vengono tramutati in uccelli: Procne divenne una rondine, Filomela un usignolo e Tereo fu trasformato in un’upupa (Ovidio in realtà dice solo che Tereo fu trasformato in upupa, a continuare la storia con la trasformazione delle sorelle e di Itis è il Pseudo-Apollodoro, 3.14.8).
Il richiamo al finale ornitologico del mito si ritrova nel Tito nell’atto III, scena I, quando Marco, fratello di Tito, spiega come ha trovato la nipote Lavinia: “Oh, quel deliziosissimo congegno dei suoi pensieri, ch’ella cinguettava con sì piacevole eloquio! Strappato da quella bella sua concava gabbia dove, come un uccello canterino, modulava le sue soavi note incantando ogni orecchio che l’udiva!”
Shakespeare però ci tiene a riferire che la storia non è di sua invenzione perché proprio nella scena I dell’atto IV Lavinia, per spiegare al padre e allo zio cosa le è accaduto, cerca tra i libri e trova l’opera di Ovidio:

TITO – Smuove un libro… Che libro è quello, Lucio?
GIOVANE LUCIO – Le “Metamorfosi” di Ovidio, nonno, l’ho ricevuto in dono da mia madre.

TITO – Fermi! Guardate con quale interesse tenta voltar le pagine. Aiutiamola.
(L’aiuta)
Che vuoi trovare?… Vuoi che legga qui, Lavinia?… Questa è la tragica storia di Filomela; e parla di Tereo che la stuprò, dopo averla ingannata.
Ed ho paura proprio che uno stupro, figliola, è alla radice del tuo male.

Tito Andronico, atto IV, scena I
Filomela, Procne e Tereo di peter paul Rubens, 1637

Non mancano neanche accenni ad altri miti tratti da Ovidio: nell’atto II, scena III si ritrova un riferimento al mito di Atteone, tramutato in cervo per aver visto nuda la dea Artemide e poi sbranato dai suoi cani e nell’Atto II, scena III viene menzionato Piramo, protagonista insieme a Tisbe di un mito che Shakespeare farà mettere in scena da una brancaleonica compagnia teatrale in “Sogno di una notte di mezza estate”.
Ecco, credo che sia in questo punto che io abbia realizzato che questa di Tito fosse la tragedia più comica che avessi mai letto e nell’accostare le due scene, quella tragica del Tito e quella esilarante del Sogno, la risata c’è scappata.

L’altro riferimento cardine del Tito è la storia della caduta Troia tramandata da Omero e Virgilio (nelle rispettive traduzioni inglesi ovviamente, Shakespeare non maneggiava né latino né greco). Il testo di Shak trabocca di riferimenti ai personaggi omerici e virgiliani, potrei andare avanti a fiume ma riduco a un elenco, più per me che per voi, più per ricordarmi che per ricordare.
L’aspetto che ho gradito di più di questi riferimenti classici è stato l’uso delle similitudini che mi hanno riportato alla mente quelle lunghissime e meravigliose di Omero. Come già nell’atto I, scena I:

Simile a nave che, vuotato il carico
e d’altro più prezioso riempite
le propri stive, ritorna alla baia
dalla quale levò dapprima l’ancora,
cinto d’alloro torna a te Andronico
a rendere di nuovo alla sua terra
un saluto di lacrime,
per la gioia del suo ritorno in patria.

Tito Andronico, atto I, scena I

Come quando il dorato astro del sole,
dopo aver dato il saluto al mattino
e indorato l’oceano coi suoi raggi,
galoppa sul suo carro sfolgorante
per lo zodiaco, e domina dall’alto
i più elevati culmini dei monti,
così Tamora: al forte suo carattere
quanto ha d’onor la terra fa corteggio,
e la stessa virtù al suo cipiglio
s’inchina e trema.

Tito Andronico, atto II, scena I
  • Il primo riferimento alla storia di Troia è anche il più lampante: Tito, come Priamo, ha moltissimi figli, cinquanta ne aveva il re teucro, venticinque il generale romano e la maggior parte dei figli di entrambi ha perso la vita in battaglia. Come andarono le cose per Priamo si sa… come andranno per Tito si può immaginare. “Romani, ecco, vedete, quel che mi resta tra i vivi ed i morti, di venticinque valorosi figli, metà di quanti n’ebbe Priamo re”
  • Shakespeare si affida poi al ricordo di Enea narratore presso Didone quando Tito chiede al fratello Marco di non continuare a parlare di mani davanti a Lavinia che di mani non ne ha più (tra l’altro una scena tragicamente comica… avrei voluto vederla recitare in diretta dalla compagnia di Shak): “Eppoi perché tanta tua insistenza sulla parola “mani”? Sarebbe come chiedere ad Enea di raccontar due volte la sua storia: di come Troia fu ridotta in fiamme e lui gettato nella ria sventura.” (III, II). Oppure nell’atto V, scena III: “(A Lucio) parla tu, che vuoi anche bene a Roma, come parlò quel primo nostro avo quando nel suo fatidico linguaggio narrò all’orecchio tristemente attonito d’una Didone malata d’amore di quella notte funesta di fuoco, quando gli astuti Greci sorpresero la Troia di re Priamo. Dicci quale Sinone è riuscito a stregarci le orecchie, e chi ha introdotto la fatale macchina tra le mura di Roma, per infliggere a questa nostra Troia la ferita della civil contesa.”
  • Il ricordo della sepoltura di Aiace Telamonio nell’Atto I, scena I
  • l’immagine di Troia in fiamme nell’atto III, scena I: “chi ha voluto gettare una fascina sopra Troia già avvolta dalle fiamme”
  • i riferimenti alla vendetta di Ecuba, la moglie di Priamo di Troia tratta prigioniera dal trace Polimnestore che le aveva ucciso i figli Polissena e Polidoro e sul quale lei si vendicò accecandolo (stranamente nel Tito non compare l’accecamento come menomazione… ci poteva stare ma forse non sarebbe sembrata sufficientemente cruenta). La storia della vendetta di Ecuba si può ritrovare sia nell’Eneide di Virgilio, sia nell’Agamennone di Seneca che nell’Inferno di Dante.
  • anche l’appellativo con cui Bassiano, fratello dell’imperatore Saturnino, definisce Aronne, l’amante moro della regina gota Tamora nell’ Atto II scena III: “Il tuo nero Cimmerio, tinge l’onore tuo, imperatrice, del color del suo corpo, ripugnante, detestabile, sporco”. I Cimmeri furono una popolazione del Caucaso ma per Omero sono gli abitanti di una mitica terra oltre l’Oceano e lì si reca Odisseo per la nekyia, l’evocazione dei morti grazie alla quale incontrerà Tiresia che gli rivelerà il futuro.

Anticipazioni

Un po’ alla maniera omerica si possono cogliere alcune anticipazioni di quel che avverrà nel play. Quando gli antichi bardi recitavano i versi di Omero durante i banchetti lo facevano di fronte a un pubblico che conosceva già la storia e godeva nel sentirsela raccontare cogliendo tutte le anticipazioni del testo. Lo stesso accadeva durante le rappresentazioni dei drammi nel Rinascimento inglese: il soggetto era spesso noto e a teatro si andava per vedere come lo avrebbe elaborato il drammaturgo. Così nel testo del Tito ci sono alcune frecciatine, strizzate d’occhio che uno spettatore, che conosce già la storia, può cogliere.
C’è una anticipazione però che il fruitore dell’epoca non avrebbe sicuramente potuto cogliere ma che possiamo apprezzare noi che leggiamo a secoli di distanza e si riferisce al dramma che Shakespeare avrebbe scritto più di dieci anni dopo: il Coriolano.


Armatevi, signori!
I Goti sono in campo,
e, con un nerbo d’uomini decisi,
assetati di preda,
a grandi marce avanzano su Roma
e alla lor testa è il figlio di Andronico,
Lucio, il quale proclama minaccioso
di far vendetta come Coriolano.

Tito Andronico, atto IV, scena IV

Game of Thrones

Che questa poi è la parte più divertente, diciamocelo, ma se non avete visto la serie e, soprattutto, se pensate di volerla vedere in futuro, non leggete!
Nell’opera di Shakespeare, Tito si vendica della regina Tamora facendole mangiare un pasticcio cucinato con le proprie mani (le mani tornano di continuo a quanto pare) il cui ingrediente principale è la carne dei figli della regina. Quando durante il banchetto in cui viene servito il fero pasto l’imperatore Saturnino chiede dove siano i figli della regina, Tito risponde

“there they are both, baked in that pie;
Whereof their mother daintily hath fed,
Eating the flesh that she herself hath bred.

Una gustosissima Goth pie, insomma!
La frase di Shakespeare riprende, allargandola, la risposta di Procne al marito Tereo quando questi le chiede di far venire il figlio Iti: “intus habes, quem poscis”: “Colui che cerchi ce l’hai dentro” (Le Metamorfosi, Libro VI, 655).

Il finale Di stagione 6 della serie televisiva Game of Thrones riserva un trattamento molto simile al perfido e viscido Lord Walder Frey: Arya Stark vendica madre, fratello, cognata e buona parte dell’esercito del Nord uccisi durante le celebri Nozze Rosse servendo al vecchio Lord un pasticcio cucinato con i corpi dei giovani figli di Frey, Lame Lothar e Black Walder, subito dopo lo uccide tagliandogli la gola, esattamente nello stesso luogo e nello stesso modo in cui i figli avevano ucciso la madre e proprio come fa Tito con la regina Tamora (ok, la pugnala e non le taglia la gola ma il sugo è lo stesso).

Nei libri delle cronache del ghiaccio e del fuoco è un pochino diverso: ci sono sempre le gustosissime Frey pie ma non è Arya a cucinarle bensì il simpaticissimo Lord Wyman Manderly, anche noto come Lord Lampreda: Wyman si vendica dell’uccisione del figlio Wendel, anche lui ammazzato durante il Red Wedding e durante il viaggio da porto Bianco a Grande Inverno spariscono un po’ di Frey che lo accompagnano. Giunti a Grande Inverno, durante un banchetto di nozze, Lord Manderly serve ai restanti Frey e a Lord Bolton tre bellissimi pasticci di carne e, per convincere i due sospettosi amici che non sono avvelenati, ne prende e mangia anche lui una grossa porzione.
La serie TV è più vicina al testo di Shakespeare perché, proprio come fa Tito con Tamora, Arya rivela a Lord Frey il contenuto del pasticcio e poi lo uccide.

Vi lascio il pezzo di GoT. Godo a ogni visione.

Dopo essermi letta il play, su suggerimento della mia amica del gruppo di lettura di Fano Rosella, mi sono guardata anche il film Titus del 1999, con Antony Hopkins e Jessica Lange, una roba surreale, atemporale… direi perfetta anche se non viene colto l’aspetto grottesco del dramma. Qualcosa che ricorda il Romeo and Juliet di Buz Luhrman e anche il party romano del quinto atto ricorda un’altra produzione del regista australiano: Il grande Gatsby (entrambi con Di Caprio) Vi lascio il trailer qui sotto.

2 pensieri su “Tito Andronico di Shakespeare: una supercazzola nel Cinquecento

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